El Conde
di Pablo Larraín
Con El Conde il cineasta cileno Pablo Larraín mette per la prima volta direttamente in scena una figura fondamentale all’interno della sua filmografia, vale a dire Augusto Pinochet. La scelta però di muoversi nei territori della commedia horror, con il dittatore fascista trasformato in un vampiro, non va oltre l’intuizione iniziale, lasciando che il film si sviluppi solo in superficie, senza mai scavare in profondità. In concorso alla Mostra di Venezia 2023.
Per favore, mordimi sul collo
Augusto Pinochet è un vampiro in giro da oltre 250 anni e ha inscenato il proprio decesso per non dover gestire la propria fase declinante, travolto dall’ignominia. L’ex dittatore abita però ancora questa terra, recluso in una zona remota del Cile, ma inizia davvero a essere stanco della vita e medita di morire… [sinossi]
Dopo la trilogia femminile sul potere e le sue spire (Jackie, Ema, Spencer), Pablo Larraín affronta una figura che è parte consustanziale della sua filmografia, Augusto Pinochet, e lo fa con un horror grottesco in cui il dittatore è un vampiro di circa 250 anni di età. Lo spettro del militare fascista che ha governato il Cile dal golpe del 1973 al 1990 attraversa le opere fondamentali di Larraín a partire dalla psicosi da regime raccontata nel magnifico Tony Manero fino al referendum del 1989 che diede il “la” alla fine della dittatura in No passando per i giorni della fine di Allende in Post Mortem: Pinochet è un’onnipresente ombra, un fantasma portatore di una malattia collettiva che si insinua nei corpi e negli istinti mentre la sua deposizione è frutto di una dialettica ardua, meno scontata di quanto possiamo immaginare. Larraín, che del terribile ventennio cileno ha ben saputo restituire la complessità, non aveva mai affrontato di petto il protagonista indiretto di tanti suoi lavori, ovvero uno dei personaggi più noti, brutali e sanguinari del Novecento, preferendo mostrare gli effetti del fascismo nella società e negli individui. Con El Conde il regista rende invece Pinochet protagonista assoluto ma non di una riflessione ponderosa sul potere bensì di un divertissement, del film meno “serio” della sua carriera, di una commedia dark grondante sangue che però ha tutto l’intento di far ridere. Anche se, magari, a denti stretti. Rigorosamente canini.
Nel film in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2023, Pinochet (Jamie Vadell, attore squisitamente “larrainiano”) ha solo inscenato la propria morte nel 2006 per sfuggire alle conseguenze delle proprie malefatte, ma continua a vivere in una landa remota assieme alla moglie Lucia (Gloria Münchmeyer), umana che lui mai ha morso, e al suo fido maggiordomo di origine russa (l’ancor più “larrainiano” Alfredo Castro) che invece ha reso vampiro per gli ottimi servigi da torturatore svolti durante il regime. Una voce narrante dal chiaro accento britannico – destinata a entrare in scena e diventare importante personaggio – ci introduce alle vicende secolari che coinvolgono il futuro Presidente, nato Claude Pinoche nella Francia monarchica alla vigilia della Rivoluzione: difensore del Re, il giovane gli volterà le spalle per continuare a bere sangue, depredare e sopravvivere. Vampiro fin dall’origine, Pinoche attraversa l’Ottocento e il Novecento sempre dalla parte della repressione e dell’ingiustizia, per trovare a un certo punto la propria “casa” in un Paese di scarsa rilevanza in Sud America: i tempi sono maturi per esercitare il potere e, nel Cile del dopoguerra, il non-morto troverà il proprio trionfo. Finché però la Storia non gli si ritorce contro e, scoperti crimini immondi e immondi ladrocini, Augusto finge il decesso per essere lasciato in pace. Una insinuante malinconia e la stanchezza di una lunga esistenza sembrano comunque prendere il sopravvento sulla creatura demoniaca che agogna la fine dei propri tanti giorni. Una serie di omicidi a Santiago perpetrati da un succhiasangue parrebbe invece mettere in dubbio questa decisione e i cinque figli di Pinochet raggiungono l’isola sperduta in cui il vampiro dimora per iniziare a mettere le mani sull’ingente eredità economica del padre che, se vivesse ancora o in eterno, potrebbe non dar loro mai neppure un quattrino. A battagliare con Pinochet arriverà però anche una suora (Paula Luchsinger), convocata da una delle figlie, che dovrebbe da una parte indagare sui denari nascosti all’estero del generale e dall’altra attuare un esorcismo su di lui e semmai ucciderlo: la beltà della religiosa risveglia a sorpresa in Claude Pinoche il desiderio di proseguire la propria esistenza.
