Il Club

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Dopo la dittatura di Pinochet, stavolta con Il Club Pablo Larraín scaglia il suo feroce sguardo sulla Chiesa cattolica e conferma la mirabile qualità di un cinema che si alimenta della militanza politica e non si annulla in essa. Orso d’Argento alla 65esima edizione della Berlinale e un anno dopo in sala in Italia.

Todo modo para buscar la voluntad divina

Un gruppo di preti di diverse età vive insieme a Monica, una suora, in una casa sulla costa cilena. Non pregano e non fanno penitenza per i loro peccati, ma anzi sono tutti occupati ad allenare il loro levriero per la prossima corsa tra cani. L’arrivo di un nuovo prete e il suo subitaneo suicidio sconvolgeranno l’ormai tranquillo tran tran del gruppo. [sinossi]

Il cileno Pablo Larraín si conferma con Il Club – in concorso alla 65esima edizione della Berlinale – come uno dei più importanti e influenti cineasti apparsi sulla scena mondiale negli ultimi anni. Quel che in particolare colpisce del suo cinema è la capacità di essere allo stesso tempo militante, politico e raffinato metteur en scène, cosa che non ha eguali nel panorama cinematografico contemporaneo, laddove o si fa militanza con brutti film o si fa cinema con degli accenni critici al presente/passato di un paese. Questa inusitata prospettiva, allora, fa sì che Larraín si collochi nella dimensione godardiana del “fare politicamente il cinema”, ma senza sguardo nostalgico o passatista, visto che il suo approccio è assolutamente contemporaneo.
Il Cile e la sua tragica storia sono il retaggio privilegiato che alimenta il mondo di Larraín e che vengono osservati sempre da un punto di vista inusuale e spiazzante, evitando la banalizzazione del film a tesi.
Così dopo la dittatura di Pinochet evocata sotto diverse forme (la violenza ballerina di Tony Manero, l’obitorio di Post Mortem e la nuova estetica pubblicitaria che fa da premessa a un altro regime, quello delle immmagini, in No – I giorni dell’arcobaleno), Larraín in Il Club posa il suo sguardo sulla Chiesa cattolica e le sue distorsioni, sull’omertà che è parte fondante di questa istituzione.

Ambientato in uno sperduto villaggio sul mare, sorta di finis terrae atemporale, il film vede riunito un piccolo gruppo di persone, il club del titolo per l’appunto, che è composto da quattro preti e da una suora. Sono dei reietti che non possono più esercitare il sacerdozio perché accusati di pedofilia, mercato di neonati e maltrattamento ai minori. Ciascuno di loro – compresa la suora – si è macchiato di uno di questi peccati e da anni, da decenni, è costretto a vivere in questo limbo, in attesa di finire all’inferno.
La mostruosità umana, come succedeva più o meno in Tony Manero, si incarna dunque nei protagonisti e nei loro vizi lubrichi. Ma, proprio come in Tony Manero, i protagonisti de Il Club sono a loro volta vittime di un sistema, che li governa e li sottomette, li umilia senza giudicarli pubblicamente e poi li allontana, mettendoli in quarantena. Anche il più orribile dei personaggi di Larraín ha le sue motivazioni, il suo dolore profondo e la frustrazione di dover vivere secondo le regole imposte da qualcun altro.
Ecco che allora, nel momento in cui verrà mandato un prete a investigare sui componenti del club a proposito del suicidio di un altro ecclesiastico che si era appena aggiunto al gruppo, si va delineando una complessa ristrutturazione dei rapporti di forza e di equilibrio e una tensione che finisce ben presto per assumere i toni del thriller.

Il Club ha dei tratti che ricordano il Todo modo di Elio Petri (e di Sciascia), perché si rimanda a una concezione onnicomprensiva del cattolicesimo che si autogoverna e si autoalimenta non ammettendo intrusioni interne e perché, più banalmente, segue il percorso dell’indagine, dell’investigazione illusoria, tesa a trovare non la soluzione dell’enigma quanto il suo superamento sotto nuove forme, in modo tale da creare un nuovo equilibrio e una nuova staticità. Ma, rispetto al barocchismo che in Petri e in Sciascia serviva da codice per far scontare il misticismo con il razionalismo, Larraín opta per l’empirismo del sangue e della violenza (la morte come necessaria soluzione ai problemi) e per una filosofia dello sguardo che è insieme opzione morale e cinematografica.
La frase tratta dalla Genesi e posta all’inizio del film, infatti, ci dice che: “Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre”. E tutto il film, come tutto il cinema di Larraín, si muove nella direzione opposta mostrandoci come luce e tenebre siano intimamente connesse, non solo nella caratterizzazione dei personaggi ma anche nella natura stessa dello sguardo, nella struttura e nella concezione dell’immagine. Ecco che qui, come in No – I giorni dell’arcobaleno che era girato con una vecchia telecamera per replicare e deformare il linguaggio pubblicitario degli anni Ottanta, Larraín ci regala il suggello geniale, perché, usando un particolare obiettivo russo già utilizzato a suo tempo da Tarkovskij, fa debordare l’immagine dal suo contorno, riprendendo in controluce e facendo scontrare luce e buio in un orizzonte indistinto, dove non è mai davvero giorno e mai davvero notte e si fatica a mettere a fuoco l’oggetto della visione. E chi ragiona sulla natura stessa del mezzo e lo deforma e trasforma per farlo rivivere in prospettive inusitate – lo sguardo con cui si assiste a Il Club è simile al concetto di “voler vedere le cose per la prima volta” di cui parlava un tempo Wenders – merita davvero di rientrare tra i grandi della storia del cinema.

Info
La scheda di Il Club sul sito della Berlinale.
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