Tre ciotole
di Isabel Coixet
Presentato in anteprima mondiale nella recente edizione del Toronto International Film Festival, Tre ciotole rappresenta l’ultima fatica dell’attivissima regista catalana Isabel Coixet, oramai alla sua diciottesima regia “solista” – avendo diretto singoli episodi per film compositi come Paris, je t’aime (2006) e Invisibles (2007) –, per la prima volta alle prese con l’Italia e con Roma nell’opera d’adattamento dell’omonimo romanzo di Michela Murgia (Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, 2021). L’autrice di Barcellona ristruttura la natura episodica del suo riferimento letterario – fatto di racconti/vicende che si legano gradualmente tra loro – focalizzando il tutto su Marta e Antonio, avvalendosi di due nomi di rilievo come Alba Rohrwacher ed Elio Germano per dar corpo alla storia. La sensazione è però quella di una scelta poco ponderata, squilibrata nel rapporto tra quantità di fatti e tempo del racconto, assente di una ricalibrazione la cui pena è quella di vuoti riempiti con trovate stilistiche, narrative ed emozionali che, da commozione, rapidamente si tramutano in noia e perfino a volte in imbarazzo.
«Ora vediamo…»
Marta e Antonio sono una coppia di Roma che si ama da sette anni, condividono una casa a Trastevere vicino al ristorante di lui, mentre lei insegna ginnastica in un liceo. Quando Antonio decide di lasciare Marta la vita di questa si frantuma in schegge sparse di ricordi, notti insonni e irascibilità verso gli altri e verso l’eccentrica sorella. Col tempo le cose si riassestano, e Marta trova conforto ora nell’amicizia con un collega professore di filosofia e ora nel cartonato di un pop idol coreano, che porta a casa e con cui parla di sé e di Antonio. Tutto ora sembra affrontabile, se non fosse che il suo stomaco pare voler continuare ad intralciarne il percorso di recupero, tenendola sveglia e costringendola a rimettere più volte al giorno, sino a rivelarle una condizione assai più grave di quella che sembra.
Il rischio di raccontare altri luoghi è quello di non coglierli davvero, di semplificarli sino a un populismo più evidente e se possibile meno profondo di quello dei “locals”. Il rischio di scegliere due nomi importanti di un’altra cinematografia è quello di non conoscerli a tal punto bene – nel loro percorso e nelle loro applicazioni ricorrenti – da non saperne bilanciare e amalgamare le caratteristiche. Il rischio di cambiare l’assetto strutturale di un’opera letteraria sta nell’attenzione che serve per non vanificare il lavoro calcolato di intrecci e tempistiche di emersione dei caratteri nel tempo necessario, pena l’incepparsi di un meccanismo che era stato pensato come l’incastrarsi di tutt’altro genere di ingranaggi. E se alcune di queste non sono che supposizioni, o al più nient’altro che possibilità, è certo che – anche alla luce di una carriera forte oramai di un’esperienza maturata lungo oltre venti progetti tra film narrativi, documentari, episodi e spot pubblicitari – Isabel Coixet sia caduta con Tre ciotole in ognuna di queste piccole trappole. Se è infatti vero che sia proprio una certa esperienza – conoscenza e padronanza dei più comuni trucchi di risonanza emozionale base – ad aver permesso a Tre ciotole di emergere come un film capace quantomeno di pizzicare le giuste corde in materia di nostalgia, perdita, scelta e tempo che scorre – la ricorrenza di finestre che danno sul cielo movimentato all’imbrunire da danze di uccelli neri, l’acqua mai immobile del Tevere, aloni di quadri staccati dal muro, l’immancabile grana della pellicola ora esposta ora solo a velare l’immagine, e via dicendo –, tutto ciò che nel film rappresenta la punteggiatura, le variazioni o gli assoli, di questo basso continuo da sinfonia dolce e triste, non è che un compito svolto alla buona, liquidato con semplicità al solo scopo – pare – di puntellare un racconto che deve proseguire per convenzione, fatto di azioni e circostanze cardinali ma ben al di sotto dell’importanza che pare dover ricoprire questo più generale afflato lirico. E va da sé che, a queste condizioni e per quanto bella, anche la poesia scade.
