Il delitto Mattarella

Il delitto Mattarella

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Con Il delitto Mattarella Aurelio Grimaldi continua il suo racconto della Sicilia, della Storia e della politica, affrontando di petto uno dei casi emblematici del potere mafioso. Ne viene fuori un film sinceramente indignato ma non privo di eccessi di retorica.

La mafia è sempre quella di una volta

Il giorno dell’Epifania del 1980 il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella viene ucciso da un killer. A occuparsi delle prime indagini sarà il sostituto procuratore Pietro Grasso a cui farà seguito il giudice Giovanni Falcone. Le complicità saranno molteplici e gli esecutori materiali non saranno mai arrestati. [sinossi]

Quarant’anni sono sufficienti a creare una zona di conforto, una patina di polvere di tempo che consente di sentirsi al sicuro dalle increspature della Storia, dal dibattito acceso (ma non dal vago chiacchiericcio televisivo, altresì auspicato perché foriero solo di innocue ciacole) e ovviamente dalle ritorsioni di ogni sorta. Così è anche possibile che si decida di mostrare Giulio Andreotti come apertamente mafioso: a sette anni dalla sua dipartita è difficile che qualcuno abbia da ridire, a eccezione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che ha bocciato senza appello Il delitto Mattarella, negandogli in questo modo il contributo economico dello Stato. Al di là di questo dettaglio è interessante notare come Aurelio Grimaldi prosegua da un trentennio seguendo imperterrito la propria strada, superando anche l’ostacolo del mancato finanziamento. Quindicesimo lungometraggio di finzione girato nell’arco di ventotto anni (l’esordio fu nel 1992 con il “solfataro” La discesa di Aclà a Floristella) Il delitto Mattarella nasce da un’esigenza evidente, quella di raccontare e ricordare la figura politica di Piersanti Mattarella nel quarantesimo anniversario dell’omicidio. Una posizione morale dunque, quella di Grimaldi, prima ancora che politica e cinematografica: l’obiettivo, quello di descrivere il fratello dell’attuale Presidente della Repubblica come un agnello capitato in mezzo ai lupi, viene raggiunto senza eccessivo sforzo. Come si può d’altro canto dubitare di Mattarella, palese vittima della collusione tra Stato e Mafia?

Sotto questo punto di vista il film svolge alla perfezione il compito che si è prefissato, agitandosi in un sincero impegno sociale. Grimaldi non va troppo per il sottile, sposa con accorata convinzione i “buoni” e tratta con evidente sdegno i “cattivi”, come testimonia il modo evidente la già citata apparizione (è il termine più adeguato, visto quanto è ectoplasmatica la sua mano, invisibile ma attiva) di Andreotti. In bilico tra realtà e finzione il regista si affida agli atti del processo ma inventa allo stesso tempo di sana pianta. La verità processuale è la basa su cui innestare la finzione, che si potrebbe quasi definire supposizione. Ma è davvero cinema quello che vuole condividere Grimaldi? La sua ricostruzione dei fatti e dei motivi che portarono la Cupola a firmare la condanna a morte di Mattarella – salvo provare in un primo momento ad accollare la responsabilità sul brigatismo rosso: niente di nuovo sotto il sole, se si pensa che ancora oggi si fa a gara a interrogarsi sulla pista anarco-insurrezionalista – è onesta, ma dichiaratamente didascalica prima ancora che didattica.

Il cinema come surrogato dell’insegnamento, nell’ottica in cui l’ha sempre visto il MIUR: d’altronde lo stesso Grimaldi viene dal mondo della scuola, dove ancora lavorava quando Marco Risi tradusse in immagini il suo romanzo Mery per sempre, trascinandolo poi nel mondo del cinema chiamandolo a sceneggiare Ragazzi fuori. Negli anni Grimaldi è rimasto fedele al verbo neo-neorealista, un credo senza adepti (a parte lui, per l’appunto), al punto che ogni suo film sembra esistere in uno spazio-tempo laterale e liminare. Peccato sia però difficile rintracciare in questo recinto uno sguardo altrettanto peculiare. C’è l’afflato civico, e con lui il pamphlet politico e letterario, ma manca quasi del tutto il cinema. Il regista si accontenta di essere il primo a dedicare lo spazio dovuto a Piersanti Mattarella, ma decide di non interrogarsi sul “come” questo spazio meriti di diventare forma, immagine, immaginario. La mente allora non può esimersi dal correre dalle parti di Franco Maresco del dittico Belluscone, una storia siciliana/La mafia non è più quella di una volta; lì la riflessione sul sistema-Sicilia si accompagnava a una disamina sul cinema, sulla narrazione, sull’abitudine di costruire eroi a uso e consumo della perpetrazione di uno schema usurato e sempre identico a sé. Raccontando ciò che fu riprendendo quel che è. Aurelio Grimaldi, invece, si accontenta della retorica sull’eroe, e la celebra.

Info
Il trailer de Il delitto Mattarella.

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