La ragazza nella nebbia

La ragazza nella nebbia

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Sia pur debitore di molti diversi immaginari – dal thriller scandinavo a Twin Peaks – La ragazza nella nebbia, esordio dello scrittore Donato Carrisi, riesce a raggiungere una dignità e un’eleganza di confezione spesso assente dal nostro cinema medio.

Sguardi annebbiati

Un piccolo paese di montagna, Avechot. Una notte di nebbia, uno strano incidente. L’uomo alla guida viaggiava da solo. È incolume. Allora perché i suoi abiti sono sporchi di sangue? L’uomo si chiama Vogel e fino a poco tempo prima era un poliziotto, molto famoso per i suoi metodi poco ortodossi. Sollecitato da uno psichiatra, Vogel rievoca l’ultimo caso a cui ha lavorato, la scomparsa di una ragazzina, Anna Lou. [sinossi]

L’esordio alla regia dello scrittore Donato Carrisi (non è parente di Al Bano), La ragazza nella nebbia, appare come la perfetta dimostrazione della mutazione genetica cui è incorso – ahinoi – il cinema italiano. Adattando un suo stesso romanzo di un paio di anni addietro, Carrisi ha diretto un thriller che non è né politico – come, sull’onda di Sciascia, voleva la tradizione del cinema civile – né morale/esistenziale, né iper-violento e spregiudicato – come invece era abitudine del nostro poliziottesco. Anzi, La ragazza nella nebbia ha le vesti di un prodotto dignitoso, non privo di diverse sbavature tra scrittura e recitazione, ma comunque elegante nella confezione e discretamente efficace nella gestione dei colpi di scena. Eppure gli manca un qualsivoglia guizzo di originalità, e tutto – a partire dall’ambientazione nordica, nevosa e nebbiosa – sa di già visto.

Raccontando la storia di una ragazzina scomparsa sulle cui tracce si mette il poliziotto-segugio Vogel, che unisce grande riguardo per la visibilità mediatica a un intuito infallibile per assecondare il quale è disposto a creare delle false prove (sul modello del Quinlan wellesiano), Carrisi ci dipana una vicenda e un’ambientazione che richiamano tanto il thriller scandinavo, quanto Twin Peaks, quanto ancora recenti e non del tutto risolti esempi italiani, in particolare La ragazza del lago di Andrea Molaioli e In fondo al bosco di Stefano Lodovichi. Tra l’altro, con la curiosità che anche ne La ragazza del lago il poliziotto protagonista era interpretato da Toni Servillo, solo che lì dava sfoggio della sua estroversione napoletana e dialettale, qui in La ragazza nella nebbia è molto più misurato e composto. Il che da un certo punto di vista potrebbe essere anche non disdicevole – visto che alla lunga il film di Molaioli si faceva apprezzare più per i suoi momenti comici partenopei che per la costruzione del thriller – ma allo stesso tempo questa perdita del dialetto finisce per rappresentare un ulteriore fattore di spersonalizzazione.
E allora, di nuovo, viene da pensare che l’imposizione delle Film Commission di dover girare in loco stia condizionando troppo il nostro cinema. Prima era tutto un fiorire di ambientazioni pugliesi – quando l’Apulia Film Commission era in auge – ora invece assistiamo all’invasione cinematografica del Sud Tirolo, stante la forza che ha acquisito di recente la IDM Südtirol – Film Fund & Commission.
Così il cinema italiano si muove tra sentore del non-luogo (location non meglio definite, utili ad adattarsi a storie inizialmente previste altrove), come pure tra localismo e globalizzazione. Il glocal è d’altronde una tendenza generale – e l’esempio di quanto sta succedendo in Catalogna lo dimostra perfettamente – ma a cui bisognerebbe saper rispondere proponendo dei modelli connotati da una forte identità e non come se si potessero confondere con qualcos’altro.
Basti pensare che in questi giorni è in sala un titolo speculare a La ragazza nella nebbia, L’uomo di neve, con tra l’altro trama e atmosfere molto simili, ma un po’ americano e un po’ scandinavo, girato in lingua inglese, con attori anglosassoni e regista, Tomas Alfredson, dai natali nordici. A un’occhiata superficiale, sembra quasi inevitabile che possano essere scambiati l’uno con l’altro.
E, volente o nolente, il senso stesso dell’operazione La ragazza nella nebbia è esplicitato dal leitmotiv visivo del plastico della cittadina di Avechot in cui è ambientato tutto il film: vediamo casette ed edifici in miniatura, come dei giochi di bambini, e pensiamo che possa essere qualunque paesino in qualunque latitudine, quasi fosse un esperimento di cinema (e di vita, e di immaginario) costruito in vitro.

Detto questo, La ragazza nella nebbia almeno possiede quella dignità di confezione che spesso manca ai presunti prodotti medi del nostro cinema. Pur esordiente, Carrisi sembra avere la mano sicura – anche se non sempre – soprattutto nel restituire la fascinazione di certi momenti, si pensi ad esempio all’atmosfera mystery che si instaura nell’albergo abbandonato in cui fa irruzione Servillo. Allo stesso modo è ben gestita la figura del professore interpretato da Alessio Boni, per lunga parte irriconoscibile per via di una lunga barba. Insomma, La ragazza nella nebbia è un sufficiente prodotto da entertainment, che poteva essere fatto qui come a Oslo. E se è vero che abbiamo bisogno come il pane di prodotti medi, ricordiamoci però che è anche vero che la “medietà” non significa annullare del tutto il coraggio di raccontare qualcosa con personalità e con un minimo di inventiva.

Info
Il trailer di La ragazza nella nebbia su Youtube.
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