E dunque il rivoluzionario cuoco Antonio, romano e italiano convinto proprio in quanto cuoco, sbeffeggia in cucina un turista statunitense che non conosce la tartare e la vuole cotta, quindi gli fa un hamburger per cui il cliente va matto; nel film si sente la necessità di far trasparire anche la contrarietà alla pizza con l’ananas del cuoco e della sua giovane cameriera – lesbica, ma a detta dell’ironico e poco convinto co-proprietario del locale una che «sarà bi, o fluida» o queste cose di oggi… – ; poi s’accenna al problema dei B&B, all’autenticità che rischia di trasformarsi nella piaga turistica e via dicendo, come pure si mostra una Roma che – e questo anche nel recente cinema nostrano – pare potersi muovere solo tra Trastevere (per il centro) e Pigneto (per la periferia). Non sono polemiche nazional-popolari, e di certo non rappresentano i punti nevralgici della generale problematicità del film, ma esempi dai succitati rischi nell’approcciare luoghi non propri quanto, e soprattutto, situazioni di semplificazione – chiacchiere da bar – che nascono in seno a una struttura narrativa che pare raccontare davvero troppo poco per il tempo che decide di chiedere al pubblico, ma lungi da un intento contemplativo o da un distacco esperienziale atto alla riflessione in senso vero e proprio. Difatti dall’abuso di messa a fuoco selettiva al succitato e arbitrario ricorso a inserti in pellicola – come correlativo oramai ripetitivamente canonico dei momenti passati assieme –, dalle volontarie bruciature della luce sino ai tramonti e ai carrelli a seguire su Marta che pedala sulle sponde del Tevere, tutto è concertato come rinforzo ulteriore, sottolineatura stucchevole di stati d’animo a tal punto chiari da – se rinforzati – giungere sino al mélo in situazioni di relativa quiete. Dunque lo straniamento arriva, ma più per caso, per un imbarazzo nutrito dal contrasto tra ciò che si sa e ciò che i personaggi esprimono tra recitazione fisica e dialoghi. Medesimo contrasto che si ritrova poi nel duo Germano-Rohrwacher: come al solito abilmente in bilico tra “caratterismo” e assoluta naturalezza il primo, pur rinnovando lo status di attore che da anni oramai non sbaglia una prova, ed eterea, sofferente, chiusa e imprevedibile la seconda, perennemente incline al rinvio di un’impellenza o inviti da amici e colleghi e che, con la pronuncia in dizione irreprensibile – altro contrasto con le credibili e puntuali sporcature dialettali di Germano –, anch’essa rinnova l’immagine di sé stessa. A rimetterci è anche la performance di Silvia D’Amico nella parte della sorella di Marta, il cui personaggio, fastidioso e divertente, risulta quasi insopportabile nel contatto con la consanguinea, a differenza dell’efficacia che esprime nelle scene con Antonio. Dispiace quindi che l’allontanamento di questo avvenga nelle prime battute del film, portandolo per quasi l’intera durata ai margini di una storia che si muove sui soli binari di una macchinosa e artefatta elaborazione del lutto di Marta: ora a scuola, ora nei pochi scambi col toscanissimo collega che insegna filosofia, al ritrovamento del succitato cartonato della star k-pop – più una discesa nel tunnel della pietà, rispetto al guizzo d’ironia e nuova speranza che immaginiamo volesse rappresentare in scena – sino alla diagnosi della malattia.
La scoperta del tumore al fegato rappresenta una svolta – seppur lieve – nell’incedere della vicenda: Marta abbandona momentaneamente il dolore per la fine della storia con Antonio, ed emerge una riflessione amara ma discretamente potente sul peso dei mali, sullo spazio che decidiamo di dargli rispetto al tempo che ci rimane quasi rivalutandoli a bilancia della scelta, in un percorso d’accettazione che trova sfogo nella bella sequenza che vede i due ex a passeggio sulle sponde dell’Isola Tiberina, a parlare ed esporsi sino al distrutto ma innamoratissimo abbraccio finale. Insomma, per quanto si senta forse il bisogno di un cinema in cui le interazioni restituiscano quell’umanità fragile che sta in un reale «non so che dire…», Tre ciotole suona, scena dopo scena, di un grave e insostenibile «non sappiamo cosa scrivere…», supplendo ad esso ora con la tecnica, ora con ardimenti gestuali e vocali, ora con luoghi comuni e più o meno centrate riflessioni poetiche sullo sfondo di una Roma come raccontata da un turista dopo averla visitata appena qualche giorno. Dalla Murgia Coixet trae un sogno più o meno lucido, come la fantasia speranzosa e arrabbiata di chi, lasciato, si sente vittima di ogni ingiustizia e si augura quella finale, per godere della pena e del senso di colpa negli occhi di colui che ha lasciato. Per fortuna però Marta non cerca la pena di nessuno, in compenso i sogni sono sogni e, quando poi ci svegliamo, non siamo mai arrivati al punto. Ugualmente va la storia di Marta, e identico è l’esito di Tre ciotole.
Info
Il trailer di Tre ciotole.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Tre ciotole
- Paese/Anno: Italia, Spagna | 2025
- Regia: Isabel Coixet
- Sceneggiatura: Enrico Audenino, Isabel Coixet
- Fotografia: Guido Michelotti
- Montaggio: Jordi Azategui
- Interpreti: Alba Rohrwacher, Elio Germano, Francesco Carril, Galatéa Bellugi, Sarita Choudhury, Silvia D'Amico
- Colonna sonora: Alfonso de Vilallonga
- Produzione: Apaches Entertainment, Bartlebyfilm, BTeam Prods, Buenapinta Media, Cattleya, Perdición Films, Ruvido Produzioni, Tres Cuencos AIE, Vision Distribution
- Distribuzione: Vision Distribution
- Durata: 120'
- Data di uscita: 09/10/2025









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