Le streghe

Le streghe

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A undici anni da A Christmas Carol Robert Zemeckis torna al fantastico adattando Le streghe, classico della letteratura per l’infanzia di Roald Dahl, già trascritto in immagini trent’anni fa da Nicolas Roeg. Se da un lato Zemeckis si tiene più aderente al testo, soprattutto nella scelta finale, dall’altro approfitta dell’occasione per riflettere sul proprio tempo, e sull’impossibilità di metter fine alla “lotta”.

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1968. Dopo essere rimasto orfano un ragazzo afrodiscendente va a vivere con l’amata nonna a Demopolis, una piccola cittadina dell’Alabama. Qui diventa ben presto la preda delle streghe, all’apparenza donne dell’upper class ma in realtà demoni che bramano la distruzione di tutti i bambini del mondo. Per sfuggire alle streghe la nonna porta Bruno in una sfarzosa località balneare, ma caso vuole che le megere, sotto la guida della Strega Suprema, abbiano organizzato proprio nell’albergo la loro congrega. [sinossi]

Ci sono un paio di verità svelate da Robert Zemeckis nei primi minuti de Le streghe, secondo adattamento del geniale racconto di Roald Dahl dopo quello che nel 1990 portò a termine Nicolas Roeg. Un paio di verità che con la loro forza sbaragliano il campo tanto dalle agghiaccianti discussioni sollevate riguardo la presunta messa alla berlina dei portatori di handicap – la si riporta qui solo per sottolineare la mediocrità devastante dell’oggi, in cui il dibattito sulla rappresentazione ha raggiunto un livello così basso da non saper più distinguere tra il potere mitopoietico e ancestrale del deforme (e della sproporzione) e l’attacco contro il diverso in ogni sua accezione – quanto dalla dolorosa accettazione dell’impossibilità di godere sul grande schermo in Italia della ventesima regia di Zemeckis, la prima a tornare a muoversi nel campo del fantastico a undici anni di distanza da A Christmas Carol, che metteva la parola fine sulla trilogia del “performance capture”, composta anche da Polar Express e La leggenda di Beowulf. La prima verità è racchiusa nell’apertura su cui si apre, dopo i loghi delle case di produzione e distribuzione, Le streghe: un proiettore, che spara sullo schermo le diapositive attorno alle quali si articola la voce narrante del protagonista (Chris Rock nella versione originale). La luce del cinema, o della fotografia, illumina perché può giungere in modo collettivo a formare le menti, in un atto ludico e politico a un tempo, quello della visione in sala. La seconda verità, immediatamente successiva a questa, è racchiusa nell’inquadratura che vede il protagonista ancora bambino seduto sul sedile posteriore della propria automobile. La macchina da presa inizia a ruotare, lasciandolo a testa in giù. Il mondo è sottosopra, nel cinema di Zemeckis, lo è stato fin dagli esordi, dalla folgorante dinamite beatlesiana di I Wanna Hold Your Hand: la prospettiva è illusoria, come il miraggio desertico su cui si apre – dimostrandosi poi realeAllied, o l’aereo rovesciato che permette al protagonista di Flight di salvare i suoi passeggeri. Il problema non è il rovesciamento, ma il fatto che questo nella vita quotidiana viene negato, rimosso, ridotto a eccentricità sociale da guardare con sospetto – il cinema di Zemeckis è da sempre sardonicamente anti-borghese, altro che bullo verso le diversità!

Non è una borghese la nonna, sottoproletaria afrodiscendente nell’Alabama che ancora fatica ad accettare i diritti civili estesi a tutte le etnie, e per questo non ha alcun bisogno di celare la verità al proprio nipotino, rimasto orfano, solo e profondamente depresso. Le streghe esistono, e sono dedite in modo esclusivo al male. È curioso come il discorso rivelatore che la nonna propina al nipotino faccia riecheggiare nelle orecchie il celeberrimo “Le streghe fanno il male. Nient’altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno il potere di agire sulla realtà e sulle persone. Ma solo in senso maligno” con cui il professor Milius indottrinava la spaurita Susy in Suspiria di Dario Argento. Ma dopotutto le due storie hanno un aspetto in comune: la congrega di streghe è l’apice di un potere economico oltre che magico, e il rogo purificatore della sede del male di argentiana memoria è una versione lugubre e platealmente orrorifica della distruzione – una per una – delle streghe portata avanti da nonna, nipote e amici.

