La tratta delle bianche

La tratta delle bianche

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Rilettura di tematiche e figure neorealiste tramite il filtro del noir americano e del melodramma autoctono, La tratta delle bianche di Luigi Comencini è un originale tentativo di condurre un discorso anche politico tramite strumenti allegorici e cinema di genere, dove il gusto popolare incontra squisite raffinatezze stilistiche. Disponibile su Film&Clips.

Genova chiama Chicago

Al porto di Genova, il poco raccomandabile Machedi gestisce un traffico di giovani ragazze, spinte a imbarcarsi nottetempo con la promessa di un futuro di ballerine in America. Una di loro, Alda, ci ripensa all’ultimo momento e decide di non partire più. Il giorno dopo Machedi si presenta a casa della ragazza, che vive in una borgata, ma viene allontanato di malo modo da Carlo, il compagno di Alda. Di tutta risposta Machedi organizza un furto con il coinvolgimento di Carlo e fa in modo che l’uomo finisca in carcere. Alda si trova dunque a dover raccogliere il denaro per pagare l’avvocato al suo uomo, e per questo è costretta a iscriversi a una maratona di ballo che promette un lauto premio finale a chi riesce a restare in piedi più a lungo…[sinossi]
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La tratta delle bianche (1952) è uno dei film più curiosi di Luigi Comencini. Giunto al suo quarto lungometraggio, il regista realizza una sorta di secondo capitolo di Persiane chiuse (1950), ricorrendo di nuovo alla stessa protagonista, Eleonora Rossi Drago, alla stessa ambientazione di Genova e costeggiando ancora il tema della prostituzione. Operante negli anni di progressiva dissoluzione del sentimento neorealista, Comencini sembra adottarne il consueto orizzonte sociale, conservandone forse la carica polemica e di denuncia, a fronte però di un orientamento estetico-narrativo decisamente divergente. La fisionomia generale, semmai, ricorda più da vicino il noir americano, sia per i profili romanzeschi e fumettari dei personaggi, tratteggiati a tinte forti e per giganteschi profili caratteriali, sia soprattutto per le soluzioni espressive adottate, che si appoggiano a un apparato ai confini con l’espressionismo riletto da occhi statunitensi.

Del neorealismo più canonico, La tratta delle bianche conserva sostanzialmente l’orizzonte sociale, di nuovo ristretto intorno a figure proletarie e sottoproletarie, collocate nelle borgate portuali di Genova. Alle tendenze neorealiste appartiene anche l’attenzione socio-politica per scottanti questioni d’attualità. Qui è il turno dell’avviamento alla prostituzione, destino comune a tante giovani donne incapaci nel dopoguerra di sbarcare il lunario e/o attirate dal miraggio della facile ricchezza. Nel film di Comencini si tratta in realtà di un avviamento proditorio, poiché ad attirare le ragazze all’imbarco su una nave è il sogno dell’America e della società dello spettacolo. Tale piaga di cronaca, dato ricavato con indefinita fedeltà dalla realtà e dalla fame imperante nei tempi del dopoguerra, qui appare però nient’altro che un punto di partenza per un progetto cinematografico di genere diverso. Non sposa di certo l’immediata credibilità del neorealismo la regia di Comencini, che rilegge il tema secondo modalità da feuilleton nero, dove il proletariato ospita il melodramma d’appendice più convenzionale, adottandone pure i consueti sovratoni nei dialoghi.

La sceneggiatura, frutto di un’équipe a dieci mani in cui figura anche Antonio Pietrangeli, predilige infatti la costruzione di un dramma tutto avvitato intorno a ricatti morali ed espiazioni da eroine romantiche – la protagonista Alda accetta di partecipare a una massacrante gara di ballo per pagare le spese giudiziarie al suo amato Carlo, l’infame di turno è talmente determinato ad accaparrarsi Alda che organizza di proposito una rapina parzialmente fallimentare per mandare in galera il suo rivale… È un mondo di piccoli criminali, di furti e rapine, un sottobosco di traffici illeciti che, pure nei dialoghi, rimandano immediatamente a modalità cinematografiche d’oltreoceano fin nell’abbigliamento dei malfattori, acconciati con trench e completi gessati.

Se dunque La tratta delle bianche cerca scopertamente il romanzo nero all’americana, d’altra parte vi sono infinite strade per rivelarsi politici anche secondo percorsi sorprendenti e inaspettati. Comencini sembra infatti rifiutare l’immediata evidenza della polemica neorealista ricorrendo però a un’idea forte di racconto che occupa abbondantemente il centro del film, e che nella sua insistenza finisce per tramutarsi in oggetto allegorico. Le ragazze protagoniste sono infatti ingannate dagli infami di turno che le coinvolgono in una maratona di ballo a eliminazione diretta, in cui il premio finale è promesso a chi riesce a restare in piedi più a lungo. Le somiglianze con il soggetto di Non si uccidono così anche i cavalli? (Sydney Pollack, 1969) sono abbaglianti, e viene da chiedersi se Comencini e i suoi sceneggiatori non si fossero forse trovati fra le mani una copia del romanzo di Horace McCoy, scritto nel 1935, che fece da soggetto per il gemellare film americano.

