Father

Solido e potente dramma sociale in tre atti, Otac (Father) cuce sullo stato di grazia attoriale di un ottimo Goran Bogdan un atipico road movie di disperazione, povertà, amore genitoriale e profondissima dignità. Lungo i 300 chilometri a piedi che separano un padre dalla possibilità di riavere i suoi figli, Srdan Golubović realizza un film al contempo esistenziale e fortemente politico, dolcemente familiare eppure intransigente e doloroso nella denuncia delle storture burocratiche e delle ingiustizie sociali del sistema serbo; un lavoro lucido e umanissimo, di lotta e di orgoglio, di inaspettati gesti di empatia in un mondo corrotto, forse un po’ esasperato in qualche pennellata di pessimismo ma che sa sempre tenersi a distanza di sicurezza dalla retorica. Già vincitore di Panorama all’ultima Berlinale, si aggiudica ora il Premio del Pubblico (online, ça va sans dire) nel concorso lungometraggi della 32ma, e si spera unica pandemica, edizione del Trieste Film Festival.

La casa vuota

Una piccola città in Serbia. Nikola, lavoratore a giornata e padre di due bambini, riceve l’ordine di abbandonare i suoi figli ai servizi sociali dopo che la povertà e la fame hanno spinto la moglie a commettere un atto disperato. Fino a quando non sarà in grado di fornire condizioni adeguate per la loro educazione, saranno affidati a un affido. Nonostante i migliori sforzi di Nikola e diversi appelli, il capo del centro dei servizi sociali si rifiuta di restituire i suoi figli e la sua situazione sembra senza speranza. Ma quando Nikola scopre che l’amministrazione locale potrebbe essere corrotta, decide di attraversare la Serbia a piedi e portare il suo caso direttamente al Ministero nazionale di Belgrado. Contro ogni previsione e spinto dall’amore e dalla disperazione, questo padre rifiuta di rinunciare alla giustizia e al suo diritto di crescere i suoi ragazzi. [sinossi]
«Il proletario può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso».
Karl Marx

Basterebbe quel momento di ritrovata intesa in ospedale, con il protagonista di ritorno da Belgrado nuovamente mano nella mano con la moglie ancora ricoverata. Basterebbe il silenzio dignitosissimo e l’enorme rispetto con cui i vicini di casa, poveri e disperati quanto lui, non certo ladri di professione, gli restituiscono pezzo per pezzo tutto ciò che avevano trafugato dalla sua casa convinti che non sarebbe mai tornato. Basterebbe la progressione emotiva che porta al tanto agognato abbraccio con il figlio, prima convinto di essere stato abbandonato e poi di nuovo fiducioso, sicuro di essere amato e difeso, pronto a sciogliersi in quelle lacrime chissà da quanti giorni trattenute. Istanti di un cinema intenso, potente, simbolico, profondamente umano. Un cinema di sentimenti puri, straordinari nel lirismo della loro semplicità. Eppure nasce da un gesto plateale Otac, letteralmente Father. Nasce dalla disperata marcia lunga trecento chilometri di un padre solo, armato solo del proprio buon cuore, del proprio amore per i figli, del proprio orgoglio e di un ricorso da presentare personalmente nelle mani del ministro, contro le brutali ingiustizie di un intero sistema. Una piccola storia di provincia realmente accaduta e probabilmente simile a tante, troppe altre; una storia di povertà e di disperazione, di iniquità e di istituzioni corrotte, di rifiuto delle ingiustizie senza avere in tasca nemmeno i soldi per il biglietto di un pullman, che la matta e disperatissima resistenza di un uomo ha trasformato, passo dopo passo, in un atto di eroico sacrificio, in epica proletaria, in gentile sommossa, e non certo in ultimo in quel minuscolo caso mediatico che ha permesso a Srdan Golubović di venirne a conoscenza.

