Sermon to the Fish

Sermon to the Fish

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Sospinto da potenti venti antibellici ed ecologisti, Sermon to the Fish inaugura la nuova trilogia sui Racconti di Guerra dell’azero Hilal Baydarov, evolvendo il suo cinema ipnotico e filosofico in una fantasmatica riflessione sui sensi di colpa, sull’identificazione con la Natura, sull’inevitabilità di una morte già annunciata. In concorso al 75mo Locarno Film Festival.

Il (Sátán)cavallo di Varanda

Al suo ritorno dalla guerra, Davud scopre che tutti i suoi concittadini sono rimasti vittime di una strana malattia che li ha fatti imputridire. Anche l’unica sopravvissuta, la sorella, si sta lentamente decomponendo. Davud è tormentato dai ricordi di guerra, mentre affronta l’unica vera domanda: sopravvivere e vivere sono la stessa cosa? [sinossi]
Generale, la guerra è finita
il nemico è scappato, è vinto, è battuto
dietro la collina non c’è più nessuno
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare
da farci il sugo quando viene Natale
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare.
Francesco De Gregori, Generale

«Vivi in un posto senza vita. Perché sei tornato dalla guerra?» chiederà il capitano all’ennesimo Davud del “cinema come condizione esistenziale” di Hilal Baydarov. Poco conta che la guerra sia già finita, e ancora meno che sia già vinta. Nelle viscere di Davud, questa volta soldato dopo il ragazzo incompreso in cerca d’amore di In Between Dying e quello quasi opposto, ma al contempo proprio lo stesso, riapparso nel carcere di Crane Lantern come affabulante rapitore, il conflitto non può ancora e forse non potrà mai avere reale conclusione. Rimane nei traumi, nei sensi di colpa, nei tormenti, nei fantasmi, nei pianti ininterrotti ripensando ai compagni caduti in battaglia. Rimane nella certezza di una morte già annunciata, inalienabile, di cui si può solo attendere l’arrivo mentre tutto intorno progressivamente si spegne: le vite, gli affetti, la cittadina, la Natura. In Sermon to the Fish, traduzione fedele del titolo originale Balıqlara xütbə e primo episodio della nuova trilogia War Tales che proseguirà nei prossimi anni con i già annunciati Sermon to the Bird e Sermon to the Void, è ancora una volta un ritorno a casa a riaccendere il cinema dell’autore azero. Questa volta, però, ad attendere Davud non c’è più la consueta madre amorevole. Solo una sorella senza più nemmeno un nome e alla disperata ricerca di una simbiosi con gli elementi naturali, il suo cane zoppo che vaga strascinandosi come fosse ormai palmato, un qualche spettro del presente e del passato. Tutti gli altri sono già morti, uccisi dai vicini pozzi di petrolio, contaminati, inquinati, avvelenati, portati via dagli scarichi petrolchimici e ora mute tombe di terra e di fuochi nel deserto. Anche il paesaggio sembra costantemente proteso nell’atto del morire, anche la terra riarsa, anche gli animali e le piante. Non c’è più acqua, non c’è più elettricità, non c’è più gas, non c’è più cibo. Pure i pesci pescati dall’ultima residua pozza putrida diventano prima solo due, poi uno immangiabile nelle sue mutazioni e talmente pieno di petrolio da andare a fuoco, e infine immobili carcasse senza vita che galleggiano sulla superficie, portate via dalle ultime correnti. Come in una sorta de Il cavallo di Torino dal forte afflato antibellico ed ecologista senza però nemmeno il cavallo, senza nemmeno le patate, senza nemmeno il vano tentativo di sfuggire a un destino già segnato. Rimane solo la disperazione, l’attesa più struggente, l’umanità più straziata che riemerge sempre, nonostante tutto. Fino all’inevitabilità del medesimo finale di Sátántangó.

