Mother Lode

Mother Lode

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Un regista italiano, una coproduzione europea, un viaggio dall’altra parte del mondo sulle orme del lavoro, della sussistenza, dello sradicamento dai propri affetti. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica 2021, Mother Lode di Matteo Tortone colpisce al cuore e lascia il segno.

L’oro appartiene al Diavolo

Jorge lascia la sua famiglia e il suo lavoro di mototaxi nei sobborghi di Lima per cercare fortuna nella miniera più elevata e più pericolosa delle Ande Peruviane. Isolata su un ghiacciaio, La Rinconada è “la città più vicina al cielo”, qui arrivano migliaia di lavoratori stagionali attratti dalla possibilità di far fortuna e nella speranza di una vita migliore. Da qui, Jorge inizia un viaggio fatto di premonizioni, dove la realtà e l’immaginazione si legano indissolubilmente e dove il mito della ricchezza viene costruito sul sacrificio: occasionalmente dei giovani minatori scompaiono, perché l’oro appartiene al Diavolo, “el Tio de la mina” reclama sacrifici. [sinossi]

“Ascolta, questa non è una storia, sono tante. Sono storie su nessuno, ma possono anche essere su tutti. Parlano della sorte, dell’amore, dell’oro e della morte. Sono storie senza nome, che nascono dalla necessità, parlano dal valore del denaro e delle sue conseguenze”. La voce di Jorge (José Luis Nazario Campos) c’introduce il racconto che sta per dispiegarsi e, nello stesso momento, si rivela una sintesi efficace del progetto Mother Lode e delle sue intenzioni, artistiche e politiche. Primo lungo firmato in solitaria da Matteo Tortone, documentarista con esperienze pregresse in giro per il mondo, in particolare nel continente africano, è un film nato e sviluppato “on the road”, nei più sperduti angoli del Perù. In particolare, oltre alla capitale Lima dove tutto prende le mosse, a La Rinconada, ghiacciaio popolato da lavoratori stagionali che scendono nella profondità della Terra in cerca dell’oro, il metallo da sempre benedizione dell’Occidente e maledizione dei Paesi in via di sviluppo.

Felice sintesi tra narrazione organizzata e approccio documentaristico, con elementi misterici e soprannaturali innestati su un contesto geografico iperrealista, il film trova nelle immagini e nel bianco e nero del direttore della fotografia Patrick Tresch la sua vera forza. La camera segue e precede Jorge, rimane attaccata a lui e alle sue emozioni, trova una dimensione metafisica che unisce l’interiorità del personaggio alla forza ancestrale del paesaggio, sia esso urbano (la Lima della prima parte, un paesaggio notturno osservato da una periferia “sopraelevata” che non può che mandare alla mente Brutti, sporchi e cattivi di Scola) o montano. La reiterazione dei gesti quotidiani – giornata di lavoro, telefonata a moglie e prole, sera al bar, ritorno sbronzo e barcollante, ogni tanto una prostituta – è (ri)proposta con piccoli scarti di senso che comunicano il passare del tempo, l’intorpidimento delle membra, lo smarrimento sempre più lancinante per gli affetti lontani. La dirompente verticalità della montagna, il buio opprimente e “polveroso” della miniera, due direttrici puntate in senso inverso e in mezzo gli uomini, i lavoratori, formiche operose e disorientate, fedeli ad una sorte di pensiero magico e pànico, dove bisogna tenersi lontani dal Diavolo e parimenti offrire sacrifici e feticci per esorcizzarne l’opprimente presenza/assenza.

Perché la vera divinità senza volto è l’incomprensibile capitalismo che trova valore aggiunto da un minerale che, mostrato in bianco e nero, è completamente indistinguibile da ogni altro sasso intorno, a sottolineare la scelta tutta “umana” del conferimento di status ad un materiale piuttosto che a un altro. Scelta totalmente inversa, per ammissione dello stesso Tortone, a quella di Eric Von Stroheim, che in Greed colorava di giallo la parti di fotogramma interessate dalla materia aurea. Dall’incedere sputacchiante del mototaxi che fa manovra sulla spianata di casa e quello traballante di Jorge in una piazza desolata dove troneggia la statua di un minatore il passo è brevissimo, non c’è fuga possibile, nemmeno in questi spazi sconfinati.

Il finale, affidato al folklore popolare, alle pire propiziatorie, ai fantocci dati alle fiamme perché nessun compagno di miniera debba più fare la stessa fine, quella di scomparire inghiottito dalla caverna e dalle fauci del Diavolo tentatore, è accompagnata da musica diegetica, musica “da banda”. Jorge l’aveva trovata solo all’arrivo, ed il senso circolare della sua esperienza e di quella di mille altri come lui racchiude ulteriormente la materia in un unico orizzonte, il suo e quello di ogni altro sfruttato del pianeta. Per tornare, anche noi circolarmente, alla citazione iniziale, si tratta di TANTE storie, su TUTTI, che più che parlare delle conseguenze del valore del denaro, ce le mostrano in tutta la loro intossicante mostruosità.

Info
Mother Lode sul sito della SIC.

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