Lovely Boy

Lovely Boy

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Tra dadaismo pop in stile videoclip e realismo semi documentario Lovely Boy di Francesco Lettieri racconta la mala educazione e poi la rieducazione di un giovane trapper (che non vuole essere definito tale), incarnato da Andrea Carpenzano. Alle Giornate degli Autori 2021.

Ragazzo triste

Nic, in arte Lovely Boy, è l’astro nascente della scena musicale romana. Tatuaggi e talento puro, Nic forma insieme all’amico Borneo la XXG, un duo lanciato verso il successo. Risucchiato in una spirale di autodistruzione, Nic è perso e trascinato dagli eventi che lo porteranno fino a un punto di rottura: potrà fare i conti con se stesso solo lontano da tutto quel rumore. In una comunità di recupero sulle Dolomiti che ora accoglie persone che come lui sono cadute nel baratro della droga, tenterà faticosamente di ritrovarsi condividendo quella grande solitudine che si porta dentro. [sinossi]

Si parla da tempo, da ben prima della pandemia, dell’importanza di riportare il pubblico adolescente in sala strappandolo alle visioni domestiche, ma il cinema nostrano ad oggi non sembra molto interessato in tal senso. Reclama di certo l’attenzione di un target giovanile contemporaneo Lovely Boy di Francesco Lettieri, presentato a Venezia 78 come film di chiusura delle Giornate degli Autori. Ma che possa raggiungere le sale cinematografiche al momento non è certo, si tratta infatti di un prodotto Sky Original che prevede la sua messa in onda il 4 ottobre su Sky Cinema.

Già autore di numerosi videoclip (per, tra gli altri, Calcutta, Thegiornalisti, Noyz Narcos) e del film Netflix Ultras, Lettieri dimostra fin dalle prime inquadrature del film di avere le carte in regola per catturare la sua audience di riferimento, partendo in quarta con una carrellata di tatuatori e relativi tatuaggi che va a focalizzarsi sul titolo del film, impresso a inchiostro sul volto del protagonista, un azzeccato Andrea Carpenzano (Tutto quello che vuoi, La terra dell’abbastanza). Un incipit in stile Gomorra (il film, non la serie) per capirsi, solo che al posto dei lettini e delle docce abbronzanti qui abbiamo una schiera di tatuatori e tatuati (e un unico movimento di macchina).

Di adorabile (lovely) il nostro protagonista tatuato ha in realtà ben poco, Lovely Boy, all’anagrafe Nicolò, è infatti un ventenne taciturno che si esprime con la sua “band” attraverso rime baciate che inneggiano prevalentemente alle sostanze stupefacenti e alla relativa metodologia di utilizzo. Ma non chiamatelo trapper, lui non ama le definizioni, va dritto per la sua strada, che al momento non è un granché esaltante. Sta per firmare un contratto, forse, ma non è quello il suo obiettivo. Ha una fidanzata, Fabi (Ludovica Martino), ma non sembra molto coinvolto. Ha anche un cane, Botta, ma neanche di lui si prende granché cura. I genitori lo guardano con un misto di timore e ammirazione, in attesa della sua prossima mossa. Il compagno di palco, che si fa chiamare Borneo (Enrico Borello) fa altrettanto. Ma Nicolò pensa solo alla droga, come un vero tossico.

Tra numerosi “Bomba, zì” e varie declinazioni di “Spacca/spacchiamo tutto” il gergo giovanile è snocciolato con precisione etnolinguistica in Lovely Boy, trucco e parrucco sono impeccabili, fluorescenze e deformazioni visive varie non mancano di sottolineare gli stati di alterazione del protagonista. Lo stile è videoclipparo, certo, d’altronde l’autore viene da lì, ma non sembra volersi arrestare a questo e, proprio come il suo protagonista, reclama uno sguardo più partecipe e interessato. Se da un lato accontenta dunque di chi è curioso di farsi un giro nel freak show del carrozzone trap, il film di Lettieri introduce abbastanza presto una forma di sguardo più realistico, un po’ crudo e un po’ partecipe, nei confronti di una varia umanità unita nel disagio esistenziale e nella tossicodipendenza.

Racconto morale sulle difficoltà di crescita di un giovane trapper, Lovely Boy possiede infatti anche un registro realistico (non che gli “stati di alterazione” non lo siano), sospeso tra il dramma e il documentario, che emerge quando comincia a raccontare il percorso di recupero di Nic presso una comunità sulle Dolomiti, mantenendo poi in montaggio alternato la sua spirale lisergica. In tal senso, va detto che sono proprio le sequenze dedicate al rehab quelle più convincenti del film, in quanto Lettieri vi sfodera un cast di volti presi dal vero che portano tutti ben impressi i segni di una qualche dipendenza. E oltre a mostrare queste persone/personaggi con umano garbo e accorato interesse, il regista si rivela capace di assegnargli una personalità, a prescindere dal tempo di permanenza di ciascuno sullo schermo. E non è cosa da poco.

E così, mentre il carnascialesco del trap riemerge a ritmo regolare, nel presente del nostro no-future Nic la socialità con un altro tipo di galleria umana si offre quale cura per la solitudine. Se funzionerà, per lui, è tutta da vedere. Intanto, uno di questi ospiti della comunità gli offre la possibilità di chiarire – e non solo a lui, anche al pubblico – che la sua musica non è “rap” perché: “Il rap ha i contenuti, noi no. Lo facciamo apposta”.

La struttura narrativa dei flashback sul recente passato, tra tinte per capelli, fughe al bagno per sniffare e videoclip da girarsi al Corviale, con corredo di gregge di pecore e “fregne glitterate”, dovrebbe prevedere un climax, ma gli stravizi di Nic non sembrano aver mai fine e i flashback, tutti di natura equipollente, intraprendono una struttura paratattica più che evolutiva. Il fatto poi che la fidanzata sia incinta appare fin troppo strumentale e poco convincente, e a Nic non sembra fare nessun effetto. In ogni caso, Lettieri in questa porzione di film si diverte parecchio (e noi con lui) da un punto di vista registico e immaginativo, lasciandoci entrare nella mente bruciata di Lovely Boy con effettacci che ben gli si addicono come scimmie della carta da parati che prendono vita o un busto di Seneca che cerca, inutilmente, di fargli la morale. Sarebbe stato meglio forse costruire dei richiami tra passato e presente, ma il rischio da correre era quello di un eccessivo didascalismo.

Lettieri e il co-sceneggiatore Peppe Fiore hanno probabilmente preferito restare su un registro descrittivo per quel che riguarda il mondo musical-droghereccio di Nic e lasciare alla parte del rehab il vero e proprio racconto di formazione. Che risulta efficace, mai ricattatorio e abbastanza ruvido in termini di realismo. Certo, un po’ di moralismo alla base di questa storia c’è, inutile nasconderlo, infatti il povero Lovely Boy è e resta un ragazzo triste e solo che, nonostante il copioso utilizzo di droghe, non si diverte mai. Ma pazienza, d’altronde drogarsi è sbagliato si sa, e Lovely Boy, anche in questo sembra proprio avere la presa giusta, il cast giusto, il messaggio corretto e lo stile accattivante per conquistare un pubblico di adolescenti. A questo punto non resta che sperare che ci vadano entrambi in sala: sia il film che i teenager. Ed è un peccato che al momento non sembri questa la strada del film: dal 4 ottobre su Sky Cinema, a casa.

Info:
La scheda di Lovely Boy sul sito delle Giornate degli Autori.

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