Mille cipressi

Mille cipressi

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Presentato in concorso alla 57a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, Mille cipressi è l’ultima opera di Luca Ferri, un percorso dentro il complesso della Tomba Brion progettata da Carlo Scarpa, una corrispondenza d’amorosi sensi tra cinema e architettura, tra vita e morte.

Le armonie di Scarpa

Un uomo all’interno della sua cucina si appresta a preparare la schiscetta prima di visitare la Tomba Brion, un complesso funebre monumentale progettato e realizzato dall’architetto Carlo Scarpa. Posizionato il cibo all’interno di una borsina di plastica a pois, l’uomo passeggia all’interno del cimitero soffermandosi sui dettagli progettati dall’architetto veneziano, mentre nella sua testa scorrono le preziose parole che ha pronunciato in una conferenza del 1978. «Per la Tomba Brion, avrei potuto proporre di piantare mille cipressi – mille cipressi sono un grande parco naturale e un evento naturale, nel futuro, avrebbe ottenuto un risultato migliore della mia architettura. Ma come sempre avviene alla fine di un lavoro, ho pensato: “Dio mio, ho sbagliato tutto!”». [sinossi]

Può essere l’architettura una forma di poesia? Sì, può esserlo, qualche volta, non sempre, in quanto armonia: lo affermava Carlo Scarpa citando Frank Lloyd Wright, ma specificando: «Non bisogna pensare e dire: farò un’architettura poetica, la poesia nasce dalla cosa in sé, se colui che la fa ha questa natura». Il cinema di Luca Ferri, da sempre carico di cultura architettonica, quella classica, nel solco della tradizione, prima del fenomeno delle archistar, dialoga con l’opera di Carlo Scarpa, in Mille cipressi, cortometraggio presentato in concorso alla 57a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dopo l’anteprima all’International Short Film Festival Oberhausen. Oggetto dello sguardo di Ferri è la Tomba Brion, un complesso monumentale funebre progettato e realizzato, tra il 1969 e il 1978, dall’architetto veneziano per accogliere le spoglie dell’industriale Giuseppe Brion, fondatore e proprietario della Brionvega, improvvisamente scomparso, su commissione della vedova. Il mausoleo è adiacente al piccolo cimitero di San Vito, nella frazione d’Altivole in provincia di Treviso, comune che ha dato i natali all’imprenditore. E lo stesso Scarpa, morto improvvisamente mentre era in Giappone nel 1978, quando la tomba non era ancora stata ultimata – lo sarebbe stata poi seguendo le sue indicazioni e i suoi disegni – riposa, collocato in piedi, tra la Tomba e il vecchio camposanto.

Mille cipressi non è un documentario sull’arte, un film a servizio dell’opera, ma un dialogo con l’opera che non è nemmeno ripresa nella sua interezza. Girato in un formato tradizionale, in Super 8, con un incipit nella casa del protagonista, in un’estetica pastello con il predominio del “rosso Kodak”, che si stacca fotograficamente dal resto del film. Sobrio, rarefatto, razionalista, rigoroso nella composizione dell’immagine, è il cinema di Luca Ferri, che in Mille cipressi traccia una corrispondenza d’amorosi sensi tra la settima arte e l’architettura, così come il dialogo che lo stesso Scarpa ha realizzato con le arti figurative e plastiche nei suoi allestimenti museali, come il palermitano Palazzo Abatellis. E ciò in un’opera, come la Tomba Brion, che è un collegamento tra vita e non vita, casa dei defunti ma anche luogo connesso con la vita, quella semplice di campagna, dove i bambini giocano e i cani corrono: «Bisognerebbe fare tutti i cimiteri così» diceva Scarpa.

L’architettura è una forma d’arte, come il cinema, che si fonda paradossalmente sul movimento, quello del fruitore che la attraversa, che percorre gli spazi e le stanze di un complesso architettonico. Luca Ferri costruisce un piccolo film su inquadrature fisse, dove ci sono solo due movimenti di macchina. Dove i quadri compongono ulteriori geometrie con quelle delle fenditure, dei cerchi, con le linee, ortogonali e oblique, e le proporzioni di un’armonia architettonica che richiama i tableau di Mondrian. Dove si colgono i riflessi degli specchi d’acqua, tanto cari al veneziano Scarpa, generando moltiplicazioni di immagini, di prospettiche linee di fuga in visioni escheriane. Dove l’uomo, rappresentato da quel Vincenzo Turca che era già silenzioso maggiordomo in Dulcinea (i corpi e i volti tornano nel cinema di Ferri), non è centrale, è spesso tronco, tagliato, parzialmente occultato dalle geometrie di Scarpa, non ripreso nella sua figura intera, o tenuto fuori campo come nel primo movimento di macchina che lo segue ma solo fino a un certo punto per poi proseguire oltre. Il suo percorso, in un mausoleo, un luogo di morte, confluisce in una rigenerazione della vita, nell’assimilazione di quel panino farcito preparato all’inizio. Una rinascita kubrickiana dopo l’uscita da quella tomba-astronave, che accoglie i sarcofagi di astronauti ibernati, dove l’assenza di gravità genera ribaltamenti escheriani dell’immagine, dove la voce off, atona come quella di un computer, rende atemporali, universali le riflessioni sull’architettura e sull’arte di Carlo Scarpa.

Info
Mille cipressi sul sito del Pesaro Film Festival.

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