Fortapàsc
di Marco Risi
Con Fortapàsc, racconto della vita e della morte di Giancarlo Siani, corrispondente de Il Mattino ucciso a 26 anni nel 1985 dalla camorra, Marco Risi firma un’opera accorata e sincera, priva di sovrastrutture ma emotivamente densa.
Un po’ per celia, molto più per passione
Giancarlo Siani è un giovane giornalista napoletano che lavora nella redazione locale de Il Mattino a Torre Annunziata; Siani scrive di cronaca nera. Occupandosi di cronaca nera e di omicidi di camorra, il giornalista incomincia a indagare sulle alleanze dei camorristi annunziatesi con i reggenti di altri clan della Campania e scopre vaste aree di corruzione e connivenze tra politici e criminalità organizzata. [sinossi]
Alcune opere si riconoscono per la loro riuscita osservando il primo passo percorso: se quell’orma iniziale rimane, il più delle volte anche il resto dell’intera opera lascerà una traccia non indifferente. Parliamo di giornalismo, visto che si parla di Giancarlo Siani, corrispondente de Il Mattino morto a soli 26 anni per mano della camorra, ma parliamo anche di cinema. Per Marco Risi l’ultima cosa che si ricorda è proprio il passo falso di Maradona, la mano de Dios, film partito con grandi ambizioni ma caduto in una piatta e anonima mitizzazione di un colossale personaggio, proprio perché concepito male, cioè prendendo a mani basse dalle forzature e dalle costruzioni mediatiche (l’esatto contrario di quanto accade nei flussi di coscienza di Maradona di Kusturica, che va alla ricerca vana di una leggenda che si nega a chi la osserva).
Proprio in una particolare sequenza di Fortapàsc l’insuccesso con il Pibe de Oro sembra voler essere esorcizzato dal figlio del grande Dino (al quale il film è dedicato), che con un montaggio delle attrazioni macabramente ironico ci mostra una sparatoria camorrista in una tranquilla domenica a Torre Annunziata: la fuga di un ragazzo è scandita dalla cronaca delle radio accese sulle partite, fino allo sparo fatale proprio al momento del gol di Maradona. L’anno è il 1985, e di quell’epoca più che il sangue versato nelle strade partenopee si ricordano le gioie degli scudetti a venire. È proprio su questo doppio registro, sullo stridere emotivo tra gaiezza e cruda violenza o tragicità, che probabilmente si manifesta la vera identità di Risi. D’altronde egli è per l’appunto l’autore de Il branco e Mery per sempre, ma anche di Vado a vivere da solo e altre commedie (e avere come padre uno dei maestri della commedia all’italiana non è certo ininfluente): una dicotomia creativa che poi troverà il suo miglior punto d’incontro ne L’ultimo Capodanno, capolavoro grottesco ingiustamente sottovalutato, una cima però non più avvicinata negli ultimi film.
Con Fortapàsc sembra invece che Risi junior ritrovi i suoi tratti migliori, delineando nella figura del giornalista campano un’appassionata voglia di vivere con leggerezza, semplicità, abbinata a uno sguardo curioso e analitico verso la parte oscura del mondo, della propria città (si può guardare all’apologo, al ritratto emblematico e dunque universale, ma anche alla contestualizzazione napoletana), che diventa necessità etica, e dunque una decisa lotta alla criminalità organizzata. Ciò si materializza perfettamente nel volto di ragazzo semplice dell’autore-attore Libero di Rienzo (suo è l’interessante Sangue – La morte non esiste), che qui sorprende per la sua misuratezza, e la cui aderenza a Siani fa pensare più che all’immedesimazione a una vicinanza morale, umana, dell’attore al suo personaggio. Un qualcosa che lo accomuna con un altro autore-attore di grande coerenza artistica ed etica, ovvero Corso Salani, il giornalista coraggioso de Il muro di gomma.
C’è da dire che tutto il cast è davvero d’eccezione: basti citare i “grandi vecchi” Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Ivano Marescotti, ed Ernesto Mahieux (il nano de L’imbalsamatore), oltre alla giovane e sensuale Valentina Lodovini.
