Denti da squalo

Denti da squalo

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Denti da squalo segna l’esordio alla regia di un lungometraggio per Davide Gentile, e racconta un romanzo di formazione cercando senza troppa fortuna il punto d’incontro tra il fantastico spielbergiano e il lirismo periferico di Claudio Caligari. Le ambizioni produttive della Goon di Gabriele Mainetti sono evidenti, ma la messa in scena risulta poco a fuoco, impossibilitata a trovare appigli in una sceneggiatura zoppicante.

Quando sarai grande

Questa è la storia di Walter e della più incredibile estate della sua vita. La scuola è finita e Walter, 13 anni, ha appena perso suo padre. Nel suo vagare apparentemente senza meta per il litorale romano, un luogo affascinante e misterioso cattura la sua attenzione: una villa abbandonata con una gigantesca, torbida, piscina. Ma la villa non è incustodita e inizierà per lui un viaggio indimenticabile. [sinossi]
Il vuoto e poi
Ti svegli e c’è
Un mondo intero
Intorno a te
Ti hanno iscritto
A un gioco grande
Se non comprendi
E se fai domande
Chi ti risponde
Ti dice “è presto”
Quando sarai grande
Allora saprai tutto
Edoardo Bennato, Quando sarai grande

Sono molte le “prime volte” in Denti da squalo. La prima regia di un lungometraggio per Davide Gentile, la prima produzione per un film che non lo riguarda direttamente (anche se compone la colonna sonora) per Gabriele Mainetti, la prima parte drammatica per Virginia Raffaele. E poi la prima avventura da quasi-adulto per il tredicenne Walter, e la prima volta nella storia del cinema italiano di uno squalo che vive e vegeta all’interno di una piscina. A spulciare la cronaca ci si imbatte in notizie relative a squali di un metro sospinti da onde anomale nelle piscine di alberghi di lusso ricavate tra le rocce a ridosso dell’oceano (in Australia), e nella curiosa vicenda di un capobastone della ‘ndrangheta che pare allevasse un carcarodonte di tre metri nella sua piscina privata, forse utilizzandolo come spazzino per le persone che trovava indigeste. Chissà, magari è partendo da questo fatto che Valerio Cilio e Gianluca Leoncini, autori della sceneggiatura, si sono lasciati suggestionare per imbastire il racconto di Walter, tredici anni e orfano da poco del padre morto in un incidente sul lavoro. Depresso, svogliato e poco a suo agio con la madre il ragazzino – che ha appena terminato la terza media – girando in bicicletta si ritrova in una enorme villa all’apparenza abbandonata, che nasconde un segreto del tutto particolare: nella piscina vive un grande e minaccioso squalo. In realtà Carlo, un altro ragazzo poco più grande di Walter, fa da custode alla villa e si preoccupa di nutrire il bestione. Ma la carne scarseggia e bisogna industriarsi per trovarla, anche ricorrendo a modi non del tutto leciti.

L’idea di base su cui si articola il film parrebbe aprirsi a scenari interessanti, con il tentativo di trovare il punto d’incontro tra i bassifondi à la Caligari o D’Innocenzo – con qualche eco, con tutti i distinguo del caso, del Garrone di Gomorra – e il fantastico hollywoodiano di cui fu maestro Steven Spielberg, e che di recente è tornato in auge anche sul piccolo schermo con Stranger Things: l’avventura al limitar del sogno che permette al corpo pubescente di entrare nella fase adulta, attraversando il trauma fino a riprendere piena coscienza della propria esistenza. Qui le peripezie riguardano la volontà di Walter di ritrovare un punto di connessione con la figura paterna scomparsa di recente, e che nel passato qualche scheletro nell’armadio lo aveva riposto: ecco dunque l’avvicinarsi del ragazzino al sottobosco criminale, tra pistole nascoste nelle scatole, colpi notturni in depositi di macelleria, spaccio di droga e chi più ne ha più ne metta. Gentile si attacca al volto e al corpo del suo protagonista, e a conti fatti fa bene: è infatti l’interpretazione del giovanissimo Tiziano Menichelli a illuminare una storia che per il resto arranca in maniera inesorabile, in particolar modo per via di una scrittura davvero raffazzonata.

Se Walter è mosso da motivazioni, pur basiche, il suo tracciato emotivo e cognitivo è poco convincente: il ragazzo accetta il mondo criminale, con tutto quel che comporta, senza mai porsi particolari dilemmi, eppure senza esserne neanche realmente affascinato. Allo stesso tempo il suo rapporto con Carlo appare meccanico, per quanto entrambi gli attori tentino di sgravarlo delle sovrastrutture che lo appesantiscono: quelle battute romanesche così letterarie, prive di reale vita, mortificano due corpi che dovrebbero essere lasciati liberi di esprimere la loro ribellione “naturale”. Lo stesso sentore di asfittico artificio lo si respira nella messa in scena della ghenga di Tecno, il ragazzo che gestisce la microcriminalità del litorale, e per il quale lavoricchiano anche Carlo e Walter. L’idea dei “ragazzi perduti” lascia quasi da subito il posto alla stanca prevedibilità delle situazioni, in un rimestare nel torbido che non trova mai una propria urgenza. D’altro canto non è che le relazioni genitori-figli funzionino molto meglio, o sappiano smarcarsi da un’idea predigerita del cinema, del racconto, della visione. A mancare è anche così il lato emotivo della vicenda, e perfino le partecipazioni straordinarie di Claudio Santamaria – il fantasma paterno – ed Edoardo Pesce – il boss proprietario della villa – risultano appese, quasi che servissero solo ed esclusivamente a esplicitare il côté morale e metaforico della vicenda. Così lo squalo espone la sua duplice valenza reale-figurata in modo così palese da far perdere qualsivoglia qualità alla sua mera presenza scenica: nessuno teme davvero che un personaggio possa cadere in acqua e rischiare di diventare preda. Nessuno, ed è questo il problema principale di Denti da squalo, crede e sente davvero il percorso di crescita di Walter, e la sua estate fuori dagli schemi non presenta asperità concrete, rischi evidenti, anche perché Gentile tratteggia più di una sequenza ricorrendo agli schemi della commedia, qui davvero fuori posto.

Tra personaggi-funzione, personaggi-macchietta, e personaggi-metafora Denti da squalo perde progressivamente consistenza, e l’occhio rischia dunque di concentrarsi su tutte le libertà “poetiche” (se così le si vuole definire) che il film si prende: come fanno due ragazzini e una donna a sollevare ed estrarre dall’acqua uno squalo lungo metri e potenzialmente famelico? Solo la più evidente delle domande che viene naturale porsi, una volta che si è persa ogni aderenza alla storia, e alle sue motivazioni più profonde. C’è chi cercherà in ogni modo di difendere l’esordio di Gentile, forse presupponendo che la via intrapresa – l’imitazione di un modello statunitense mescolato al cinema di borgata che tanto sta prendendo piede oggigiorno: non poi così diversa come idea da quella su cui si strutturava Lo chiamavano Jeeg Robot, e a ben vedere anche Freaks Out – sia comunque quella giusta. In realtà forse sarebbe da chiedersi se uno schema produttivo simile possa davvero funzionare, o abbia qualcosa di concreto da “dire” al pubblico. Si vedrà.

Info
Il trailer di Denti da squalo.

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