Anche in La tratta delle bianche la maratona di ballo assume a poco a poco, nel suo lunghissimo reiterarsi, i lineamenti di un’allegoria sociale, in cui lo sfruttamento della donna, tema già fondante del film, non sceglie la via della denuncia diretta e immediata bensì è veicolata tramite strumenti da cinema di genere. Pietrangeli non è l’unico sceneggiatore del film, e tuttavia la riflessione sulla donna come oggetto di consumo e disgregazione, intimamente pietrangeliana, sembra coinvolgere anche il film di Comencini in un comune discorso politico. Se il cinema di Pietrangeli analizza la progressiva reificazione femminile nel pieno del boom economico, La tratta delle bianche coglie il medesimo destino agli albori di un’Italia che ha appena avviato la ricostruzione postbellica, e che tuttavia ha già riservato alla donna un preciso ruolo segnato dal sopruso e dallo sfruttamento. Non è necessario imbarcarsi per finire chissà dove come carne da macello erotico. È sufficiente vivere in una melodrammatica subordinazione alla figura di un uomo tanto appassionato e protettivo, quanto debole e irresponsabile, pronto a rubare e finire in carcere affidandosi allo spirito di sacrificio della donna che l’aspetta fuori.

In una generale negatività dei personaggi maschili, intenti uno dopo l’altro a trovare il modo di monetizzare le donne a essi soggette, La tratta delle bianche sembra in realtà alludere a spietati meccanismi produttivi che ben si riassumono nelle danze sempre più esauste sulla pista da ballo. È qui rintracciabile anche la denuncia surreale e survoltata di una nascente società dello spettacolo, che funge da ulteriore miraggio accecante per le ragazze e che di nuovo trasforma esseri umani in oggetti. Sulla pista da ballo sembra andare in scena una robusta allegoria della società capitalistica, che schiaccia nell’iterazione meccanica di gesti e movimenti un essere umano al quale promette il premio finale senza che esso poi venga mai effettivamente assegnato. Il premio del benessere individuale, promesso e via via procrastinato, è l’inganno intorno al quale si sorregge l’intero nascente sistema occidentale. È un fine pena mai, che non prevede alcuna ricompensa. In tale direzione non sembra casuale nemmeno la scelta della danza come principale focus narrativo. Diffusissimo strumento di socializzazione nel dopoguerra e di annessa riscoperta dei piaceri della vita dopo le miserie belliche, la danza in coppia è qui sapientemente rovesciata da celebrazione dionisiaca in progressiva tortura sistemica. Comencini sembra rivelare il lato oscuro del piacere, il rovescio di una ricostruzione nazionale tanto sbandierata in mezzo all’entusiasmo quanto schiacciante ed emarginante nei suoi meccanismi di inclusione ed esclusione.

La tratta delle bianche propone poi un’ulteriore suggestione cinematografica nel suo finale, che vede lo svolgersi di un processo popolare ai malfattori decisamente memore di M – Il mostro di Düsseldorf (Fritz Lang, 1931). L’acre pessimismo nei confronti del genere umano è un po’ lo stesso della conclusione del capolavoro di Lang, in cui l’isteria di massa finisce per schiacciare il diritto alla giustizia anche del più riprovevole dei criminali. Nel film di Comencini il processo popolare piega più forse verso il gusto di un melodramma all’italiana di largo consumo in cui i torti siano nettamente condannati, per garantire al pubblico la necessaria catarsi rassicurante nell’avviarsi dal cinema verso casa. È una resa dei conti “giusta” e salvifica, in cui si riscattano anche figure eticamente ambigue come quella di Lucia, secondo un collaudato meccanismo narrativo di cattiva (o “semi-cattiva”) che si redime sul finale tramutandosi in buona. In tal senso La tratta delle bianche ricorda dinamiche narrative di diverse opere italiane più o meno coeve (pensiamo ad Anna, Alberto Lattuada, 1951; La lupa, Alberto Lattuada, 1953; e ovviamente tanto cinema di Raffaello Matarazzo), e malgrado le risonanze politiche fin qui rilevate la destinazione dell’opera resta evidentemente ed eminentemente commerciale. Ne è prova anche la composizione del cast d’attori, che mette insieme volti come Eleonora Rossi Drago, Silvana Pampanini, Sophia Loren (ancora indicata come Lazzaro), Ettore Manni, un Vittorio Gassman puntualmente doppiato nell’ennesimo ruolo anni Cinquanta di carogna, e un esordiente Enrico Maria Salerno. Se riassunto in una breve sinossi, l’intreccio del film può scatenare anche franche risate, visti l’eccesso surreale e la pazza corda seguita dalla linea narrativa tra personaggi giganteschi nella loro monodimensionalità.

Tuttavia Comencini squaderna un armamentario stilistico di grandissimo pregio in uno splendido bianco e nero, che sfrutta spesso taglienti prospettive visive in profondità nel quadro e che ricorre a efficaci chiaroscuri nelle ambientazioni – una per tutte, l’avvincente sequenza della rapina allo sferisterio. Atmosfere cupe e fumose, pessimismo esistenziale, uomini truci e donne vittime: La tratta delle bianche fa somigliare Genova a un sobborgo della Chicago anni Venti. L’effetto paradosso, per un film che sembra anche, come già detto, una rilettura stilistica su materiali narrativi da neorealismo, è quello di trasformare un film semi-politico in un’occasione di puro cinema autoreferenziale, che dialoga con la propria storia più o meno recente in una riproposizione manierata. Oggetto strano, bizzarro. Da vedere, in ultima analisi.

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La scheda de La tratta delle bianche su Wikipedia

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