Molti, anche attenti osservatori del percorso cinematografico di Zemeckis, hanno storto il naso di fronte a un’operazione come quella che l’ha visto rimettere mano al testo di Dahl, leggendovi in filigrana l’accettazione di dogmi produttivi tesi a limitare la libertà creativa. Vero è che Le streghe sia un film su commissione, se così si vuol dire. Vero è che la sua natura appare bambinesca rispetto ad altre sortite del regista. Vero è anche, infine, che l’apparato visionario sembra costruito a uso e consumo di un pubblico poco attento alle sfumature. Ma si tratta di dettagli, a ben vedere, che esauriscono il proprio senso una volta che vengono accettati come validi. Zemeckis prende sì tra le mani un progetto che avrebbe potuto portare a termine anche qualcun altro (l’operazione nel complesso non sembra così dissimile da Il mistero della casa del tempo, adattamento di Eli Roth del romanzo di John Bellairs), ma come si è già scritto gli bastano pochi minuti e un paio di inquadrature per avvincerlo alla propria poetica espressiva, e al proprio senso della narrazione. Spostare l’azione dalla Gran Bretagna degli anni Ottanta del racconto originale al sud degli Stati Uniti del 1968, non significa solo spingere il pubblico statunitense ad aderire con maggior forza al tessuto narrativo, ma implica una riflessione che si allarga in modo automatico all’oggi, e alle profondità del suo inconscio collettivo. Gli ultimi mesi del 1968, per un afro-americano dell’Alabama, rappresentano un’epoca di sperare spezzate dal potere di un’arma (non magica): i proiettili nel corso dell’anno si portano infatti via prima Martin Luther King, e quindi Robert Kennedy. La trasformazione in topo di un bambino nero non è paragonabile, nell’immaginario condiviso dell’occidente, a quella di un ragazzino britannico. La trasformazione in Zemeckis è un atto politico, come già era dopotutto nel sublime La morte ti fa bella, altro squarcio nella tela linda e pinta dell’ipocrisia borghese. Tutto è rovesciato, di nuovo, come il bambino sopravvissuto allo schianto dell’automobile. Le streghe si mostrano come donne dell’alta società, ma i loro eleganti abiti da boutique servono solo a celare l’amputazione e la trasformazione di alcuni dei tratti estetici fondamentali della femminilità: i piedi, le mani, perfino il sorriso che nasconde sotto complessi trucchi un ghigno malefico. La loro è una negazione del potere femminile, non una riappropriazione reale (e in questo senso tornano i rimandi al sabba di Dario Argento).

La paura sembra essere tratto distintivo negli Stati Uniti, dagli anni Dieci agli anni Sessanta e poi ancora al giorno d’oggi: la paura è il primo istintivo creatore del classismo razzista, della negazione del diritto dell’altro a esistere. Ancora una volta Zemeckis si lancia nel racconto del grande romanzo americano, e per farlo racconta non solo la nascita di una nazione – basata sull’iniquità – ma il dovere e l’obbligo collettivo di farla collassare quella nazione/società/congrega. La lotta non può terminare, perché la trasformazione dei bambini in topi non può essere invertita. Una volta che il mondo viene capovolto non c’è modo di riportarlo a un assetto normale. Non è prevista restaurazione. Certo, rispetto alla rivoluzione interminabile della trilogia di Ritorno al futuro (lì a finire sottosopra era il Tempo), Chi ha incastrato Roger Rabbit (due mondi collimanti solo attraverso l’immaginario trovavano uno sposalizio tellurico e armonioso), o Contact (nella palingenesi continua dello Spazio) un film come Le streghe appare in modo quasi forzoso minore, ma sarebbe delittuoso, oltre che irragionevole, non leggerne il potenziale educativo. Zemeckis si rivolge direttamente ai bambini, fa un film alla loro altezza ma senza cadere nelle trappole della retorica infantile – e spingendosi ben più in là di quanto oserebbero i più anche in materia di ciò che si può mostrare a un bimbo –, e dirige un’avventura scoppiettante e per larghi tratti esilarante, un helzapoppin’ a forma di topo in cui tutto è concesso, tutto è possibile, ogni deriva può divenire logica. Per far questo il film si muove attraverso il cinema, la sua storia e quella anche personale del regista (il topino che cammina sul filo non può non far pensare a The Walk e alla passeggiata utopica tra le Torri Gemelle), per arrivare a divenire agit-prop, inno alla rivolta contro le streghe che gettano il popolo nella paura, vessandolo anche quando così non sembra. Solo nell’unione del popolo, nella comprensione di una lotta da portare avanti tutti insieme, si può generare la speranza finale. Quella di divenire di nuovo umani, anche se all’apparenza si è dei topi.

Info
Le streghe, il trailer.

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