Il favoloso mondo di Amélie

Il favoloso mondo di Amélie

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Il favoloso mondo di Amélie compie venti anni, un lasso di tempo che permette oramai una giusta collocazione per il film di Jean-Pierre Jeunet che fece sfracelli al botteghino a ridosso del collasso delle democrazie occidentali dopo l’11 settembre. In un’opera anti-storica, in cui sono scientemente elisi tutti i possibili riferimenti alla violenza, alla corporeità e al reale, lo spettatore d’inizio millennio trovò il condotto d’aria che gli garantisse la fuga dalla verità.

Del nano viaggiatore e d’altre storie

Amélie Poulain nasce nel 1974 nel paesino di Eaubonne, a pochi chilometri da Parigi, figlia di un rigido medico e di una casalinga nevrastenica, che quando Amélie è ancora una bimba muore in un tragico incidente (travolta da una suicida lanciatasi dalle guglie di Notre-Dame). Rinchiusosi il padre in un silenzio pressoché totale, Amélie si trasferisce maggiorenne a Parigi dove trova impiego come cameriera al “Café des 2 Moulins”, un bar di Montmartre. Qui la sua vita scorre senza particolari scossoni fino a quando, quasi simultaneamente, non avvengono due fatti: muore in un incidente automobilistico Diana Spencer e la ragazza incontra Nino Quincampoix, un coetaneo che per hobby colleziona fototessere malriuscite e gettate via perché inutilizzabili. [sinossi]

Nel 2021 Amélie Poulain, la protagonista de Il favoloso mondo di Amélie (in originale Le fabuleux destin d’Amélie Poulain: sulla scelta della Bim di trasformare “destino” in “mondo” si tornerà tra poco), ha 47 anni. Chissà se ha ancora come compagno lo squinternato Nino Quincampoix, collezionista di fototessere così malriuscite da essere state strappate e gettate via; chissà come ha affrontato la pandemia, lei che di tic e ossessioni ne sfoderava in abbondanza. Come avrà sopportato il Café des 2 Moulins il lockdown, il coprifuoco, le restrizioni? Domande che sgorgano quasi spontanee del ripensare al film di Jean Pierre-Jeunet, ma che risultano quantomai oziose, e perfino pretestuose. Certo, sarebbe tale il sentore per ogni film, visto che la finzione impedisce ai personaggi di uscire dal perimetro temporale della narrazione cinematografica, ma per Il favoloso mondo di Amélie il discorso si fa ancora più complesso: come potrebbe mai essere invecchiata la sua protagonista, che ha sempre di fatto vissuto in un tempo inesistente, in uno spazio impossibile, in un mondo che nessuno ha mai visto e contemplato? A distanza di venti anni dall’uscita nelle sale francesi del film di Jeunet, destinato a dominare il botteghino interno ma anche a raggiungere risultati assai considerevoli all’estero – fu conquistata persino l’America, da sempre refrattaria ad accogliere pellicole straniere, ancor più se non anglofone –, è giunto forse il momento di fare davvero i conti con una pellicola idolatrata quanto osteggiata ma in realtà assai poco studiata, e quasi mai davvero approfondita. La diffusione a livello mondiale della storia della giovane Amélie Poulain, cresciuta da due genitori così anaffettivi (la madre è persino deceduta, colpita in pieno da una suicida lanciatasi dalla sommità della cattedrale di Notre Dame, proprio sotto gli occhi della bimba) da essere del tutto impreparata ad affrontare la realtà del mondo, non solo attraversa un passaggio epocale, quello che seguì l’attentato newyorchese dell’11 settembre 2001, ma trovò il modo di parlare a una generazione ancora non compiutamente digitale ma già pronta a estraniarsi dal vero per rinchiudersi nella confortevole cella del fittizio, del digitale. Per quanto venga spesso trattato come una fiaba – e lo è, nelle intenzioni di Jeunet, per quanto la morfologia non abbia nulla dell’archetipo della fabulaIl favoloso mondo di Amélie è soprattutto il primo film europeo a glorificare in modo così pervicace e ossessivo il potenziale del digitale. Nell’inseguire il sogno/bisogno della ricreazione di uno spazio mai nato (la Parigi impossibile di fine anni Novanta, del tutto distante dalla verità urbana) Jeunet scopre la manipolazione dell’immagine e la utilizza fino alle estreme conseguenze. Fu quell’immagine digitale, quella riscrittura di ciò che davvero poteva essere ripreso, a decretare forse il reale successo della pellicola.