Eppure conta solo relativamente, come si diceva, l’aspetto leggendario della vicenda. Conta solo relativamente l’appariscenza dell’impresa finita sui giornali, conta solo relativamente la simbologia insita nel gesto di camminare per giorni e giorni contro l’ingiustizia, e conta solo relativamente anche la sua intrinseca cinematograficità. L’approccio del regista serbo al fatto di cronaca è stato sin da subito un altro. Un approccio decisamente più profondo e assai più umano, fatto di giorni ad attraversare la città in macchina per offrire cibo e aiuto all’uomo ancora accampato sotto al Ministero, per conoscerlo, per capirlo intimamente, per scoprirne la profonda rispettabilità senza un euro in tasca, costretto dalle circostanze a quei vestiti logori e al pane duro, ma marito amorevole e genitore disposto a morire per i suoi bambini, o per lo meno ad attraversare mezza Serbia a piedi fra boschi e autostrade, dormendo all’addiaccio e barcollando per la febbre alta, con il solo obiettivo di non dover rinunciare al suo sacrosanto diritto di amarli e continuare a crescerli. È in questo senso che Father non si limita a prendere spunto dalla sua storia per riplasmarla con la scrittura in una vicenda di finzione e in un paradigmatico personaggio di fantasia, ma ne rimette in scena il cuore, la dignità, l’intimità, l’umanità profondissima, l’intensità delle emozioni e di quell’affetto familiare negato che Golubović, con questa sua opera quarta già vincitrice di Panorama alla Berlinale 2020 e in questi giorni Premio del Pubblico (forzatamente internautico) al 32mo Trieste Film Festival, ben oltre il semplice omaggio sembra in qualche modo volergli restituire. Ed è proprio qui, in questa sincerità di fondo, in questi sprazzi di reale calore umano, che sta la vera potenza del film. Come a dire che è la normalità di un abbraccio a essere bigger-than-life, è l’affetto familiare, è la nobiltà d’animo nonostante tutto, mentre l’atto estremo che si è disposti a compiere per amore ne è una semplice conseguenza.

È per questo motivo che Srdan Golubović, assieme ai co-sceneggiatori Srdjan Koljević e Ognjen Svilicić, sceglie una struttura narrativa in tre atti, in cui i trecento angosciati chilometri percorsi a piedi dal protagonista dalla sua cittadina natale fino alla capitale occupano (non senza qualche deriva pessimista e catastrofica qua e là probabilmente eccessiva, va detto, fra tentativi di rapina notturni, crisi di vomito in mezzo alla strada e cani da seppellire dopo una breve illusione di affetto che sono solo parzialmente controbilanciati dagli sparuti e inaspettati slanci di solidarietà dei pochi che si fermano ad aiutarlo) solo il secondo e centrale capitolo. Per aprire e chiudere il film non si può prescindere dalla provincia, prima dal gesto disperato di una moglie pronta a darsi fuoco per protestare contro gli arretrati e la liquidazione mai pagati al marito licenziato due anni prima, e poi dal ritorno a casa con una raccomandazione probabilmente inutile scritta di proprio pugno dall’assistente del ministro. Il luogo degli affetti, il luogo dell’emotività, il luogo in cui ogni minuto può essere sentimentalmente molto più straordinario del plateale. Ma anche il luogo della disillusione, dove l’ultima parola sull’affidamento dei bambini spetterà sempre ai servizi sociali locali e al loro cinico e sordido direttore che è perfetta incarnazione dell’abuso di potere, della corruzione, del ricatto, dell’insensibilità, delle devianze del sistema. Un direttore, va detto pure questo, forse persino troppo smaccatamente disonesto e luciferino, sospettato (ovviamente senza prove) di affidare bambini a suoi conoscenti in cambio di una percentuale sul ricco incentivo che lo Stato paga alle famiglie affidatarie, e talmente arrogante nella minaccia e nel ricatto da confermarlo al primo sguardo. Ed è proprio qui, nella sua sostanziale riduzione a prisma dal quale passa quasi ogni male sistemico, che si annida l’unica altra piccola pecca di un film in realtà ben più ambizioso e complesso del buono contro cattivo che a tratti, consapevole di semplificare, mette in scena.

