Sì, Chef! – La brigade

Sì, Chef! – La brigade

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A quattro anni di distanza da Le invisibili il trentanovenne francese Louis-Julien Petit torna alla regia con Sì Chef! – La brigade, confermando la sua volontà di mescolare la commedia alla riflessione non priva di amarezze sull’emergenza sociale. Stavolta il tema fin troppo abusato della cucina viene virato in direzione di una lettura della vita degli immigrati minorenni. Ottime le intenzioni, onesta la fattura, sovrabbondanza di retorica.

Liberté, Égalité, Fraternité

Cathy è una chef di 40 anni, innamorata del suo lavoro e con un grande sogno: aprire un ristorante stellato. Le cose però iniziano presto a non andare secondo i suoi piani e, fra conti e complessità organizzative, si trova ad affrontare da subito le difficoltà del mestiere.[sinossi]

“Sì, Chef!”. Innumerevoli volte gli appassionati di programmi e talent a sfondo culinario hanno aperto le orecchie a questo grido collettivo, negli ultimi anni: è la risposta che la brigata di cucina deve dare allo chef, a chi è più in alto in grado, a chi detta le regole. È l’urlo che contiene l’obbedienza, ma anche l’imperativo comune di raggiungere un risultato, nel lavoro collettivo che permette di portare in tavola le pietanze. Sì, Chef! è anche il titolo con cui I Wonder ha deciso di tradurre l’originale La brigade (che pure resta come sottotitolo), nuovo capitolo all’interno della filmografia di Louis-Julien Petit, come sempre alla ricerca del miracoloso punto d’incontro tra commedia e dramma sociale, tra spunto narrativo non privo di frizzante soavità e resoconto dettagliato degli ultimi, di chi è dimenticato (si veda l’immediatamente precedente Le invisibili, ad esempio) o sta addirittura con un passo fuori dalla Francia, come avviene ad esempio proprio ai componenti della brigata della quarantenne Cathy. La donna ha infatti appena lasciato il suo lavoro di sous-chef, convinta di poter perseguire il sogno di una vita, quello di aprire un ristorante stellato (che è poi l’ideale lavorativo della stragrande maggioranza dei partecipanti a Masterchef, anno dopo anno, edizione dopo edizione), ma deve scontrarsi con la spietata legge del mercato: non c’è lavoro, ma solo crisi economica. Cathy si trova così costretta ad accettare l’impiego di gestire la mensa di un centro di accoglienza per giovani migranti, e ben presto si renderà conto che l’unica possibilità è il tentativo disperato di trasformare una parte di questi minorenni con il foglio di via già quasi incollato alla mano nella sua brigata di cucina.

L’intento di Petit è lodevole, vale a dire cercare di affrontare un tema scottante, e verso il quale una parte del pubblico potrebbe preferire tenersi aprioristicamente alla larga, da una prospettiva delicata, e soprattutto provando a far ridere gli spettatori. Partendo da questo presupposto il risultato ottenuto può essere considerato se non del tutto soddisfacente per lo meno incoraggiante: uscito in sala in Francia lo scorso marzo dopo essere stato presentato a fine gennaio al “Festival della Commedia” de l’Alpe d’Huez (dove per di più la protagonista Audrey Lamy ha ottenuto il riconoscimento per la migliore interpretazione femminile), Sì, Chef! ha guadagnato al botteghino quasi 3 milioni di euro, a fronte di un investimento di poco meno di 5. Per di più, dettaglio non indifferente, degli oltre 380mila biglietti venduti per il film meno di un sesto sono stati acquistati in sale parigine, a dimostrazione di una capacità nazionalpopolare che sarebbe ingiusto non riconoscere a Petit. Il trentanovenne cineasta transalpino sa bene quando utilizzare la retorica, e in che quantità, e così il suo film a una prima metà più spensierata, dove il ricorso a gag e battute è maggiormente sistematico, ne contrappone una seconda dal tono più cupo, melanconico, adatto ad affrontare un tema spinoso e a mostrare le falle di una società che ama raccontarsi aperta, democratica, ed egalitaria ma in realtà preferisce con troppa facilità voltare la testa dall’altra parte e fingere di non vedere, e non sapere. Difficile dunque non aderire alla visione di Petit, alla sua idea di civiltà, e allo stesso tempo altrettanto arduo non lasciarsi contagiare da un’energia così positiva, persistente, dal alto “giusto” della barricata.

Al di là di tutto questo, però, viene da chiedersi se alla visione della società Petit sappia sovrapporre anche una visione del cinema, e del suo senso. Perché, tra un disastro in cucina e l’altro, tra un malinteso e una boutade, si ha l’impressione che la vita narrata scorra via senza che l’immagine sappia mai trattenervi davvero il senso. Narrazione per la narrazione, senza particolare interesse posto sul punto di osservazione, sull’altezza dello sguardo, sul senso dell’immaginario. La verità è che probabilmente Sì, Chef!, come la stragrande maggioranza delle commedie contemporanee, potrebbe assolvere al proprio ruolo anche se fosse solo un radiodramma, o un racconto orale: si potrebbe ridere negli stessi momenti, o commuoversi, o provare un rigurgito di fastidio verso le condizioni in cui i minori migranti vengono costretti a vivere. Non cambierebbe granché, insomma, con l’immagine in movimento che diventa quasi un orpello inutile, un vezzo produttivo. Nulla di nuovo, e lo si scriveva dianzi, perché il cinema contemporaneo sta progressivamente dimenticando il valore dell’immagine, il suo senso, la stratificazione che può nascondere al proprio interno. Perché Petit si diverte a prendere in giro l’ossessione dell’oggi per i reality ambientati in cucina, ma andando a stringere non è che la sua messa in scena si discosti molto da quel canone espressivo. E così un film che ambirebbe a guardare in direzione di Aki Kaurismäki – almeno in parte – si ritrova ad assomigliare a Cucine da incubo.

Info
Il trailer di Sì, Chef! – La brigade.

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