Shinya Tsukamoto: «Il mio cinema libero»
Il suo Shadow of Fire (Hokage) è stato uno dei film più apprezzati alla Mostra del Cinema 2023, film che corona una carriera quasi quarantennale di cinema indipendente e disturbante, quella di Shinya Tsukamoto. Tetsuo (1989) lo ha fatto conoscere come autore originale nel panorama cinematografico internazionale. Ha vinto il Premio della Giuria, nella sezione Controcorrente per A Snake of June (2002) alla 59ª Mostra di Venezia, il Premio Nuove Visioni per Vital (2004) al 37° Sitges – International Fantastic Film Festival e il Premio Orizzonti al miglior film per Kotoko (2011) alla 68ª Mostra di Venezia. Fires on the Plain (2014) è stato selezionato in concorso alla 71ª Venezia. Da attore ha interpretato anche Mokichi, un povero contadino in Silence (2016) di Martin Scorsese. Di recente è stato anche tradotto in italiano il suo libro Un serpente di giugno. Abbiamo incontrato Shinya Tsukamoto durante Venezia 80 nell’appartamento che ha affittato al Lido visto che, come sua abitudine, prende un appartamento per il suo staff cui poi si unisce una volta finite le notti messe a disposizione dalla Biennale.
Nel film Shadow of Fire abbiamo qualche indicazione storica, c’è quella visione dall’alto della città distrutta, e non può che trattarsi del periodo della fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, mi sembra che gli indizi in tal senso siano minimi e il film conservi una sorta di indefinitezza, di astrazione, come se la vicenda fosse universale e potesse succedere in ogni luogo e in ogni tempo. È un risultato che volevi raggiungere?
Shinya Tsukamoto: Proprio come hai detto. Non c’è mai una scritta per contestualizzare. La mia intenzione era proprio quella di fare in modo che chiunque veda il film si renda conto che questo tipo di situazione, e tutta la paura che comporta, può verificarsi ovunque e in qualsiasi momento.
Anche quella veduta dall’alto risulta un po’ enigmatica. Io ho pensato ai bombardamenti di Tokyo, qualcuno ci ha visto addirittura Hiroshima. Puoi dirmi a cosa si riferisce quella visione, se si riferisce a qualcosa, e perché inserirla in quel momento del film?
Shinya Tsukamoto: Se consideriamo i bombardamenti che ci sono stati durante la guerra su Tokyo, potrebbe anche essere. Ma non è quello il punto. Quello che mi interessava dimostrare è che, quando finisce la guerra, non sono finiti gli effetti della guerra. Ovunque accada, anche al di là di Tokyo, tutto resta distrutto e tutto lo stato di angoscia non svanisce con la fine, con la dichiarazione di fine. Per me era molto importante riuscire a dimostrare i danni che si hanno in quelle situazioni.
Perché è importante parlare della guerra in questo momento storico, per il Giappone e per il mondo? C’è qualche esigenza che ti ha spinto in tal senso?
Shinya Tsukamoto: Il Giappone si sta avvicinando a una situazione di pericolo palpabile. I messaggi che voglio veicolare sono questi, tenendo presente che questo non riguarda solo il Giappone ma tutto il mondo. Sentivo l’esigenza di parlare di questo.
Partendo dal film che ti ha fatto conoscere, Tetsuo, qui torna quella capacità di fare un film incredibile con due lire. Il budget limitato è stata un’esigenza o una scelta? Dietro il film c’è peraltro una solida, e storica, casa di produzione quale la Nikkatsu.
Shinya Tsukamoto: La cosa fondamentale per me è girare in libertà, nessuno deve aver voce in capitolo in quello che faccio. Poi se, nel momento in cui giro un film, i soldi ci sono, lo faccio con un budget più grande, se non li ho, con un budget più piccolo. In questo caso, come sempre del resto, mi sono rivolto alla Nikkatsu per la distribuzione dopo. Se mi fossi rivolto a loro per la produzione, avrei probabilmente avuto un sacco di soldi. Ma mi sono rivolto a loro dopo, e quindi non rientrava nel discorso di base. Qual è la procedura? Se tu chiedi per esempio che Nikkatsu intervenga in fase di preproduzione, e se loro aderiscono, si fanno carico di una serie di voci molto importanti. Però hanno anche voce in capitolo. Mentre, step by step, puoi chiedere che si occupino solo della distribuzione.
La prima parte del film è pervasa da un senso di claustrofobia, in quell’ambiente chiuso, che mi ricorda per esempio quella del tuo film Haze. Perché creare questa angoscia nella prima parte?
Shinya Tsukamoto: A me interessa tantissimo, pur percependo la grandezza del mondo intorno, che ci sia un’esistenza limitata, un ambiente molto molto stretto. Mi interessa in generale.
Nei quattro personaggi, la donna, il bambino, il soldato, quello finale col braccio che non si muove, si sviluppano dinamiche da situazioni di sopravvivenza. Anche questi sembrano archetipi. Come li hai concepiti e come hai scelto gli attori?
Shinya Tsukamoto: Per me era importante identificare quelle tipologie di persone che effettivamente hanno rappresentato quel momento storico. Pensiamo alla donna che ha perso la sua famiglia, le è morto il bambino per le esplosioni. Effettivamente c’erano tante donne così. Come il bambino che ha perso i genitori e deve cavarsela. Ciascuno di loro in realtà, più che un simbolo è tangibilmente il risultato di quella situazione. Per quanto riguarda la scelta degli attori, ciascuno di loro è stato scelto con criteri differenti. Nel caso di Shuri, che aveva fatto già cose televisive, mi ero reso conto, vedendola, che aveva un corpo da ragazzina che però esprimeva una forza pazzesca. Quello col braccio che non si muove è Mirai Moriyama, che fa anche danza e teatro. Ed è quindi abituato a usare tutto il corpo nella recitazione, non soltanto le parole. Mi interessava tantissimo quindi questa sua fisicità, da applicare nella scena. Il bambino è stato scelto con una normale audizione. Mi sono reso conto che questo bambino aveva una presa di responsabilità, era particolarmente sveglio, che altri bambini non avevano ed eravamo rimasti molto colpiti da questo.

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