Elisa y Marcela

Elisa y Marcela

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Presentato in competizione alla Berlinale 2019, Elisa y Marcela di Isabel Coixet racconta un episodio realmente avvenuto nella Galizia dei primi del Novecento, un caso di matrimonio tra due donne, una delle quali camuffata da uomo, celebrato in chiesa. La regista vorrebbe farne un pamphlet per i matrimoni tra persone dello stesso sesso ma riesce solo a partorire un guazzabuglio in bianco e nero con non pochi momenti che sfiorano il ridicolo.

Scene da un matrimonio

Quando Marcela ed Elisa si incontrano il primo giorno alla scuola superiore in un istituto di suore, è amore a prima vista. Inizia una profonda amicizia che si trasforma presto in una relazione romantica. I genitori di Marcela sospettano e mandano la figlia in collegio. Anni dopo, le due donne si incontrano di nuovo e decidono di vivere insieme. Elisa si finge uomo e sposa Marcela. [sinossi]

Partiamo dalla fine, le didascalie sui titoli di coda che ci fanno capire da un lato, con una foto d’epoca del loro matrimonio, che Elisa e Marcela sono esistite davvero e che tutto quello cui abbiamo assistito, per quanto inverosimile, corrisponde a una storia vera. Segue poi un elenco dei paesi le cui legislazioni permettono matrimoni dello stesso sesso e fotografie di coppie felici, sposate, di sole donne. Se non l’avevate capito, vuole sottolineare la regista, questo è un film di impegno civile che racconta una storia esemplare, di una coppia coraggiosa che ha osato andare contro la morale oscurantista dell’epoca. Non paga tuttavia dell’ambizione, in sé ovviamente più che lodevole, Isabel Coixet costruisce un film con uno stile che non è organico, e non ha nemmeno nulla a che vedere, con l’assunto che si è preposta. Un film che è un ghirigoro in bianco e nero, con una fotografia contrastata, con una serie di situazioni urlate e telefonate che degenerano nel puro trash.

In concorso alla Berlinale 2019, Elisa y Marcela è raccontato in flashback, in apertura dove vediamo le due protagoniste, imbruttite, in pessime condizioni, che si ritrovano dopo tanti anni in Sudamerica, nel 1925. Da lì parte la loro storia, ma dal flashback non si farà mai ritorno. Isabel Coixet evidentemente non vuole inventare nulla di più, perché quella parte, come sono andate a finire le due donne, non è nota. Bastano i primi momenti, da Narciso e Boccadoro, nel collegio di suore per capire già tutto quello che succederà. Ma ci vogliono ben cinquanta minuti prima del primo bacio e della prima scena di sesso, che non cela molto e che si risolve in un erotismo patinato in bianco e nero alla Dolce & Gabbana. La regista vuole evidentemente usare il senso del morboso, e ammaliare con quella conturbante situazione. Ma arriva anche a degenerazioni trash come le scene di sesso con polpo che forse vorrebbero citare le famose stampe erotiche di Hokusai. A ciò si possono aggiungere le metafore dei fiori, una musica sparata che ricorda Erik Satie. E poi gli inserti con filmati di repertorio, con le scene di strada a Porto a inizio secolo, del tutto gratuiti. Perché rompere così con una costruzione fotografica comunque coerente? E cosa dire allora di quei momenti di umorismo neanche involontario, come quello il cui la regista – catalana contraria all’indipendenza della Catalogna, cosa che le ha attirato non poche critiche – mette in bocca al funzionario portoghese delle battute antispagnole?

A ben guardare, la ragazza travestita da ragazzo non è assolutamente credibile, e non avrebbe certo ingannato nessuno, mentre invece è verosimile la vera Elisa, come si evince dalla foto d’epoca. Giocare un film sull’ambiguità e la finzione sessuale, sul modello di Boys Don’t Cry, sulla donna che si finge uomo e sulla suspense della sua possibile scoperta, richiede una assoluta verosimiglianza, cosa molto difficile da raggiungere. E infine una contraddizione di fondo. Fare di questa storia una storia esemplare per le conquiste dei diritti civili LGTB ha poco senso. La storia certo è straordinaria e andava raccontata. Ma non di ribellione si è trattato, semmai di una simulazione truffaldina per poter vivere felici assecondando, non contestando, l’opprimente morale bigotta cattolica. Né il film cerca di spiegare un’altra domanda irrisolta: perché scegliere la rischiosa strada del matrimonio simulando un sesso diverso e non ripiegare su altre forme di convivenza magari con altre simulazioni? Più che un pamphlet per i matrimoni tra persone dello stesso sesso, Elisa y Marcela è un esercizio di stile dell’ego cinematografico della regista.

Info
Isabel Coixet presenta Elisa y Marcela.
La scheda di Elisa y Marcela sul sito della Berlinale.
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