L’isola dei ricordi

L’isola dei ricordi

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Con L’isola dei ricordi Fatih Akin affronta una delle zone più esposte e difficili della memoria europea – l’infanzia cresciuta dentro l’indottrinamento nazista – con una sobrietà vigile, incapace di cedere a qualsiasi scorciatoia morale. Il film non cerca né assoluzioni né provocazioni, ma osserva il volto ancora instabile di un bambino per interrogare, attraverso di lui, il rapporto lacerante tra innocenza, appartenenza e responsabilità. Tra fame, guerra al tramonto e paesaggi battuti dal vento, Akin costruisce un racconto di formazione austero e commovente, in cui la memoria storica s’intreccia alla fragilità dei gesti quotidiani. Ne nasce un film di rara delicatezza, capace di trasformare l’isola di Amrum in un paesaggio morale dove l’infanzia non protegge dal male, ma ne misura per la prima volta la prossimità.

Dopo il paradiso

Negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, sull’isola tedesca di Amrum, il dodicenne Nanning vive dentro un paesaggio segnato dalla fame, dal silenzio e dal crollo di un mondo. Mentre il conflitto volge al termine e le certezze ideologiche degli adulti cominciano a sgretolarsi, il ragazzo affronta un percorso di crescita tanto concreto quanto interiore, spinto soprattutto dal desiderio di aiutare la madre, provata dalla guerra e da una maternità difficile. Tra spiagge battute dal vento, piccoli gesti di sopravvivenza e incontri che mettono alla prova il suo sguardo sul mondo, Nanning attraversa un’età fragile in cui l’amore, la fame e l’obbedienza non sono ancora del tutto separabili. Ma con la fine del conflitto arriva anche un’ombra più profonda: quella di una verità storica e morale che costringerà il bambino a guardare oltre il perimetro dell’innocenza e a misurarsi, per la prima volta, con la ferita del male ricevuto. [sinossi]

Guardare un bambino cresciuto dentro la lingua dell’odio senza trasformarlo subito in emblema, senza assolverlo ma neppure consegnarlo alla comoda immobilità del giudizio, è una delle sfide più rischiose che il cinema possa assumersi. L’isola dei ricordi, che Fatih Akin ricava dai ricordi d’infanzia di Hark Bohm – il quale avrebbe dovuto inizialmente dirigere lui stesso il progetto – affronta questa materia con una sobrietà tanto più perturbante quanto più rifiuta ogni scorciatoia: non per attenuare l’orrore del contesto storico, ma per interrogare, nel volto ancora incerto di un bambino, il punto in cui l’innocenza comincia a contaminarsi con l’eredità del male. C’è, in questa origine, anche qualcosa di più intimo di una semplice trasmissione d’autore: Akin entra nel film come in un gesto di adozione, trasformando una memoria ricevuta in una responsabilità personale, fino a farne non il film di un altro, ma un’opera pienamente sua. Appartiene perciò a quella specie rara di cinema paziente, percettivo, elegantemente essenziale, che non cerca scorciatoie emotive né assoluzioni scandalose, ma invita a guardare da vicino il rapporto lacerante tra innocenza, appartenenza e responsabilità. Il ragazzo si chiama Nanning, ha dodici anni, appartiene alla Gioventù hitleriana e vive sull’isola di Amrum negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale. Già questa premessa basta a rendere il film di Akin un oggetto delicato, quasi rischioso, perché chiede allo spettatore di seguire un personaggio che, per provenienza familiare e per formazione ideologica, abita una prossimità inquietante con il male. E tuttavia sarebbe una semplificazione sterile leggere L’isola dei ricordi come un tentativo di suscitare simpatia per ciò che non merita simpatia. Il film fa qualcosa di più difficile e di più alto: osserva il modo in cui un bambino, a quell’età ancora esposto a tutto ciò che lo forma, può assorbire come una spugna tanto il bene quanto il male che gli vengono consegnati dal mondo. Jasper Billerbeck, impressionante esordiente, dà a Nanning una presenza di limpida ambivalenza: capelli schiariti dal sole, pelle chiara, portamento sano, occhi che sembrano registrare ogni cosa senza avere ancora gli strumenti per separare definitivamente la cura dalla violenza, la fedeltà dall’errore, l’amore familiare dal veleno ideologico.

