I tre moschettieri – Milady

I tre moschettieri – Milady

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Ne I tre moschettieri – Milady tornano gli spadaccini più famosi della storia della letteratura, sempre sotto l’egida di Martin Bourboulon e sempre alle prese con gli intrighi di palazzo nella Francia di Luigi XIII. Con una produzione sontuosa il cinema transalpino presenta la propria ideale risposta ai supereroi d’oltreoceano, attraverso un dittico che non chiude quell’universo storico d’avventura, ma apre invece alla creazione di un vero e proprio “Univers Cinématographique Dumas”. La sfida al botteghino è aperta, la si vincerà?

I segreti di Milady

Constance Bonacieux viene rapita sotto gli occhi di D’Artagnan. Nella frenetica ricerca per salvarla, il giovane moschettiere, aiutato da Athos, Porthos e Aramis, è costretto a unire le sue forze con quelle della misteriosa Milady de Winter. [sinossi]

Fin dalla sua uscita in territorio francese, un paio di mesi fa, I tre moschettieri – Milady è stato accompagnato in fase critica – e di dialogo cinefilo – dalla dicitura “Dumas Cinematic Universe”, anche se i transalpini senza dubbio preferirebbero definirlo semmai “Univers Cinématographique Dumas”. Un’attribuzione che guarda non senza ironie a quel finale nuovamente aperto, pronto dunque a suggerire una molteplicità di narrazioni che nel prossimo futuro potrebbero invadere il mercato nazionale ed europeo, ma che a prestare maggiore attenzione a ciò che si ha davanti agli occhi merita di non essere trattata con eccessiva superficialità. Ovvio, non è nuovo nel mondo del cinema dedito all’avventura (sia essa collocata sotto il profilo temporale nel presente, nel passato, o nel futuro) ricorrere a quello che in inglese viene chiamato cliffhanger – vale a dire lasciare il lettore/spettatore (e non di rado anche il o la protagonista della vicenda) appeso in attesa di una soluzione dell’intreccio –, ma va detto che Milady approdava in sala dopo D’Artagnan con la “promessa” di mettere la parola fine al ritorno sul proscenio cinematografico dei quattro spadaccini più celebrati nel campo delle arti. Invece ecco che il secondo film diretto da Martin Bourboulon e desunto dalle pagine di Alexandre Dumas termina senza terminare, o per meglio dire lasciando aperti spiragli per un proseguo della narrazione. Mentre a Hollywood l’imperante verbo cinecomico sta mostrando il fiatone – e lo testimonia, ironia della sorte, Madame Web di S. J. Clarkson che in Italia arriva in sala insieme a I tre moschettieri – Milady – a Parigi e dintorni l’industria più forte e radicata del Vecchio Continente apre a una sfida inedita, dare vita a un universo cinematografico che affondi le sue origini nelle basi della cultura nazionalpopolare. Donare nuova vita al feuilletton non come vezzo, ma come pratica abituale, con l’intento di rivolgersi alle giovani e giovanissime generazioni – insieme al film in Francia è stato dato alle stampe un fumetto in stile manga, tanto per portare un esempio concreto. Da qui deriva anche quel sentore di contemporaneo su cui fin troppo si è favellato: è vero, è presente in scena in modo completamente marginale (per ora, sia chiaro) il personaggio di un moschettiere africano al servizio di sua maestà, ma fa sorridere che si accusi di essere “antistorico” un film che prende spunto da un romanzo che ricostruiva in modo a dir poco fantasioso il regno di Louis XIII.

Semmai ben più interessante è il modo in cui viene riscritto quasi completamente il personaggio della villain di turno, ovviamente Milady, che merita il suo nome nel titolo perché tutto, all’interno di questo secondo capitolo cinematografico, si muove attorno a lei – o forse è mosso da lei stessa in persona. Se a Dumas poteva ancora bastare, per i codici narrativi dell’epoca, una misteriosa “cattiva” tout court, Bourboulon insieme alla sua squadra di sceneggiatori composta da Alexandre De La Patellière e Matthieu Delaporte approfondisce il personaggio, ne arrotonda in parte gli angoli più spigolosi, cerca di entrare nella sua psicologia; ma nel far ciò, in un’operazione che potrebbe apparire non troppo dissimile da quella portata avanti nel cosmo produttivo disneyano per Malefica o Crudelia, I tre moschettieri – Milady non trasforma mai questa enigmatica e bellissima donna in un’eroina, né la giustifica agli occhi del pubblico. Si entra semmai, ed è l’ingresso in un antro oscuro e affascinante, in una prospettiva differente, meno monocroma e dunque anche meno statica. Una stasi che la regia di Bourboulon vede come suo principale nemico: le avventure di D’Artagnan, Athos, Porthos, e Aramis sono rocambolesche, a perdifiato, e così la messa in scena è perennemente nevrotizzata, con le riprese a mano che non perdono in eleganza ma acuiscono l’efficacia di una vita corsa sul filo di una spada – o daga, come la chiamano nel film seguendo un linguaggio démodé che ha il pregio di non farsi mai stucchevole.

Chi ha seguito con apprensione la vicenda narrata nel primo film sa che si riparte esattamente dal medesimo punto – con tanto di piccolo riassunto iniziale –, quello in cui la povera Constance, ragazza amata dal giovane moschettiere D’Artagnan, viene rapita dopo che un attentato alla vita del re è miseramente fallito. Nell’inseguimento che produce questo evento traumatico, I tre moschettieri – Milady riporta a galla alcuni personaggi storici cruciali per la vita di corte in quel di Francia, a partire ovviamente dal cardinale Richelieu per arrivare alla guerra a un passo dalla deflagrazione che vedrà contrapporsi ugonotti e cattolici. In qualche misura Bourboulon sembra assolvere persino uno scopo didattico, discorso – legato però anche alle film commission, fondamentali per dare la “luce verde” a un progetto così oneroso sotto il profilo produttivo – che può valere per le numerosissime location storiche francesi mostrate in tutto il loro fulgore. Quel che però emerge soprattutto è la volontà di riportare gramscianamente al popolo la narrazione che gli permetta di ricongiungersi con la storia nazionale. Dumas come padre della patria? Non sarebbe male, vista anche la ben nota discendenza afro-haitiana del grande scrittore che ha modo di parlare in modo schietto e diretto a una nazione che ancora fatica a fare i conti con la propria decennale – secolare, se si ripensa al Moammed Sceab/Marcel pianto da Giuseppe Ungaretti in In memoria – multiculturalità. Perfetto esempio di un cinema che sa intrattenere senza dimenticare in un cantuccio il cervello, I tre moschettieri – Milady convince pienamente, più del suo immediato predecessore. In attesa dell’universo dumasiano.

Info
I tre moschettieri – Milady, il trailer.

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