Io sono l’abisso

Io sono l’abisso

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Io sono l’abisso è la terza regia cinematografica per lo scrittore Donato Carrisi, che trova di nuovo ispirazione in un proprio romanzo. Un racconto di violenza, e di educazione alla violenza, che pone al centro del discorso un serial killer che uccide donne bionde dalle parti del lago di Como. Le ambizioni sono molto alte, peccato che il film non sembri mai in grado di reggerle, sia da un punto di vista registico che strettametne narrativo.

Dietro la porta verde

L’Uomo che pulisce pensa che si possono ricavare un sacco di segreti dai rifiuti. Perché la gente tende a mentire; la spazzatura, invece, non mente mai. L’Uomo che pulisce credeva di essere invisibile finché non ha incontrato la Ragazzina col ciuffo viola. La Ragazzina col ciuffo viola irrompe nella sua vita ordinata perché solo un angelo cattivo può salvarla adesso. Intanto, la Cacciatrice sa che là fuori c’è qualcuno che uccide le donne dai capelli biondi. Anche se nessuno le crede, lei lo sa. Ciò che non sa, invece, è che c’è qualcosa di malvagio che si nasconde dietro la porta verde. La verità sta in fondo a un abisso buio e profondissimo. [sinossi]

Una piccola curiosità iniziale: su richiesta esplicita di Donato Carrisi, sceneggiatore e regista di Io sono l’abisso, sia in fase di sceneggiatura che nella scheda tecnica che si trova in calce alla stessa saranno omessi i nomi degli interpreti. Ci si attiene alle volontà dell’autore, per quanto esse non siano ben chiare visto e considerato come i nomi del cast sono ben visibili nell’ultima schermata del trailer e per di più possono essere facilmente rintracciati online. Non si capisce neanche granché quale sia il senso di una tale scelta, dato che le identità “neutre” dei personaggi (“l’uomo che pulisce”, “la ragazzina col ciuffo viola”, “la cacciatrice”) nulla hanno a che fare con l’eventuale riconoscibilità del volto di questo o di quell’altro attore, che non può in nessun modo diventare oggetto di spoiler. Ma tant’è, non è certo un problema. Ci si riserva prossimamente, quando il film avrà avuto la sua occasione di arrivare vergine agli occhi del pubblico, di integrare la scheda tecnica con i dati relativi al cast.

Venendo al film, non c’è dubbio che Donato Carrisi possieda la capacità di costruire incipit affascinanti, in grado di catturare da subito l’attenzione del pubblico. Dopo la convocazione notturna dello psichiatra Flores in ospedale che apriva La ragazza nella nebbia, e il rapimento mattutino dell’adolescente Samantha in testa a L’uomo del labirinto, in Io sono l’abisso inizia con una madre che porta il suo bambino nella piscina malmessa, e assai poco curata, di un hotel. Il figlio ha paura a entrare in acqua, nonostante i braccioli, ma la madre lo incita a non farsi spaventare e a lanciarsi. Quando il piccolo inizia ad avere problemi, finendo sotto il pelo dell’acqua, la donna invece di soccorrerlo spegne con tutta calma la sigaretta che stava fumando, si alza dalla sdraio, e se ne va. L’impietosa inquadratura a piombo sulla piscina con le foglie morte che galleggiano insieme ai due braccioli sembra suggerire allo spettatore il peggio. Carrisi dà l’abbrivo al suo terzo lungometraggio da regista nel modo migliore, mostrando anche la volontà di affidarsi a un’estetica non prona, tra inquadrature ricercate, una fotografia accuratamente slavata, e un cinismo di fondo che ben si applica al concetto stesso di thriller. Dopo l’arzigogolato L’uomo del labirinto, poi, il film sembra muoversi in una direzione chiara, netta, e soprattutto credibile. Non ci vuole molto però a rendersi conto di come quest’ultima non sia altro che una pia illusione. Basta in fin dei conti l’introduzione dei tre personaggi attorno ai quali ruoterà l’intera vicenda. L’uomo che pulisce è un serial killer, all’apparenza attratto da donne bionde di mezza età che adesca nei night club della città – il film è ambientato nel comasco – ricorrendo a parrucchino e baffi finti; di giorno si guadagna da vivere come netturbino comunale, e la sua massima è “Le persone dicono bugie, ma la spazzatura non mente”. Dopo aver eliminato una delle sue vittime (una signora nella cui immondizia aveva trovato un’unghia finta laccata di rosso e spezzata), l’uomo che pulisce salva dall’annegamento nel lago una quattordicenne, la ragazzina col ciuffo viola. Questo ovviamente marca un’anomalia nella prassi del killer, che infatti scappa prima che la giovane riprenda i sensi: un comportamento che mette in allerta la cacciatrice, una donna che tutti pensano sia pazza e che vive in una villetta isolata.