Ed è proprio qui che il film tocca un punto morale di grande finezza. Ciò che commuove in L’isola dei ricordi non è la ricerca di una facile innocenza perduta, ma la consapevolezza precoce e dolorosa che Nanning, se fosse nato altrove, se avesse incontrato altre parole, altri esempi, altri adulti, sarebbe stato probabilmente un bambino qualunque, capace di bene, di tenerezza e di giustizia, e non questo piccolo essere già toccato da pensieri d’odio che gli sono stati consegnati come se fossero naturali. Akin, seguendo con misura la lezione memoriale di Bohm, non chiede di dimenticare il contesto storico né di attenuare l’orrore dell’epoca; chiede invece di guardare all’origine dell’orrore, a quel punto in cui il male smette di apparire come un’essenza astratta e torna a mostrarsi per ciò che spesso è davvero: un sistema di trasmissione, un’eredità tossica, un linguaggio appreso troppo presto. Il film è ambientato nel 1945, quando la guerra sta finendo e le notizie diffuse alla radio annunciano la caduta di Hitler. Ma in questo margine terminale della Storia, sulla ventosa e scarsamente popolata isola di Amrum, ciò che Akin mette in scena non ha nulla dell’affresco bellico in senso tradizionale. La grande catastrofe resta sullo sfondo come un tremore lontano, come un crollo che giunge attenuato ma inesorabile fino agli estremi lembi del paesaggio. In primo piano, invece, c’è la vita minuta e ostinata di una comunità che sopravvive tra scarsità, silenzi e rovine morali. Nanning vive con la madre Hille, interpretata da Laura Tonke con una disperazione trattenuta e quasi febbrile, con la zia Ena (Lisa (Hagmeister) e con il fratellino. Hille è molto incinta, poi partorisce, ed è ridotta a una forma di fame quasi monomaniacale: desidera solo pane bianco, burro e miele, cibi semplici e quasi impossibili da trovare in un tempo in cui la guerra ha prosciugato tutto, anche il lessico ordinario del desiderio. È allora che L’isola dei ricordi prende la forma di un viaggio insieme concreto e fiabesco, materiale e simbolico. In filigrana, dietro questo movimento, affiorano anche altre ascendenze: il realismo ferito di De Sica, da Ladri di biciclette a Sciuscià, e la minaccia quasi fiabesca di La morte corre sul fiume, che sembra attraversare il paesaggio senza mai imporsi come citazione scoperta. Akin non li cita mai apertamente come modelli da esibire, ma li lascia sedimentare nel ritmo stesso del racconto.

Spinto dall’amore per la madre e da un senso del dovere che in lui non è ancora separabile dall’obbedienza, Nanning attraversa l’isola in cerca di ciò che può nutrirla e salvarla, o almeno alleviarne il dolore: un po’ di farina forse custodita come medicina dal farmacista, un po’ di zucchero da strappare alle ultime riserve del nonno, qualche altra traccia di un benessere ormai estinto. In questo movimento essenziale si condensa la bellezza del film. Akin trasforma una ricerca di sopravvivenza in un racconto di formazione scavato dal bisogno, dove ogni gesto pratico acquista una densità morale e ogni incontro sembra portare con sé una domanda sul destino di quel bambino e sul mondo che lo sta crescendo. Nel corso di questo itinerario Nanning aiuta un pescatore a catturare una foca, sperando di ricavarne denaro; va a caccia di conigli; trascorre del tempo con l’amico Hermann (Kian Köppke), cresciuto dalla contadina Tessa, interpretata da Diane Kruger, figura apertamente ostile a Hitler e dunque, nel tessuto ideologico del film, segno di una possibile contro–eredità, di una diversa pedagogia del mondo. È in questi passaggi laterali che L’isola dei ricordi si apre con delicatezza a una costellazione di presenze, di sguardi, di modelli etici non gridati. Hermann e Nanning discutono persino di Moby Dick, e in quel confronto infantile ma già allegorico – forse Achab è come Hitler, la nave che affonda è la Germania, la balena è Dio – si sente con evidenza la qualità del cinema di Akin: la capacità di introdurre nel racconto grandi questioni morali senza irrigidirlo mai in parabola. Autore turco–tedesco di opere come La sposa turca e Ai confini del paradiso, Akin affronta qui il materiale con una sobrietà sorprendente, quasi spiazzante se rapportata all’energia più nervosa e frontale di altri momenti della sua filmografia. Eppure questa sobrietà non coincide affatto con una diminuzione di cinema; al contrario, L’isola dei ricordi è forse una delle sue opere più puramente cinematografiche, proprio perché rinuncia al superfluo e lascia che siano il paesaggio, i corpi, il vento, la fame, le esitazioni del volto infantile a costruire il senso. Akin ha evocato Stand by Me – Ricordi di un’estate come riferimento personale, e il rimando è comprensibile: anche qui l’infanzia è attraversata da prove, crudeltà, paure e complicità, ma le poste in gioco non sono soltanto sentimentali o iniziatiche, bensì letteralmente vitali. Sopravvivere, nutrire, scegliere, comprendere, continuare ad amare qualcuno senza ancora possedere gli strumenti per giudicare fino in fondo il mondo degli adulti: è questo il vero campo di prova del film. La fotografia di Karl Walter Lindenlaub, fatta di blu d’acciaio, di terre opache, di trasparenze marine mai romanticizzate, è una delle grandi forze silenziose dell’opera. L’isola appare maestosa e desolata, aperta e insieme claustrofobica, come se il paesaggio conservasse la possibilità di una purezza naturale che la Storia ha già irrimediabilmente corrotto. Akin filma Amrum come un luogo in cui il vento sembra non soltanto attraversare le cose, ma consumarle lentamente, riportarle a una nudità primordiale. In questa geografia morale, Nanning appare davvero come un naufrago emotivo: non un eroe, non una vittima assoluta, ma un essere in transito tra due mondi, uno che crolla e uno che ancora non sa nominare. Ed è in questa sospensione, in questo stato di esposizione, che il film trova il proprio tono più giusto.