Eppure non c’è mai reale derivazione in Sermon to the Fish, e anzi l’evidente sguardo al maestro Béla Tarr (letteralmente maestro, visto il percorso di studi di Baydarov presso la Film Factory di Sarajevo) è semplicemente un omaggio a un modello – l’ennesimo dopo quegli spettri dei vari Malyan, Paradžanov e Tarkovskij che si aggiravano per i precedenti lavori dell’autore azero dalla trilogia (semi)documentaria sul nativo Katex alle incursioni nella finzione – che si innesta perfettamente coerente all’interno di un percorso autoriale ipercinefilo che rimane invece intimo e personalissimo, fatto di luoghi e di sguardi incorniciati da porte e finestre, di introspezioni e di polvere, di pozzi di petrolio e di ipnotici tappeti musicali minimali. Un cinema di piane sterminate e di improvvise salite vorticose, di alberi dalla chioma giallastra e di rocce scavate come sculture dal vento, di rifrazioni oleose e di silhouette che si stagliano nel sole negli abbacinanti controluce. Un cinema di parole (questa volta tutte in campo) e di sconfinati silenzi, di attese, di personaggi con il medesimo nome e incarnati nel medesimo attore (Orkhan Iskandarli, interprete di tutti i film di finzione di Baydarov) come differenti anime dello stesso alter ego, della stessa speculazione filosofica, dello stesso stato di trance che procede, si diversifica, si radicalizza, cresce film dopo film. Tornando, dopo la parentesi interlocutoria (o forse sarebbe meglio dire il passo ancora un po’ troppo lungo per la gamba, con tanto fascino ma pure ambizioni troppo grandi e multiformi per non rimanere in superficie e sfiorare la pretenziosità) di In Between Dying e il ritorno in carreggiata con Crane Lantern, a volare altissimo in un progetto che al talento e alla spontaneità emotiva dei primi lavori “casalinghi” e “familiari” sembra avere definitivamente imparato sul campo ad affiancare una più completa consapevolezza della narrazione, delle metafore, delle possibili espressività (ma anche dei limiti) del mezzo. Come se Baydarov si fosse in qualche modo reso conto della necessità di non poter parlare davvero di tutto, ma di dover selezionare meno tematiche, concentrandosi su una ricerca più circoscritta che in passato ma non per questo meno ambiziosa, per poi penetrarne la superficie e sviscerarle questa volta davvero fino in fondo, fino agli interstizi più oscuri ed emotivi del cuore e della mente, fino ai mattoni e alla calce che chiuderanno per sempre anche alla luce. Fino alla più densa profondità della morte, della guerra, del senso di colpa, di quei pozzi di petrolio in cui lavorava il padre del regista e da sempre centrali nel suo immaginario, e poi dell’appartenenza a un luogo come simbiosi con la sua Natura ma anche e forse soprattutto come malattia incurabile, come lento deperimento, come chiusura di ogni possibile residuo orizzonte. O forse come ultimo residuo vagito di umanità, più forte di ogni tormento, di ogni colpa, di ogni possibile fine.

«Ero così stanco che sono andato nel bosco e mi sono seduto sotto una quercia. Ho sognato tanto, e poi ho deciso di fare un film come un sogno», dichiara lo stesso autore azero nelle note di regia consegnate al Locarno Film Festival, dove Sermon to the Fish trova la sua prima mondiale nella vetrina del Concorso Internazionale nell’edizione numero 75. Un film in cui «le immagini più astratte sono diventate tangibili», in cui la guerra continua a tornare dal passato nei fantasmi della sindrome post-traumatica di chi si sente in colpa e negligente per non aver saputo (sor)vegliare i propri commilitoni, in cui l’Azerbaijan ferito diventa il luogo di simbiosi nel quale tentare di parlare con il vento, le piante, gli animali e la terra per tentare così di scusarsi, mentre se ne condivide la medesima triste sorte. Un film di immagini che esistono e che non esistono, in cui il sentore di morte è costante e si può solo accettare come la fine inevitabile, come l’unica possibile redenzione, forse come l’ultima e più estrema forma di Resistenza umana. Proprio come lo strazio di quel rossetto da mettersi ancora sotto il burqa che nasconde la carne ormai avariata della sorella, o come quei ripetuti pianti mentre passano in rassegna i nomi di chi non c’è più dopo avere assicurato loro che sarebbero tornati a casa sani e salvi. Ma non avrebbe senso andare via, perché la mente rimarrebbe comunque lì, in quelle piane assolate, in quelle strade polverose, in quegli specchi d’acqua e di petrolio. Non avrebbe senso fuggire, non avrebbe senso sottrarsi al proprio destino, alla propria essenza, ai propri traumi, che poi sono gli stessi del luogo a cui si appartiene, quello in cui non si può che morire insieme a lui. Si può solo sentire fino alla fine il vento che urla fra i capelli, si possono solo sentire fino alla fine le rocce ruvide sotto i polpastrelli, si può solo percepire fino alla fine quella mano che scende dal Paradiso, e così capire intimamente e sulla propria pelle la differenza fra la vita e la sopravvivenza, fra la morte e la dannazione, fra le scelte personali e il fato. Fra i sentimenti più fragili dell’uomo e il diabolico perpetrarsi suoi ripetuti orrori, in pace come in guerra, prevaricando l’uomo e il paesaggio. Poi rimarranno solo i brividi, le luci che si riaccendono, uno schermo che da nero ritorna bianco. La magia di un cinema impossibile, fuori dal tempo e fuori da ogni prassi, e forse proprio per questo così puro, potente, miracoloso. Basta abbandonare ogni resistenza alle sue suggestioni, al suo fascino, alla sua lirica, e lasciarsi dolcemente trascinare via.

Info
Sermon to the Fish sul sito di Locarno.

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