Girato in uno stiloso e compiaciuto bianco e nero lavorato da Ed Lachman, El Conde è un lavoro di pura, aerea superficie: il regista pare aver voluto consegnare alla messa in scena, ridondante di citazioni coltamente cinefile, tutte le speculazioni degne di interesse che latitano rovinosamente nelle due ore di film. Alcuni esterni guardano a Béla Tarr, gli interni gotici rimandano ai film della Hammer, la suora/martire con il suo capello corto richiama palesemente Renée Falconetti ne La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer il cui Vampyr è del resto un riferimento esplicito (una locandina del film compare in uno dei “voli” su Santiago che il non-morto compie in cerca di cuori da divorare): le immagini suggestive e pittoriche non mancano così come una certa verve nella parte centrale quando entra in scena la religiosa che, attraverso la propria “inquisizione”, farà confessare ai figli tutto quello che sanno dei crimini e delle ruberie del genitore, mettendo in fila per la cronaca e lo spettatore varie atrocità commesse dal fascista cileno. Al di là del dispendio di chiaro-scuri, della ricerca della bella inquadratura, dell’elegante movimento di macchina e di qualche battuta, El Conde è una esile commedia che, molto comodamente, opera una scelta facile, ambigua e precedentemente rifuggita nell’opera stessa di Larraín ossia la banalizzazione del Male e del fascismo che divengono qui elementi non umani, ultramondani, orrorifici e dunque allontanabili attraverso il genere e la propria differenza specifica. Pinochet è un vampiro, così come chi nel Vecchio Continente gli è stato alleato, e la portata del tutto umana e reale della articolata faccenda viene rigettata in favore di una favola gotica in cui a ben vedere il protagonista risulta persino simpatico contornato com’è da avide sanguisughe (i figli) e dalla frustrazione di una moglie che non è mai stata scelta per l’eternità. Difficile non notare, inoltre, che il Male è nato in Europa e dall’Europa è stato nutrito, o che il suo aiutante proviene dalla reazione russa alla Rivoluzione del 1917, mentre un solo cenno viene fatto circa gli Stati Uniti (che supportarono il golpe militare in Cile così come il regime argentino) ossia che dopo l’11 settembre 2001 Washington ha fatto emergere i conti all’estero di Pinochet. L’entrata in scena della narratrice inglese e onnisciente risulta al fine una trovata ilare quanto superficiale e il mosaico delle forze che ressero l’orrore resta placidamente fuori scena.
Dopo aver solcato oceani e decenni, l’orribile vecchio assurge in El Conde al ruolo di un anti-eroe draculesco che si nutre di esseri umani, certo, ma che tutto sommato è un’alterità rispetto a essi, superiore in fondo a tutti e dunque, anche, difficilmente giudicabile. Si può raccontare un personaggio come Pinochet attraverso una commedia horror? Ci mancherebbe, il punto non è certo l’immoralità o meno della scelta. Riesce Larraín a essere in questo modo ficcante rispetto alla complessità della figura, storica o individuale, del dittatore cileno? Riesce a mostrare la ragnatela che ha voluto fortemente la repressione, l’omicidio, i desaparecidos e le torture in nome dell’anticomunismo? Riesce a mettere in luce qualcosa di ulteriore rispetto a quanto non avesse, lui stesso oltretutto, già illuminato? Decisamente no e “regala” allo spettatore due ore di black humor su Pinochet che scivolano via senza lasciare traccia perché “i cattivi” sempre esisteranno e, con la loro immortalità, domineranno il mondo in ogni epoca. Una riflessione modesta, esile e di poco conto per chi aveva saputo esprimere intimamente la crudeltà profondamente umana di una dittatura fascista.
Info
El Conde sul sito della Biennale.
- Genere: commedia, horror
- Titolo originale: El Conde
- Paese/Anno: Cile | 2023
- Regia: Pablo Larraín
- Sceneggiatura: Guillermo Calderón, Pablo Larraín
- Fotografia: Ed Lachman
- Montaggio: Sofía Subercaseaux
- Interpreti: Alfredo Castro, Amparo Noguera, Antónia Zegers, Catalina Guerra, Diego Muñoz, Gloria Münchmeyer, Jaime Vadell, Marcial Tagle, Paula Luchsinger
- Produzione: Fabula
- Durata: 110'

Venezia 2023 – Minuto per minuto
Venezia 2023
Venezia 2023 – Presentazione
Spencer
Ema
Jackie
Neruda
Il Club
No – I giorni dell’arcobaleno
Tony Manero