Fra l’introspezione, la vis politica, e i sentimenti è infatti un qualcosa di più, Father. È un dramma personale e familiare intrinsecamente proletario nel senso etimologico del termine, che contiene al suo interno – quasi come in un riecheggiare della sprezzante lucidità dell’Onda nera jugoslava dei vari Makavejev, Pavlović e Želimir Žilnik, che si fanno strada fra i ripetuti richiami girovaganti al Wenders di Paris, Texas e alla lentezza del viaggio come redenzione del Lynch di Una storia vera – la dolorosa e ficcante critica politica di una lotta impari, solitaria e non violenta, di un uomo colpevole di essere povero contro le istituzioni. Perché la povertà è una colpa da punire, per la società attuale, e poco le importa che sia stata la stessa società a rendere sempre più poveri e precari con le sue ingiustizie di classe, con le sue promesse mai mantenute, con la sua sistematica distruzione del mondo del lavoro per favorire gli interessi di pochi. Con le sue spinte populiste ad aizzare i penultimi contro gli ultimi, i disoccupati contro i profughi, gli sciacalli contro i disperati. Per il sistema contano solo i protocolli e i decisori, le leggi e i padroni, mentre la giustizia è tutta da conquistare. Magari attraverso lo sforzo fisico e lo strazio del corpo, forse l’unica misura rimasta per poter dimostrare la propria buona fede, con il medesimo spirito guida delle tre leggendarie settimane di pellegrinaggio compiute nel ’74 da Werner Herzog fra Monaco a Parigi per tentare il miracolo (riuscito) di allungare la vita a Lotte Eisner. Father mette in scena un brav’uomo che ha perso il lavoro e la stabilità, costretto a vivere senza acqua e senza luce, senza riscaldamento e senza computer, che spinto esclusivamente dall’amore cammina senza sosta per cinque giorni nella speranza di trovare ascolto, aiuto e giustizia fra lupi e pensiline abbandonate, fra svenimenti, ricoveri e fughe dall’ospedale, fra stanchezza, paura e incrollabilità delle motivazioni. Con una disperazione e uno spirito di sacrificio più forti della febbre, più forti del freddo, più forti delle distanze e della mancanza di cibo. Contano solo i bambini, per i quali ha sempre accettato ogni umiliante lavoro a giornata e risparmiato ogni centesimo, per i quali si è sempre tolto il pane di bocca, per i quali darebbe la vita. I suoi affetti ai quali, pur nelle enormi ristrettezze, non ha mai fatto mancare nulla che fosse realmente necessario, ma che per i servizi sociali, dopo il crollo nervoso e il gesto estremo della moglie, non è più «economicamente e materialmente in grado di mantenere». Nonostante i lavori in casa, nonostante l’allaccio elettrico e l’acqua corrente ripristinati, nonostante il frigorifero e l’intonaco, nonostante il suo rispettare ogni richiesta dell’impietosa commissione.

Non gli resta che mettere quattro cose nello zaino, indossare la chiave di casa al collo e procedere a piedi verso la capitale e il Ministero, ben al di là del non potersi permettere alcun mezzo di trasporto alternativo, con al massimo qualche sporadico passaggio. È il suo gesto di protesta, è la sua marcia verso la libertà, è il suo modo per dimostrare al mondo quanto sia grande e assoluto l’amore per i suoi bambini, a quali sacrifici sia disposto pur di riaverli. Un viaggio da reietto a eroe (e ritorno?), letteralmente cucito sulla straordinaria interpretazione di Goran Bogdan, che si carica Father sulle spalle fra fisicità e sottrazione, fra sofferenza ed eroismo, fra il minimalismo ficcante di una mimica facciale quasi impercettibile e la carica pressoché espressionista di un corpo sempre più sofferente nel suo lungo viaggio. Un corpo da umiliare per allontanare le umiliazioni dell’anima, per respingere le ripetute sconfitte di una vita difficile e ingiusta, per ribaltare la situazione e, da piccolo e novello Davide, lanciarsi al contrattacco di Golia. Golubović lo anticipa e lo segue con una macchina da presa sempre vicina, sempre presente, che soffre con lui, e che come lui cerca giustizia, dignità, ma soprattutto l’incommensurabile degli istanti di sincerità e di affetto. Fra gli amici disposti a scrivere il ricorso e la polizia costretta a fermarlo mentre cammina in autostrada, ma abbastanza intelligente da lasciarlo andare per i boschi subito dopo il primo casello. Fra il furgone e il camion che gli risparmieranno qualche chilometro e i giornalisti che andranno a intervistarlo. Fra la stazione di servizio abbandonata in cui passare una notte con il cane randagio e quella invece attiva dove trovare chi gli consentirà di dormire al caldo e lavarsi. Fra chi verrà a conoscenza della sua storia e andrà a portargli cibo e il politico che gli scriverà la raccomandazione e gli donerà il denaro per tornare a casa, ma in cambio non dimenticherà di farsi scattare insieme una foto da dare in pasto all’elettorato sui social. Ma non è certo un caso che prima ancora di tornare a casa, appena arrivato nella cittadina, il protagonista vada prima a trovare la moglie in ospedale e poi a pretendere il proprio diritto di vedere i figli e riprendersi la loro fiducia, il loro amore, la promessa di tornare presto insieme. Alla ricerca di una stretta di mano, di un abbraccio, di un momento di vibrante umanità. Della forza dei suoi sentimenti e del suo orgoglio. Tanto che non gli servirà dire una parola, per riprendersi dalle case dei vicini ciò che è suo, per riarredare quella casa scassinata e vuota. Le sedie, l’orologio, la tv, il divano, i giochi dei bambini, tutto torna al suo posto. Come quel tavolo di cucina in cui ritrovarsi da solo a mangiare un pezzo di pane. Forse l’ultimo boccone rimasto, ma non importa. Quello che conta è che tornino al loro posto anche gli abitanti, che quelle mura si riempiano ancora di voci e sorrisi. Ci vorranno ancora pazienza e abnegazione, ma di certo non mancano. Come di certo non manca l’amore.

Info
La scheda di Father sul sito del Trieste Film Festival.

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