Tuttavia per l’equilibrio del film appare fondamentale l’empatia di Libero de Rienzo. Un modo divertito e gentile anima la sua guasconeria, il giocare con le ragazze, il bisogno di stare a contatto col quotidiano delle strade e dei bar, e allo stesso modo, nell’inchiesta che porta avanti mostra una grande spinta morale, senza peraltro alcuna giustificazione intellettuale, mostrando come cosa del tutto naturale il desiderio di ricercare la verità. Poi c’è la paura, che è qualcosa con cui fare i conti, di sicuro un punto cruciale nella questione camorristica, che tuttavia Siani/De Rienzo supera per un suo “senso d’urgenza” della verità, apparentemente mascherato da incoscienza. Una lieve nota di incoscienza che viene subito trasmessa da Risi. Si parlava appunto della sintomatica sequenza iniziale come manifesto dell’intero film: Siani sale in automobile per le scoscese strade napoletane, Ogni volta di Vasco Rossi alla radio fa da sintesi all’imprevedibilità delle cose, alla nostalgia di qualcosa che non poteva e non può esser diversamente. Il protagonista ci dice, similmente a Viale del tramonto, che sta per essere ammazzato, dichiarando la strana serenità di quei momenti prima della fine. Un inizio che si ricongiungerà con la fine in un sorriso appena accennato di fronte all’ineluttabile. Sembra che l’estetica di Risi in qualche modo paghi il tributo poetico a quella dissimulazione di leggerezza tipica degli anni ottanta, affascinato com è l’autore dalla doppiezza effimera e violenta (si prenda la già citata sparatoria) di quell’epoca. E facendo due conti siamo proprio – dulcis in fundo – nell’anno in cui l’autore dirigeva Colpo di fulmine. Un decennio paradossale di cui pian piano si cerca di debellarne la fama di epoca felice non più “di piombo”, in cui invece, come ci insegna Fortapàsc, ma anche il recente Galantuomini sul fronte pugliese, la malavita fece grandi affari e tanti morti ammazzati, specie con l’eroina.
In definitiva lo stile, qui mai banale, di Marco Risi, con la sua passionalità e voglia di giustizia, motore di tutte le sue opere più impegnate, non ha certo né l’impatto, nè la comunicazione a più livelli di Gomorra (a cui peraltro non vuole somigliare), né la ricerca antropologica di Galantuomini, e soffre di qualche perdita di ritmo nella progressione dell’inchiesta, ma ha un pregio: arriva generosamente al cuore. Scalfire il muro di gomma (nostro, non solo quello dei clan e dei politici conniventi) dell’omertà e dell’indifferenza è sempre l’obiettivo.
Info
Il trailer di Fortapàsc.
- Genere: biopic, drammatico
- Titolo originale: Fortapàsc
- Paese/Anno: Italia | 2009
- Regia: Marco Risi
- Sceneggiatura: Andrea Purgatori, Jim Carrington, Marco Risi, Maurizio Cerino
- Fotografia: Marco Onorato
- Montaggio: Clelio Benevento
- Interpreti: Antonio Buonomo, Daniele Pecci, Duccio Camerini, Ennio Fantastichini, Ernesto Mahieux, Fortunato Cerlino, Gianfelice Imparato, Gianfranco Gallo, Gigio Morra, Lee Kyung-mi, Libero De Rienzo, Marcello Mazzarella, Massimiliano Gallo, Michele Riondino, Mimmo Mignemi, Nadia Carlomagno, Paco De Rosa, Raffaele Vassallo, Renato Carpentieri, Renato De Rienzo, Roberto Calabrese, Salvatore Cantalupo, Salvatore Striano, Valentina Lodovini
- Colonna sonora: Franco Piersanti
- Produzione: Bibi Film, Minerva Pictures Group, Rai Cinema
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 108'
- Data di uscita: 27/03/2009




Il muro di gomma
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Cha Cha Cha
Gomorra