Febbre da fieno
di Laura Luchetti
Opera prima senza pretese che dal 2010 ha collezionato una serie di partecipazioni a festival internazionali guadagnandosi al Metropolitan Film Festival di New York il premio come Miglior Film, Febbre da fieno di Laura Luchetti è un progetto onesto realizzato con cura che però non riesce a trovare una via d’uscita convincente dal magma indistinto della produzione ‘leggera’ nostrana, finendo ben presto per soffocare il proprio istinto visivo di fronte alle crepe di una struttura narrativa zoppicante e forse troppo indecisa sui toni da utilizzare.
Le ricadute improvvise
Camilla cerca di conquistare Matteo, ancora innamorato di Giovanna, la ragazza che gli ha spezzato il cuore. Attorno a loro ruotano personaggi unici e stravaganti, parte di un mondo colorato e nostalgico. Una serie di eventi inattesi porterà a un finale agrodolce, in cui ognuno cresce e impara qualcosa della vita. [sinossi]
La commedia sentimentale italiana di carattere giovanile ha subito negli ultimi anni l’influenza di prodotti cinematografici commercialmente molto forti: al di là dell’impatto mediatico nazionale, il respiro di alcune delle opere di maggiore successo in questo ambito (il nome di riferimento più scontato è Moccia ma molti altri sarebbero calzanti) è spesso apparso destinato a una fruizione limitata e fortemente improntata a un approccio “nazionalizzato” dove a farla da padrone è un modello di ispirazione estremamente suggestionato dal linguaggio televisivo. Capita però talvolta di imbattersi in progetti che – complice un’importante partnership produttiva (Disney) – si dichiarano pronti a valicare i confini italiani, forti del proprio “respiro internazionale”: c’è questo nelle intenzioni della Donkadillo Production, la società di produzione che sta alle spalle di Febbre da fieno, romantica commedia sul valore dei sentimenti, sul ruolo decisivo del destino nell’intrecciarsi delle relazioni umane.
Dopo aver partecipato al progetto corale di Feisbum con il corto Finché morte non ci separi, Laura Luchetti approda al lungometraggio confrontandosi con un tema rischioso pur nella sua semplicità: l’amore declinato in tutte le sue sfumature, assecondando un mood leggero ma mai gratuito che sì rifà alle parole di Oscar Wilde (“Si può essere profondi nelle cose superficiali e superficiali nelle cose profonde”). ‘Twinkled’ è un negozio di modernariato e abbigliamento vintage in crisi: Stefano, il suo proprietario quasi quarantenne, è sommerso dai debiti e la precaria situazione economica sta minando il suo matrimonio e la sua famiglia. Fra gli scaffali impolverati della bottega lavorano come commessi Matteo (che a distanza di più di un anno non riesce a dimenticare la sua ex) e Franki (una skater timida e insicura perdutamente innamorata di Jude Law, cui destina appassionate lettere e mazzi di fiori): in seguito a un buffo scherzo del destino viene assunta nel “bazar” Camilla, una giovane universitaria segretamente interessata a Matteo. Febbre da fieno è visibilmente influenzato dall’esperienza dell’indie statunitense: atmosfere sofisticate e al contempo scanzonate, location di effetto popolate da personaggi stravaganti, una lettura degli eventi e dei personaggi essenziale, talvolta venata di vaga ironia senza che questo sacrifichi il sensibile riflesso malinconico. Laura Luchetti cerca nel lieve riferimento caricaturale di liberare i propri protagonisti dallo spauracchio dello stereotipo, affogando il rischio insito nella rappresentazione surreale della contemporaneità nel costante richiamo al mood anni Settanta e al gusto naïf. La Luchetti tenta di incasellare il proprio progetto in un genere dall’appeal internazionale ma non appare sempre a suo agio nelle sue forme, tanto che ben presto il film sembra smarrire la via della concretezza per lasciarsi andare a una deriva ultra-narrativa che si appoggia a digressioni ed elementi immaginifici “à la Amélie“. L’intuizione che sta alla base di Febbre da fieno è graziosa e gradevole: raccontare l’amore degli anni Duemila, imprigionato nei silenzi e nelle paure del confronto (le novelle “torri delle principesse da scalare”, suggerisce la regista) attraverso le spesse lenti fumé del vintage è senz’altro ammaliante. Purtroppo il film della Luchetti stenta nel trovare una direzione ben definita e pare quindi spaesato.
