Scarpe rotte
di Roberta Torre
Presentato come film d’apertura delle Notti Veneziane nella sezione Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, Scarpe rotte di Roberta Torre affida a un microcosmo domestico sospeso nel tempo, durante la Seconda guerra mondiale, il senso ultimo del suo cinema libero e irriducibile. Un diario filmato e vulnerabile che, mescolando teatro, archivio e visioni sperimentali, interroga la fragilità della storia umana attraverso la storia ondivaga di due amiche dal diverso destino. Un film imperfetto, ma con grazia.
Camminare sulla storia
Roma, durante la seconda guerra mondiale. Clara e Vera trascorrono il tempo in casa: bevono il tè, mettono in ordine, parlano. Clara e Vera parlano di tutto. Di ciò che è accaduto all’una e all’altra, di chi non c’è, di chi manca. Al centro dei loro discorsi ci sono le scarpe. Che dovrebbero essere intere, se non addirittura eleganti almeno decenti, e invece sono rotte, piene di spaccature, con la suola che si stacca; ma ci sono solo quelle, bisogna arrangiarsi, esserne orgogliosi e persino – anche se in tempo di guerra sembra assurdo – un poco gioirne. Perché allora non organizzare un concorso di scarpe rotte, con tanto di giudice e concorrenti? [sinossi]
È sempre rischioso, il cinema di Roberta Torre, perché non si accontenta mai, non va mai sul sicuro, non segue i sentieri già battuti e raramente punta al “compiuto”. Non le interessa inscriversi nelle abituali caselle all’interno delle quali spesso e volentieri trae sollievo il cinema nostrano. La stimola il rischio della libertà, o la libertà nel rischio. Perciò, tra i tanti significati simbolici che le scarpe rotte presentano, c’è anche quello del senso stesso del cinema di Torre, la sua ragion d’essere: la bellezza del mettersi in cammino, senza troppo curarsi di ciò che è bello e di ciò che piace, che è alla moda, magari, e che durerà il tempo di una stagione. Presentato come film d’apertura delle Notti Veneziane nella sezione Giornate degli Autori della 83esima Mostra del Cinema di Venezia, Scarpe rotte è un film breve (dura poco più di un’ora), esile, delicato. Persino vulnerabile. Illuminato da una fotografia (di Daniele Ciprì) che privilegia toni caldi desaturati, è quasi un diario filmato, un dialogo, una “corrispondenza d’amorosi sensi” tra due donne, due amiche, che vivono in uno spazio condiviso e in un tempo sospeso, in una sorta di interdipendenza. Siamo, sì, negli anni della Seconda guerra mondiale e l’immaginario delle scarpe usurate, ma ancora utili e necessarie è una sineddoche ben precisa di quel periodo storico. Eppure non siamo nell’ambito di una rilettura neorealista-pop, come nel caso di C’è ancora domani (Paola Cortellesi, 2023). Roberta Torre alterna i dialoghi tra le due amiche, intervallati da una sorta di coro composto da tre donne più mature (tre parche, forse, dato che in mano hanno un gomitolo), al montaggio di spezzoni d’archivio, immagini di storia che verrà (il fungo atomico, Piazza Tien-an-men, 11 settembre 2001, la caduta del muro di Berlino, la corsa allo spazio, l’allunaggio). Le scarpe rotte, allora, sono come la storia “che si rompe sempre”. Clara ricorda i dialoghi con suo marito, che ora è carcerato a Regina Coeli (e una guardia che sembra uscita da un romanzo di Kafka non le permette mai di entrare per poterlo salutare). “Il problema, amore mio, è la storia. Come facciamo, amore mio, con la storia? Come facciamo con questa cosa che si rompe sempre? Con questa cosa che non funziona mai?”. Quelle immagini, allora (giorni di un futuro passato), sembra siano nate allo scopo di essere viste e riviste, fin quando non impareremo a vivere in un modo diverso, senza più rompere niente. Ma sarà mai possibile?
L’approccio visivo e di scrittura è letterario e teatrale (Clara che mostra a Vera la mappa dei luoghi in cui ha pianto), così come i dialoghi, che a volte lo sono fin troppo (“Arriva un momento in cui il mondo è pieno di lacrime”). Non sempre il film trova e mantiene il giusto equilibrio fra le sue componenti. Le tre donne che commentano in chiave “comica”, ad esempio, danno spesso l’impressione di spurio (senza dubbio l’anello debole, così come la “cornice” che apre e chiude il film), mentre il tono generale spesso rimane più lezioso che viscerale, rischiando di tenere a distanza lo spettatore. La miscela commedia/dramma che altre volte ha funzionato egregiamente nel suo cinema, qui a tratti fa l’effetto dell’acqua con l’olio, minacciando di disinnescare il cuore caldo del film, la sincerità dell’assunto. Ci sono, in compenso, dei bei momenti di cinema sperimentale: le frasi delle lettere dal carcere che si animano a gran velocità sullo schermo, le scarpe che prendono a camminare da sole, o Clara che osserva se stessa sulle immagini proiettate su una tenda: questo schermo sempre diviso , sempre sdoppiato (anche le due amiche sono “spiate” dalle tre “parche” da uno spazio contiguo, apparentemente a loro invisibili). E poi la malinconica, dolcissima coreografia di Clara, con la giacca del marito, e in memoria di lui, mentre cerca di ricordare il suo tocco, il suo abbraccio, facendo camminare le scarpe dell’uomo, infilandoci dapprima le mani, carponi, poi i piedi. Scene, come anche quella del prefinale, in cui Barbara Ronchi è non meno che magistrale. Un film imperfetto, volutamente “in minore”, sicuramente pieno di grazia.
Info
Scarpe rotte sul sito delle Giornate degli Autori.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Scarpe rotte
- Paese/Anno: Italia | 2026
- Regia: Roberta Torre
- Sceneggiatura: Giorgio Vasta, Roberta Torre
- Fotografia: Daniele Ciprì
- Montaggio: Simona Paggi
- Interpreti: Alfonso Guadagnino, Barbara Ronchi, Diana Collepiccolo, Glen Blackhall, Mersila Sokoli, Michele Savoia, Paola Giannetti, Rocco Castrocielo, Tatiana Lepore
- Produzione: Draka Production, Faber Produzioni, Rai Cinema, Stemal Entertainment
- Durata: 68'



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