Riccardo va all’inferno

Riccardo va all’inferno

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Riccardo va all’inferno è la rilettura in salsa borgatara (il supposto regno è quello del ‘Tiburtino Terzo’) del Riccardo III di Shakespeare; tra musical e grottesco iperreale Roberta Torre firma un’opera non priva di ambizioni e di fascino, ma troppo sbrindellata sotto il profilo narrativo, e a tratti stanca anche nel suo lato che dovrebbe essere più libero e visionario. In After Hours al Torino Film Festival e in sala dal 30 novembre con Medusa.

La vendetta è un piatto che va servito cantando

In un fantastico regno alle porte di Roma, vive in un decadente castello la nobile casata dei Mancini, che gestisce un florido traffico di droga e malaffare. Riccardo Mancini è da sempre in lotta con i fratelli per la supremazia e il comando in famiglia, dominata dagli uomini ma retta nell’ombra dalla potente Regina Madre, grande tessitrice di equilibri perversi. Un tragico e oscuro incidente l’ha reso zoppo e storpio fin dalla tenera età, minando fortemente la sua salute mentale e obbligandolo a trascorrere anni in un ospedale psichiatrico. Tornato a casa, apparentemente guarito, Riccardo inizia a tramare per assicurarsi attivamente il possesso della corona, assassinando chiunque ostacoli la sua scalata al potere. Ma quando diventa re, perde tutto… [sinossi]

Riccardo va all’inferno o vi fa ritorno? Quale che sia la risposta, esiste forse una differenza possibile? Dopotutto nel Riccardo III, da cui prende ovviamente ispirazione il film di Roberta Torre, il protagonista mette le cose in chiaro fin dalla prima scena del primo atto, quando si trova a spiegare come «Non siamo nati per supplicare, ma per comandare. Noi siamo nati non per postulare, ma per imporre»; anche il Riccardo storpio che esce dal manicomio nella prima sequenza di Riccardo va all’inferno non ha alcuna intenzione di supplicare, e non si lascia sedurre certo dal demone del postulato. Vuole imporre la propria forza, lui che è stato recluso per anni e anni, e vuole comandare, prendere il dominio di un regno fantomatico, quel Tiburtino Terzo che spazza via le nebbia d’oltre Manica e scende a sud, a pochi passi dal Grande Raccordo Anulare. Già nella scelta della location, e nel suo utilizzo in scena, si rintracciano senza troppi patemi vizi e virtù della sesta regia cinematografica di Roberta Torre, milanese con il cuore posizionato a meridione. Sradicare dalla terra d’Albione Riccardo e trascinarlo all’inferno, o meglio a Roma, è un’intuizione che poteva aprire il fianco a una lunga serie di riflessioni, tanto sul contemporaneo (la capitale come melmoso acquitrino, bitume nel quale sguazzano senza mai affogare i peggiori delinquenti dello Stato) quanto sulla storia della città, che ebbe nelle storie “d’amore e de cortello” uno dei suoi tratti distintivi. La Torre questa intuizione la ha, ma non sa poi come gestirla sullo schermo: non c’è nulla di romano in Riccardo va all’inferno, e quel riferimento a Tiburtino si perde nel vuoto, si trasforma nel vezzo di qualche canzone o di qualche dialogo.

Non è un film banale, Riccardo va all’inferno, e le ambizioni fanno la loro fantasmatica apparizione fin dalle primissime scene, con il protagonista – un Massimo Ranieri calvo e crudele, spaventoso eppure inconfondibile nella voce quando arriva il momento di trasformare tutto in musical – che viene finalmente dimesso dalla casa di cura psichiatrica e, in barba alle indicazioni del suo medico, butta sul marciapiede le pillole prescrittegli e si avvia verso il suo inferno personale, un bunker sotterraneo al quale si accede dalla base di una cabina telefonica in cui vive e “lavora” il suo personale esercito, che ha portato avanti il compito che Riccardo gli aveva impartito: spiare i suoi familiari, quelli che – a partire dalla madre – lo hanno fatto rinchiudere.
Storpio e pazzo, Riccardo è un protagonista per il quale non si può parteggiare, ma fronteggia esseri umani ancor più mostruosi: in un canto atonale e iperreale, la Torre depaupera il musical di tutti gli elementi colorati che avevano accompagnato all’epoca i successi di critica di Tano da morire e Sud Side Stori. Più prossimo alle plumbee timbriche del poco riuscito noir Mare nero, che approdò senza lasciare traccia di sé a Locarno nel 2006, Riccardo va all’inferno è un’opera a suo modo affascinante ma terribilmente malmessa, indecisa nel passo da compiere e a mezza strada tra il trash volontario – che però non deflagra mai, lasciando interdetti – e la cupa rilettura autoriale in salsa pseudo-pop di un classico della drammaturgia teatrale. Perché la Torre non ha calcato la mano? Perché il suo sguardo abbozza solo occhieggi alla tematica della deformità? Gli sgherri di Riccardo avevano sulla carta un potenziale freak che non trova poi reale compimento nella tessitura visiva.

Non è certo privo di ambizioni un film come Riccardo va all’inferno, che pure scivola via con perfino troppa velocità, galoppando verso un finale già scritto ma che rappresenta forse l’apice visionario della vicenda, con i fantasmi che appaiono imprimendosi sui riflessi dell’acqua della piscina in cui è riverso il protagonista, infine forse davvero in viaggio verso quell’inferno che ha sempre vissuto, quotidianamente, nel corso della sua vita. E non si può allo stesso modo mettere in dubbio la consapevolezza artistica di Roberta Torre, così come l’impegno profuso da buona parte del cast, al di là del già citato Ranieri (che rappresenta in ogni caso il motivo più valido per approcciarsi al film). Resta però la sensazione di un arto monco, di un’opera ancora in fieri e solo schizzata sul foglio senza una reale struttura: sequenze inutilmente rapide, reiterazioni – lo schema della vendetta non è certo risolto con particolare attenzione o cura in fase di sceneggiatura – che non trovano una giustificazione ossessiva, una colonna sonora perfino parzialmente monotona, nonostante sia affidata alle cure di Mauro Pagani. Manca il vero inferno, in questa rilettura del testo shakespeariano. Manca l’inferno, il crudele e spietato luogo che non prevede uscita (se non per il Dante che tornò a riveder le stelle…). Senza contesto credibile al di fuori del gioco citazionista – Tiburtino Terzo non si vede nemmeno sullo sfondo – resta solo l’architettura, lo spazio prima della scena, l’idea. Ma è davvero troppo poco.

Info
Il trailer di Riccardo va all’inferno.
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