Si potrebbe accostare L’isola dei ricordi ad Armageddon Time di James Gray per la comune capacità di interrogare l’infanzia dentro una cornice storica e familiare che ne ferisce precocemente l’innocenza; ma il film di Akin ha una propria specificità, una propria asciuttezza grave, un modo tutto particolare di non insistere mai sui grandi momenti. Non ci sono rivelazioni clamorose, non ci sono svolte fragorose, non ci sono musiche manipolatorie chiamate a dire allo spettatore che cosa provare. Il racconto procede invece con una linearità narrativa quasi austera, che non impoverisce affatto il film ma, al contrario, gli consente di colpire più a fondo. Perché il dolore che si accumula lungo il percorso di Nanning nasce precisamente dalla dicotomia tra l’innocenza residuale dell’infanzia e i peccati indicibili del tempo storico che la incornicia e la deforma. E così il film finisce per porre domande che restano aperte ben oltre i titoli di coda. Può la virtù sopravvivere in un luogo e in un tempo dominati dal male? Può l’istinto del bene, ancora informe ma presente, resistere all’educazione dell’odio? E fino a che punto un bambino è responsabile di ciò che pensa, se quei pensieri gli sono stati affidati come una seconda natura? Akin non forza mai queste domande, non le trasforma in tesi, non le esibisce; le lascia sedimentare nel racconto, affidandole alla discrezione dei gesti e alla gravità del paesaggio. Ed è forse qui che il film smette definitivamente di appartenere soltanto al 1945: nel momento in cui la memoria di quella infanzia tedesca diventa anche un modo per interrogare il presente, per chiedersi che cosa una patria trasmetta ancora, che cosa rimuova, che cosa rischi di lasciare nuovamente emergere. È questo che rende L’isola dei ricordi un film tanto delicato quanto profondo: la sua capacità di affrontare una materia moralmente esplosiva senza cercare né scandalo né consolazione. Alla fine, ciò che resta è l’impressione di un cinema sempre più raro: un cinema da grande schermo che crede ancora nell’infanzia come luogo di lotta tra la perdita e la resistenza, tra ciò che il mondo impone e ciò che, ostinatamente, nel cuore di un essere umano ancora giovane, può rifiutarsi di coincidere del tutto con il male ricevuto. L’isola dei ricordi affonda le proprie radici in un gesto di generosità sconvolgente – quello di un bambino che attraversa fame, guerra e crollo pur di portare un poco di miele, un poco di pane, un poco di dolcezza a sua madre – e da quel gesto trae una verità che il film non smette di custodire con pudore: che persino nell’ora più buia della Storia l’umano non scompare tutto insieme ma resta esposto, fragile, contendibile, in attesa che qualcuno sappia ancora riconoscerlo.

Info
L’isola dei ricordi, un trailer.

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