Balcanica

Balcanica

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Tra la proibizione della musica a Kabul e il limbo dei confini europei, l’esordio nel lungometraggio di Nicola Sorcinelli, Balcanica, mette in scena la solitudine dei migranti e il coraggio della cura di chi non si volta dall’altra parte. Lo fa con uno stile asciutto, non certo rivoluzionario ma pertinente. In concorso alle Giornate degli Autori a Venezia 2026.

Limbo

La musica in Afghanistan è stata proibita, ed è allora che Nazar, un direttore d’orchestra, e suo figlio Jalil, suonatore di tuba, cercano un nuovo inizio lungo la rotta Balcanica. Durante questa fuga senza fine i loro destini incroceranno quello di Greta, una dottoressa italiana. Un incontro che segnerà le vite dei due profughi e quello della giovane donna. [sinossi]

In questi tempi tritatutto, in cui – specialmente sui social – si fa a gara a infangare persino la professione che fino a non molti anni fa veniva guardata con rispetto, ovvero quella del medico, ben vengano i film che ne rimettono in quadro non solo l’impalcatura valoriale, ma anche e soprattutto le azioni sul campo, specie quando si parla di medici volontari. Non dovrebbe essercene bisogno, e invece c’è, specialmente nell’Italia e nell’Europa di oggi. Un soccorso additato, dai tanti e rumorosi individui incattiviti e in malafede (ma anche e soprattutto da profili fake prezzolati), come affarismo, ipocrisia, buonismo e “portateveli a casa vostra”. Eppure, con buona pace dei suddetti, questi temi non smettono di ispirare i cineasti, generando un cinema d’impegno, più o meno ispirato che sia, come testimoniano tra gli altri Fuocoammare di Gianfranco Rosi, Green Border di Agnieszka Holland, Io capitano di Matteo Garrone e Flee di Jonas Poher Rasmussen. E proprio come molti dei film sul tema, Balcanica, in concorso alle Giornate degli autori di Venezia 83, segue dinamiche convenzionali al genere applicando la formula del neo-neorealismo à la Dardenne: macchina a mano, pedinamenti, piani ravvicinati, ambientazioni squallide e desolate. Non cambierà dunque le regole d’ingaggio al genere, ma ha dalla sua l’onestà di fondo di voler testimoniare in modo non impassibile, ma neanche cedendo alla tentazione di una controproducente emotività. Nicola Sorcinelli, al suo esordio nel lungometraggio (ma già regista pluripremiato per alcuni dei suoi corti), coadiuvato dall’ottima fotografia di Damjan Radovanović – indovinati quei campi lunghi ni cui si misurano e si isolano, fin quasi a perdersi, le figure umane –, sembra avere come proposito, semplicemente, di esserci, di raccontare, di non voltarsi dall’altra parte, di stimolare lo sguardo e le coscienze, senza però manipolarle. La sceneggiatura, scritta assieme ad Andrea Brusa, racconta in modo semplice e lineare il viaggio disperato di due musicisti di Kabul, padre e figlio, che in patria non sono liberi di esercitare la propria professione in quanto sulla musica grava una proibizione totale e radicale imposta nel 2021 dal regime talebano dell’Afghanistan, unico Paese al mondo ad averla applicata. Balcanica si apre con un pestaggio al confine: rapido, brutale, vigliacco. Non si vedono facce, ma solo calci e pugni. Ferite e lividi che sbocciano da un atto intollerante e intimidatorio. E prosegue poi nell’incertezza della meta, da una parte, e nel senso d’impotenza di chi cerca di porgere la mano.

Sul piano simbolico, il piede semi-congelato del vecchio (il quale parla solo la sua lingua madre e non si fida di nessuno) sembra rallentare, letteralmente e metaforicamente, il cammino verso la libertà, illusorio o meno che sia, del figlio; il quale, da parte sua, è pieno di speranza per il futuro e di sogni per quell’Italia che non ha mai visto, e che incontra per la prima volta nella gentilezza e dalle cure di Greta (Matilda De Angelis), un giovane medico volontario. Ma è lui, poi, volgendo ansioso lo sguardo in quella terra di nessuno, sotto un cielo indifferente e impietoso, a pregare confessando tutta la disperazione di chi ha paura e non ha più un posto dove andare, di chi non può tornare e neppure proseguire il cammino, bloccato in una sorta di limbo imposto da leggi bilaterali, accordi, rimpalli. Perché è questo a cui sono condannati i migranti, dalle varie leggi ideate per ostacolarne i movimenti e l’approdo: un limbo, un non-luogo in cui relegarli e dimenticarli, auspicando di non doverne sapere più nulla, sottraendoli allo sguardo del mondo. “Dopo tutto questo? Qual è il senso di tornare, dopo tutto questo?”, chiede a un certo punto il vecchio a suo figlio. Non c’è risposta possibile. Bisogna solo scegliere se proseguire verso il pericolo certo, o tornare sui propri passi, al sicuro e in cattività. Poiché Balcanica è un film che preferisce il mostrare allo spiegare, e sceglie unicamente il presente come tempo dell’azione, ne consegue che del “prima” lo spettatore sa poco e niente. Di Greta, ad esempio, sappiamo solo che è una dottoressa e che lì per sua volontà. Che ha preso sul serio il giuramento di Ippocrate e che fa tutto ciò che è in suo potere e nelle sue capacità. Ma questo, se ne accorge ben presto, non basta e non può bastare. Con tutta la frustrazione e lo sgomento che ne conseguono. Di Greta, al pari dei due migranti, colpisce il senso di solitudine: a parte un suo collega e coordinatore, alle sue spalle sembra non esserci nessuno, nessuno che la aiuti, la incoraggi, la supporti. Come fosse anche lei una clandestina, costretta ad agire lontano e al riparo dal cipiglio e dal giudizio di tanti suoi compatrioti. Facile dunque inquadrarla come quel segmento d’Italia che ancora non si volta dall’altra parte, che ancora vuol porgere la mano, ma che si sente impotente e in colpa per l’operato e le direttive inneggianti alla “tolleranza zero” del proprio Paese. C’è però anche il coraggio, alla fine, di compiere l’unica azione possibile, a rischio di rimetterci in prima persona. A proposito di percorsi, è interessante seguire quello della brava trentenne bolognese Matilda De Angelis, qui perfettamente in parte grazie a una commistione intrinseca di nervosismo e fragilità, la quale si muove agilmente e in modo eclettico tra i ruoli, alternando la partecipazione a opere di registi importanti a quelle di esordienti, come in questo caso: il coraggio umanitario del medico di campo incontra quello di un’attrice che, nei riguardi del cinema e del suo lavoro, sembra non accontentarsi mai dello status quo.

Info
Balcanica sul sito delle Giornate degli Autori.

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