La corrispondenza

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Tornatore tenta di realizzare con La corrispondenza un film speculare a La migliore offerta, giocando sull’assenza, sul romanticismo e su un rovello narrativo pseudo-thriller. Ma, molto più che nel passato, il suo meccanismo fa cilecca.

Segnali di vita nei pc all’imbrunire…

Una studentessa universitaria impiega il tempo libero facendo la controfigura in scene action per la televisione e il cinema. Un giorno il professore di astrofisica di cui è profondamente innamorata sembra svanire nel nulla… [sinossi]

Ripetere se stessi può alla lunga risultare estremamente deleterio. Ed è forse questa ossessione che connota – in modo quasi opposto – la filmografia dei nostri due registi ‘oscarizzati’ nei primi anni Novanta: Gabriele Salvatores e Giuseppe Tornatore. Il primo tende a cambiare indefessamente registro, proponendo ogni volta operazioni sempre più bislacche (si veda, per dirne una, Educazione siberiana), tanto da far temere che abbia perso la bussola. Il secondo invece, più pacato e riflessivo, prova sornionamente a oscillare tra la sua Sicilia e l’impronta internazionale (oppure, come in Baaria, cerca di internazionalizzare il concetto di Sicilia), tenendo ferma la barra dell’eleganza stilistica, della magniloquenza e dell’epica, con la costante tensione a ripetere formule già collaudate.
Così, dopo i consensi ottenuti con La migliore offerta, ecco arrivare La corrispondenza, film esattamente speculare al precedente. Tornatore lavora infatti con gli stessi ingredienti: un uomo e una donna, un mistero che riguarda uno dei due, la lontananza e la separazione, gli ostacoli alla comunicazione (ne La migliore offerta era un muro, qui è la distanza che li costringe a dialogare tramite video, sms, e-mail, ecc.), la fascinazione per la tecnica (lì quella vintage e mitteleuropea degli ingranaggi e dei macchinari alla E.T. A. Hoffmann, qui l’hi-tech e l’immaterialità dell’astrofisica), un coro di personaggi secondari che osserva i protagonisti, li consiglia, li tradisce, li odia e, forse, li giudica. Il tutto con l’ambizione di costruire atmosfere rarefatte, sospese, dove l’obiettivo – per dirla alla Attilio Bertolucci – è quello di trasmettere il fascino di una “assenza, più acuta presenza”.

Ma se in La migliore offerta il gioco – perché in fin dei conti i due più recenti film di Tornatore sono dei divertissement – funzionava per larga parte, esibendo delle falle solo nel finale, in La corrispondenza il meccanismo si inceppa già dopo pochi minuti: il mistero non è tale e l’assenza pesa come un macigno sulla protagonista Olga Kurylenko che, lasciata praticamente da sola in scena, si arrabatta con evidente fatica. Soprattutto poi, ne La migliore offerta le ambizioni teoriche venivano esposte su di un piano squisitamente visivo (la distinzione tra il cosiddetto reale e il posticcio che è il mondo artistico in cui vive il personaggio di Geoffrey Rush), qui invece vengono rese verbosamente dall’insopportabile filosofeggiare del personaggio di Jeremy Irons che ci parla di astrofisica, dimensioni parallele, relazioni amorose, particelle di Dio, bosoni e relazioni parentali usando un pomposo tono cattedratico. L’amore – sembra dirci Tornatore – è come una supernova, vibra un momento nel cielo e poi si allontana da noi a milioni di anni luce di velocità. D’altronde non è forse vero che le meccaniche celesti agiscono in modo imperscrutabile e contribuiscono a spezzare e a ricongiungere amori e relazioni? Sarà pure così, ma quello in cui per prima cosa non crede Tornatore è proprio all’amore tra questi due personaggi, esclusivamente strumentali al meccanismo narrativo, simulacri di un racconto sospeso nel nulla.

E al termine simulacro, così come a quello di acusma, Tornatore deve aver pensato sia per questo film che per La migliore offerta. Ma Baudrillard e Chion sono lontani, dall’altra parte della galassia, e dunque ne La corrispondenza sembra per lunghi tratti di assistere a una parodia di tesi ‘celesti’ e di fisica quantistica non ben assimilate. In tal senso, la morte continuamente inscenata dal personaggio della Kurylenko che, oltre ad essere studentessa di astrofisica (!), fa da controfigura in scene action per film di varia natura, appare solo come un modo per scattare ogni tanto di tono, o per inventarsi di tanto in tanto una location differente che non sia il consueto nido d’amore dei due protagonisti.
Si aggiunga che il cosiddetto coro di personaggi secondari, ad eccezione del sempre eccellente Paolo Calabresi che qui interpreta il ruolo di un Caronte semi-autistico, risulta persino fastidioso, con particolare riferimento ai due amici pseudo-colleghi della Kurylenko che la accompagnano inspiegabilmente dovunque la giovane pulzella vada, da concerti a mostre d’arte a set di film. E si aggiunga che forse per la prima volta nella sua carriera Tornatore sembra persino venire meno alle sempre curate doti di metteur en scène (la fotografia è scialba, la regia sostanzialmente piatta). E, allora, la conclusione non può che essere questa: La corrispondenza verrà forse tramandato ai posteri come uno dei peggiori titoli della filmografia del regista di Nuovo Cinema Paradiso.

Info
Il trailer di La corrispondenza su Youtube.
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4 Commenti

  1. Janis 26/01/2016
    Rispondi

    Non ho capito il punto esclamativo dopo l’affermazione che la protagonista è una studentessa di astrofisica. Può dirmelo?

    • Alessandro Aniballi 27/01/2016
      Rispondi

      Il punto esclamativo è relativo all’eccesso di impegni/hobby che impegnano la protagonista: lo studio dell’astrofisica e la controfigura in scene action. Sono, come dire, due impegni “estremi”, in cui già uno solo dei due è capace di tenere parecchio impegnati. Forse ne bastava uno solo per mettere più a fuoco e caratterizzare meglio il personaggio.

  2. Janis 26/01/2016
    Rispondi

    “L’amore – sembra dirci Tornatore – è come una supernova, vibra un momento nel cielo e poi si allontana da noi a milioni di anni luce di velocità.” A me non sembra affatto che dica questo. Le stelle ‘muoiono’, ma, per via della distanza rispetto alla Terra, la loro luce impiega diversi anni (a volte tantissimi anni!) per arrivare fino a noi, col risultato che, nel momento in cui noi le vediamo ancora vive e vibranti, esse sono in realtà già morte. La metafora, in questo modo, è molto più ricco. È possibile che la luce dell’amore sopravviva alla morte del nostro corpo (come in qualche modo cerca di fare il professore nel film), e, più in generale, la sopravvivenza dei nostri sentimenti, delle nostre idee, della nostra ‘eredità (arte, relazioni, opere di ingegno’ alla morte del nostro corpo.

    • Alessandro Aniballi 27/01/2016
      Rispondi

      Questa tesi è decisamente più suggestiva e con buona probabilità Tornatore deve averci pensato nello scrivere il film. Il problema è che, a mio avviso, ciò non si concretizza. Vale a dire che il meccanismo del far arrivare tutto dopo prevale sulla riflessione filosofica, che resta sospesa e affidata quasi solamente agli sproloqui di Jeremy Irons.

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