Dog Soldiers

Dog Soldiers

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Nel 2002, a trentadue anni, il britannico Neil Marshall esordisce alla regia con Dog Soldiers, che dimostra da subito una delle peculiarità che lo contriddistingueranno negli anni: la capacità di mescolare generi diversi tra loro con estrema naturalezza. In questo caso si tratta di prendere il film d’ambiente militaresco e immergerlo nel folclore licantropico, il tutto dominato da un’ironia beffarda. Al Trieste Science+Fiction Festival in occasione di una masterclass del regista.

I was a lieutenant werewolf

Una squadra di soldati inglesi sta compiendo un’esercitazione nella Scozia piú sperduta quando si imbatte in un Capitano delle Forze Speciali gravemente ferito, scampato al massacro della sua squadra. Una zoologa avverte i soldati che nella regione sono in circolazione branchi di lupi mannari. [sinossi]

Neanche nella brughiera di Un lupo mannaro americano a Londra si aggiravano così tanti licantropi quanti se ne vedono all’opera in Dog Soldiers. Sono trascorsi vent’anni dalla prima proiezione pubblica del film, al Festival international du film fantastique de Bruxelles dove trionfò ottenendo sia il Corvo d’Oro che il premio del pubblico – impresa riuscita in seguito solo a Le streghe son tornate di Álex de la Iglesia, e a Vicious Fun di Cody Calahan –, e l’esordio di Neil Marshall continua ad apparire una creatura bizzarra, perfettamente a suo agio nei modelli produttivi dell’epoca eppure in qualche modo laterale, in grado di mettere in campo una cinefilia a tratti fin troppo esibita senza per questo perdere mai di vista l’obiettivo. L’occasione per riscoprire le qualità del film sul grande schermo l’hanno avuta gli spettatori del Trieste Science+Fiction Festival, dove la proiezione ha funto da corollario alla masterclass tenuta dal cinquantaduenne regista britannico, presente nella città giuliana anche per mostrare The Lair, il suo settimo parto creativo che il festival ha selezionato nel fuori concorso. Ciò che salta subito all’occhio, nel tornare vent’anni dopo nella casa nel bosco in cui si combatte la lotta furibonda tra gli umani e i lupi mannari, è che Dog Soldiers non sceglie di mettere al centro del discorso i licantropi per spruzzare poi un po’ di action su una pellicola horror, ma compie invece un movimento esattamente opposto e speculare. Marshall dirige in tutto e per tutto un film d’ambientazione militaresca, e non a caso infarcisce i dialoghi di un machismo diffuso, con personaggi che sprizzano testosterone da tutti i pori – ivi compresa la zoologa interpretata da Emma Cleasby, che tornerà poi a lavorare con Marshall sei anni più tardi in Doomsday – Il giorno del giudizio –, e sono semmai le bestie che si trasformano con la luna piena a colorare il film, per il resto non a caso completamente desaturato in fase di fotografia e addirittura con inserti in bianco e nero che sottolineano le soggettive degli uomini trasformati in lupi.

Una scelta vincente, perché permette al film di staccarsi quasi completamente dai cliché che di solito accompagnano il racconto dedicato ai licantropi. Certo, permangono alcuni passaggi basilari e ai limiti del folcloristico (l’avversione per l’argento, per esempio), ma sono quasi tutti spinti in direzione di una rilettura sarcastica del genere, consapevole per di più del proprio carattere puramente cinematografico. Ecco dunque che i personaggi in scena fanno in maniera plateale riferimento a In compagnia dei lupi di Neil Jordan (“è vero che i lupi mannari si riconoscono dalle sopracciglia unite?”), per esempio, come d’altro canto anche tutta la gestione del cameratismo militaresco guarda senza indugi dalle parti di Apocalypse Now e Salvate il soldato Ryan, che sembrano la base portante di una buon addestramento guerresco. Marshall, che in qualche misura si confronta con il kammerspiel, visto che parte consistente di Dog Soldiers si articola attorno al progressivo deterioramento dei rapporti personali tra esseri umani costretti a condividere una condizione di cattività – e non è un caso che la struttura portante della sceneggiatura e della regia sembri rivolgere lo sguardo in particolar modo in direzione di tre capisaldi del genere, vale a dire La notte dei morti viventi, La casa, e Aliens – Scontro finale: quest’ultimo apparentamento è il più naturale perché entrambi i film si articolano attraverso una dialettica tra cinema dell’orrore e cinema di guerra –, si adagia di quando in quando nella comoda alcova della cinefilia, ma in realtà dimostra di avere le idee molto chiare, a partire ad esempio da un utilizzo per niente ovvio, né parco, degli elementi splatter.

Per contrasto, forse ancora una volta trovando in Sam Raimi una sorta di stella polare, Dog Soldiers è anche un film intriso di un’ironia sarcastica, pungente, a volte raffinata ma più spesso contraddistinta da un cattivo gusto che non teme nulla e nessuno. Il modo in cui vengono utilizzati i rumori (la cerniera di un jeans che si sovrappone all’apertura di una tenda, per esempio), in cui si scherza su elementi grandguignoleschi come le viscere di un essere umano, in cui si risolvono anche le situazioni più ingarbugliate, tra braccia tagliate, pistolettate in testa, e via discorrendo, spinge Marshall in direzione di un fumettismo che non dimentica però mai la potenza di un effetto spudoratamente “realistico”; di nuovo il tentativo è dunque quello di fondere elementi in netto contrasto tra loro, cercando un punto d’incontro che permetta al film di trovare una propria identità. Una ricerca che qui è ancora condotta in modo istintivo, e quindi a tratti anche rozzo, ma che troverà la sua dimensione sia nel successivo The Descent, mélange tra horror e film d’avventure, che nel già citato Doomsday e perfino in Centurion, incursione di Marshall nei territori del peplum. Rivedendo Dog Soldiers viene però naturale rammaricarsi, perché quella libertà espressiva, quel totale sprezzo di ogni regola presunta – si veda anche l’utilizzo del montaggio, che si muove ardito, quasi sfacciato nel superamento di ogni logica spaziale – è sempre più difficile da rintracciare nelle recenti sortite registiche di Marshall, che come gran parte della produzione horror e di genere degli ultimi anni sembra vittima di un sortilegio, così crudele da uniformare ogni idea a una visione predigerita, e dunque mai spigolosa e spiazzante. Una maledizione a ben vedere assai più nefasta del morso di un lupo mannaro. Ci si incolla così ai titoli di coda di Dog Soldiers, dove con una zampata finale Marshall ride ancora con lo spettatore, dichiarando il suo film un racconto degno di un tabloid, un po’ come un Inghilterra-Germania 5-1, così epica da non essere più dimenticabile.

Info
Dog Soldiers sul sito del Trieste S+F.

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