Com’è facilmente intuibile le tre trame dovranno volenti o nolenti trovare un punto di contatto, fino ad arrivare a confondersi. Carrisi, che ancora una volta trae ispirazione da uno dei suoi romanzi, si lascia però da ben presto dominare dall’ambizione autoriale, sovrapponendo i piani temporali, balzando avanti e indietro, giocando con l’illusione dello spettatore. Crea una volta di più un labirinto, nel quale finisce per perdersi senza più trovare il bandolo della matassa, vale a dire la via d’uscita. I traumi che devono fronteggiare i tre personaggi, così diversi tra loro eppure così simili, spingono Io sono l’abisso verso una riflessione sul Male, e su come esso faccia parte dell’animo umano a tal punto da conformarne la quotidianità. Per quanto solo la cacciatrice sia apostrofata in questo modo, tutti e tre i personaggi sono a loro modo dei pazzi, perché non seguono né la morale corrente né la “norma”. Lo stesso forse pretenderebbe di farlo lo stesso Carrisi, visto e considerato che epura dal suo racconto qualsiasi elemento collegabile alla suspense: tutti i crimini sono compiuti fuori scena, come se si trattasse qualcosa di così atroce da non poter essere “visto”, e d’altro canto è anche fuori scena (dietro una porta dipinta di verde) la “voce” nella testa dell’uomo che pulisce che lo spinge a uccidere, a rifarsi con violenza su quelle povere donne. D’altro canto il film non sembra voler coinvolgere lo spettatore nella ricerca della verità – anche psicologica, oltre che poliziesca – ma solo metterlo a parte dell’intimità dolorosa di alcuni esseri umani che devono confrontarsi con il trauma e provare a evolvere. Eppure, in netto contrasto con questa ipotesi di racconto, Carrisi si rifugia in inquadrature sghembe, in sofisticate silhouette, tutti escamotage della messa in scena che dovrebbero supporre il tentativo di visualizzare il perturbante.

Anche per questo dunque il film risulta completamente scisso, diviso a metà, due metà incomplete che mostrano crepe e che non permettono allo spettatore né di interessarsi al destino di questi personaggi troppo poco scritti per risultare stratificati, né di emozionarsi e spaventarsi per le possibili azioni di un uomo che uccide delle donne. Quasi non si fidasse dell’immagine Carrisi sente la necessità narrativa di spiegare ogni singolo passaggio, ma nonostante questo riesce a perdersi in una serie quasi ininterrotta di buchi logici, a partire da un passato che ha tutti i crismi degli anni Settanta ma a rigor di logica temporale dovrebbe svolgersi sul finire degli anni Novanta, E questo è solo uno dei molti esempi possibili – anche se forse il più eclatante – dell’aria di continua confusione che domina Io sono l’abisso. Schiacciato da un’ambizione fuori controllo il film non sa mai trasformarsi davvero in racconto, disperdendo anche il fascino potenziale e risultando completamente anaffettivo, a causa di una scrittura così apodittica e superficiale da non riuscire mai a trasformare i personaggi in persone. Ennesima occasione mancata dal cinema mainstream “di genere”, Io sono l’abisso mostra un regista che dovrebbe smarcarsi forse una volta per tutte dai suoi romanzi e concentrarsi solo sull’immagine, e sul suo valore comunicativo e di racconto. Altrimenti sarebbe meglio che Carrisi tornasse solo alla pagina scritta, senza velleità autoriali che non pare essere in grado di soddisfare.

Info
Io sono l’abisso, trailer.

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