Destino. Mondo. È “favoloso” il destino di Amélie, la scelta di non scegliere, la casualità elevata a processo sensoriale e persino affettivo (perché mai la ragazza si innamora di Nino? Dove risiede la chiave d’accesso al suo desiderio?), non il mondo. Il mondo è quello che è per Jeunet: uno spazio senza spazio, illimitato perché in realtà inesistente, falso, vuoto. Non c’è spazio e non c’è tempo ne Il favoloso mondo di Amélie, ma “solo” l’incardinamento di un processo narrativo, l’accumulo di una serie di situazioni che devono essere risolte, per tornare a superare lo stato di caoticità in cui senza volerlo – ah, il destino – la protagonista viene a trovarsi. Non è casuale che l’unico personaggio davvero in grado di spostarsi, e dunque di cambiare prospettiva di sguardo è un essere inanimato che lo sguardo neanche lo ha: un nano di quelli che adornano i giardini borghesi. Già, ma a quale classe sociale appartiene Amélie? Ha un lavoro proletario, visto che è una cameriera, ma la sua mente è piccolo-borghese, anche se Jeunet fa di tutto per convincere lo spettatore del contrario. La fuga dalla realtà attraverso la cornice del sogno a occhi aperti è l’unica prospettiva che Jeunet, in un gesto apertamente reazionario (come la sua regia, che reagisce al moderno cercando di trovare rifugio in un passato idealizzato e privo di fondamenta: i gesti quotidiani come trovare il boccone del prete nel pollo, o la conoscenza a menadito dei motti e dei proverbi, ad esempio) che pure conquistò all’istante schiere di spettatori, così volenterose di anestetizzarsi dal reale da pretendere una dose di destino uguale a quello di Amélie. Se si potesse scoperchiare il film osservandolo come si osserva il più oscuro degli anfratti, il più buio degli orridi, il più nefando degli abissi, vi si scorgerebbe all’interno un’anima fragile e schizofrenica. Visti con gli occhi del reale i personaggi che animano questa vicenda di scoperta di sé sono un album di fotografie degne di un frenocomio: ossessivi, violenti, paranoici, nevrastenici. Chiusi tutti nella coazione a ripetere angosciosamente gli stessi atti, raccontati dal regista come fossero “i piccoli piaceri della vita”. Nelle mani di un cineasta meno furbo Il favoloso mondo di Amélie sarebbe potuto diventare il racconto di una modernità così deragliata da essere costretta a vivere nel mito d’un tempo passato, idealizzato necessariamente per poter sopportare le angherie del presente. Inutile sottolineare come un racconto di questo tipo non sarebbe con ogni probabilità andato incontro ai favori della maggior parte del pubblico.

Al contrario Jeunet è bravissimo a ordire un grande inganno, mascherando così bene le reali intenzioni del suo film da convincere lo spettatore medio di avere a che fare con il racconto di un tempo a lui vicinissimo. C’è dopotutto una data precisa in cui si svolgono gli eventi, vale a dire a ridosso della tragica morte di Diana Spencer e Dodi Al-Fayed, l’ultimo giorno di agosto del 1997. Il tempo, che in realtà verrà abbandonato al suo destino – non poi così favoloso – nel corso del film, viene minuziosamente citato. Lo spazio, altrettanto vacuo nella rappresentazione, è però a sua volta perfettamente definito: Parigi, Montmartre, il canale Saint-Martin, la Gare de Lyon. Questi due dettagli bastano a Jeunet per giustificare ogni sua scelta registica e narrativa. Elogio di una sociopatica con evidenti manie di controllo, Il favoloso mondo di Amélie è anche l’elogio della non accettazione della realtà, non attraverso un atto di rifiuto della società e di lotta per la modifica della stessa ma nel mero nascondersi in sé, in un mondo altro, dove le nuvole possono avere le forme di un coniglio e le ragazze deluse si trasformano in cascate d’acqua. Senza dubbio il lirismo sfrenato di Jeunet può trovare più di un consenso, e il film è strutturato in modo tale da funzionare alla perfezione, come un meccanismo di un orologio d’antan. Ma chi è Amélie Poulain, l’eroina indiscussa del film, se non una persona che rifugge il desiderio, e nega incessantemente la carnalità, la materia? Non è forse suo unico amico un uomo dalle ossa così fragili da non poter essere nemmeno sfiorato? Il favoloso mondo di Amélie preconizza un’epoca smaterializzata, disincarnata, priva di pus ma anche priva di vita: perché perdere tempo con le pulsionalità umane quando si può tornare a mettere le dita nella cesta dei legumi? Eccolo il segreto del successo del film, il suo essere profondamente anti-storico, il suo negare apertamente il contemporaneo per perdersi altrove, in una turris eburnea dove l’accesso è garantito solo a chi rifiuta il reale e non si sporca dunque con le sue conseguenze: la violenza, il caos, il sesso, il desiderio, la furia. Nonostante sia interpretato da attori (e Audrey Tatou deve a questo successo l’intero corso della sua carriera) Il favoloso mondo di Amélie combatte una battaglia all’ultimo sangue contro la corporeità, il putridume dell’umano. Nel farlo eleva al grado di dea – dopotutto il suo agire determina la vita personale di tutti gli altri personaggi – una donna che non ha elaborato alcuna riflessione su sé, preferisce la menzogna “riparatrice” alla crudezza della realtà (convince una ignara portinaia che il marito che l’ha abbandonata decenni prima in realtà morì cercando disperatamente di tornare ad avere un rapporto affettivo con lei) e non ha prospettive, né obiettivi concreti. Dietro il mito già citato dei “piccoli gesti quotidiani” si cela il pericoloso racconto di un mondo che si pretende immobile, sempre uguale a sé, perfettamente manipolabile ai propri scopi, e dove lo spazio e il tempo non esistono. Prima di ogni altro Jean-Pierre Jeunet ha compreso la direzione in cui si sarebbe mossa un’intera generazione – incapace di leggere il proprio tempo e dunque tesa a una fuga nell’irrealtà quotidiana – e invece di stigmatizzarla l’ha indicata come via maestra. Anticipando anche, data l’intelligenza dell’intuizione, il cinema popolare a venire. E le sue miserie.

Info
Il trailer de Il favoloso mondo di Amélie.

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