Se quindi il film risulta poco coeso e coerente nella sua struttura, Febbre da fieno è senza dubbio efficace nella sua costruzione visiva e, più in generale, nel suo generale approccio “estetico”: la fotografia (di Ferra Parades Rubio, ex fotografo di Reuter) ricalca con soffusa eleganza i toni cangianti dell’autunno romano infiammato dalle foglie di Villa Borghese, l’attenzione riservata ai dettagli restituisce credibilità agli ambienti (ne è un esempio il caotico e colorato “bazar” che fa da crocevia di esperienze, realizzato riproducendo alcuni spazi vintage fotografati a Londra). Roma è il teatro suggestivo nel quale la Luchetti mette in scena i personaggi: la regista racconta il volto poliedrico della capitale, sottolineandone le molteplici anime (dai vicoli di San Lorenzo e del Rione Monti all’algida maestosità del Maxxi) e raccogliendone il ricco bagaglio di luci e scorci che sceglie di abbinare alla morbidezza del suo stile registico. La Luchetti manca ancora di una vera identità dietro la macchina da presa e talvolta si lascia andare a qualche scelta poco efficace (le riprese aree della città che enfatizzano il ruolo del vento nella storia per quanto spettacolari aggiungono poco al valore del film) ma dimostra di avere un discreto senso dell’inquadratura e una buona capacità di reinventare i propri modelli.
La colonna sonora si avvale di una play-list trendy (Laura Marling, Devendra Banhart, Imelda May, A Toy’s Orchestra) che strizza l’occhio con furbizia a una fascia di pubblico “anticonformista”, e il film talora si lascia andare a qualche guizzo extra-narrativo che appare fortemente influenzato dalla cultura dei video-clip (basti pensare a Marc Webb). “L’amore ha un’anima democratica” sostiene la regista “e volevo raccontare una storia in cui i sentimenti prendono una direzione che viene negata loro dal tempo e dal destino”: Febbre da fieno dà voce alle sfumature dell’affettività, da quello che lega indissolubilmente le persone e a quello per gli oggetti. L’omosessualità e il desiderio di creazione di famiglia, la difficoltà nel dimenticare il proprio passato, lasciando che le proprie ferite vengano curate dal tempo sono solo alcuni dei tasti che vengono toccati nel corso dello sviluppo della pellicola. Nella contemporaneità raccontata dalla Luchetti c’è spazio per la verità dei sentimenti e per il pudore, personificato dal continuo riproporsi di “amori impossibili” (su tutti quello che lega Franki a Jude Law, che esemplifica come sia più facile incassare un rifiuto da un divo irraggiungibile che confrontarsi con una “persona qualunque”, ad armi pari). La linfa vitale del film è insita in un “riciclo emozionale”: nato dalla volontà di mettere in scena un racconto che si fondasse sulle seconde opportunità, Febbre da fieno costruisce un mosaico di esperienze umane spesso eccessivamente sconnesse che si addentra nell’imprevedibile giostra del destino. Tutti hanno diritto a una seconda chance nelle storie d’amore – anche gli oggetti che non a caso nello spazio del ‘Twinkled’ (“che ha brillato”) vivono la loro rinascita –, anche quando sembra impossibile.
Opera senza pretese che dal 2010 ha collezionato una serie di partecipazioni a festival internazionali guadagnandosi al Metropolitan Film Festival di New York il premio come Miglior Film, Febbre da fieno è un progetto onesto realizzato con cura che però non riesce a trovare una via d’uscita convincente dal magma indistinto della produzione ‘leggera’ nostrana, finendo ben presto per soffocare il proprio istinto visivo di fronte alle crepe di una struttura narrativa zoppicante e forse troppo indecisa sui toni da utilizzare.
Info
La scheda di Febbre da fieno.
- Genere: commedia, sentimentale
- Titolo originale: Febbre da fieno
- Paese/Anno: Italia | 2010
- Regia: Laura Luchetti
- Sceneggiatura: Laura Luchetti
- Fotografia: Ferran Paredes Rubio
- Montaggio: Claudio Di Mauro
- Interpreti: Andrea Bosca, Angela Goodwin, Beniamino Marcone, Camilla Filippi, Cecilia Cinardi, Diane Fleri, Giulia Michelini, Giuseppe Gandini, Giuseppe Sangiorgi, Marco Todisco, Mariateresa Di Bari, Pietro Ragusa
- Produzione: DAP Italy, Donkadillo Films, Masi Film
- Distribuzione: Disney Pictures
- Durata: 100'
- Data di uscita: 28/01/2011

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