Dangerous Animals

Dangerous Animals

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A dieci anni di distanza da The Devil’s Candy l’australiano Sean Byrne torna alla regia con Dangerous Animals, confrontandosi con una delle minacce costanti del continente oceanico: gli squali. Un horror a tratti molto divertente, ma che paga in altri momenti un’eccessiva e ingiustificata seriosità. Alla Quinzaine des Cinéastes.

The Most Dangerous Game

Quando Zephyr, una surfista ribelle, viene rapita da un serial killer ossessionato dagli squali e tenuta prigioniera sulla sua barca, deve trovare il modo di fuggire prima che lui esegua un rituale per darla come pasto agli squali sottostanti. [sinossi]

E se per confrontarsi con le divinità non si dovesse alzare speranzosi gli occhi al cielo, ma occorresse invece puntarli verso il basso, verso la profondità degli abissi? Non che vi siano suggestioni lovecraftiane nel delirio psicotico in cui vive Tucker, lo squilibrato protagonista di Dangerous Animals: l’uomo, che divide la sua esistenza tra la barca ormeggiata in una costa australiana e il suo pick-up, spiega alla malcapitata Zephyr come a suo avviso i veri “esseri superiori” si agitino al di sotto della superficie dell’acqua. Si parla ovviamente degli squali, minaccia tra le più cinematografiche per gli esseri umani che in questo (a tratti) divertente lavoro di Sean Byrne sono lì ad attendere che Tucker si decida a dar loro in pasto qualche giovane turista raccattato con la promessa di condurli a vedere questi famelici bestioni dell’oceano. Presentato alla Quinzaine des cinéastes in una proiezione partecipata da un pubblico giovane che ha esultato a ogni taglio, ogni ferita, ogni colpo proibito, e ovviamente ogni morso selvaggio, Dangerous Animals segna il ritorno alla regia per il regista nativo della Tasmania a ben dieci anni di distanza da quel The Devil’s Candy con cui tentò di conquistare l’ambita Hollywood, senza avere troppa fortuna. In precedenza era stata la volta di The Loved Ones, affascinante thriller grondante sangue che di nuovo ragionava sulla psicopatologia, in quel caso concentrata nella mente di una adolescente che farebbe di tutto – ma proprio di tutto – per godersi il suo ballo liceale di fine anno. Si diverte a giocare con i cliché dell’horror, Byrne, e ovviamente lo testimonia anche questa nuova e attesa sortita registica, che guarda com’è inevitabile a Lo squalo ma arriva poi alla conclusione che “il gioco più pericoloso” (per ricordare il titolo originale de La pericolosa partita di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack, classico del pre-code che torna alla mente durante la visione) sia quello che conduce l’uomo, e non l’ordine naturale che per quanto ferale possa apparire segue una logica.

L’incipit di Dangerous Animals è davvero spassoso, con Tucker (Jai Courtney è perfetto nel calarsi nei panni di questo pazzoide che non pago di mandare al macello carne giovane si premura anche di riprenderne l’agonia per poi godere della visione, come fosse uno snuff movie, davanti a un buon bicchiere di vino e un pesce cotto al forno) che raccatta a bordo un canadese e un’inglesina – e il cerchio sulle varie declinazioni del mondo anglofono “occidentale” si chiude con l’irruzione in scena della surfer statunitense Zephyr, la vera protagonista della vicenda – e gioca con loro come farebbe il proverbiale gatto col topo, alludendo a un destino che il pubblico inizia ben presto a comprendere in tutta la sua ferocia. Il ritmo aumenta poi quando a entrare nel racconto è il subplot sentimentale tra Zephyr e Moses, come se la screwball comedy (a suon di battute sulla discografia dei Creedence Clearwater Revival) potesse farsi largo tra le maglie di un horror “survivalista” in odor di splatter. Quando però ci si aspetta il definitivo colpo di coda, ecco che Sean Byrne inspiegabilmente inizia a prendersi sul serio, facendo riaffiorare solo a singhiozzo le scorie più sarcastiche e divertenti. Il film qui si inceppa, anche per via di uno spazio scenico è estremamente ridotto – il film è ambientato per la quasi totalità sull’imbarcazione di Tucker, dove l’uomo segrega le sue vittime sacrificali – e lo schema rischia di farsi prevedibile. Per ridestare l’attenzione dello spettatore Byrne ricorre al mestiere, che ben conosce, e a un grado di efferatezza sempre maggiore, come quando Zephyr è costretta a scegliere tra le catene e il suo pollice sinistro.

Anche alcuni decessi vengono trattati in modo un po’ troppo sbrigativo: perché liberarsi con un’inquadratura neanche frontale e così in velocità del vicino di battello di Tucker? E per quale motivo lasciare al fuori campo il destino del di lui cagnetto ringhiante, in un film che punta tutto sull’esagerazione della visione, fino a far perdonare fallacie logiche a dir poco tonitruanti – personaggi che sanguinano per ore senza morire, altri che riescono ad arrampicarsi sulla barca dalla parte più alta e liscia del fianco, e senza supporto alcuno? Nonostante si apprezzi lo sforzo, e si esca dalla sala in ogni caso moderatamente soddisfatti, la mente cinefila non riesce a evitare di correre con un briciolo di nostalgia alla memoria di Piranha 3D di Alexandre Aja, dotato di ben altra capacità di intrattenimento e senza alcuna paura di osare nel mostrare di tutto e di più. Si festeggia in ogni caso il ritorno dietro la macchina da presa di Sean Byrne, con l’auspicio di non dover attendere altri dieci anni per imbattersi in una sua creatura.

Info
Dangerous Animals sul sito della Quinzaine.

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