Moonacre – I segreti dell’ultima luna

Moonacre – I segreti dell’ultima luna

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Moonacre – I segreti dell’ultima luna di Gabor Csupo finisce per deludere le aspettative, disperdendo le potenzialità del racconto fantastico.

La principessa della luna

Dopo la morte del padre, la piccola Maria Merryweather, é costretta ad abbandonare la vita agiata di Londra e trasferirsi nei territori di Moonacre insieme alla sua tata. Sarà ospite di un lontano parente, del quale ignorava persino l’esistenza. La casa é l’antica dimora della sua famiglia e come tutte le vecchie case é ricca di storie e di segreti… [sinossi]

Apriamo questa recensione con una piccola provocazione, legata a doppio nodo alla concezione critica che solitamente si ha di un’opera come Moonacre: l’opera seconda di Gabor Csupo (seguita a brevissimo giro dalla coproduzione tra USA e Ungheria che ha portato al lungometraggio d’animazione Immigrants) vi verrà venduta come un fantasy. E, sia chiaro il concetto, si tratta di un’affermazione assolutamente pertinente.
La nostra provocazione si rifà, semmai, alla celeberrima prefazione ordita da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares per l’edizione dell’Antologia della letteratura fantastica curata dagli Editori Riuniti nel 1981 [1], nella quale i due autori aprivano la disputa affermando «Bisognerebbe dire che tutta la letteratura è fantastica. Nessuno crede veramente che in un paese della Mancia il cui nome non volle ricordare l’autore visse un cavaliere che per l’abuso di libri di cavalleria si lanciò per le vie della Castiglia con armatura, spada e lancia. Così nessuno crede che in un’estate di Pietroburgo uno studente assassinò un’usuraia per emulare Napoleone». Alla stregua di quanto ci illuminano Borges e Casares, co-autori di questo volume indispensabile insieme a Silvina Ocampo, possiamo arrivare a dire che sarebbe il caso di iniziare a ragionare sul fatto che tutto il cinema di finzione è fantastico. Al di là dell’afflato istigatore che stiamo mettendo in mostra, e che speriamo abbiate il buon cuore di perdonare, è indubbio come il fantasy abbia acquisito sempre più forza all’interno delle dinamiche produttive, in special modo dalle parti di Hollywood, spesso e volentieri a discapito di altri esempi di cinema di genere classico (anche su un’accezione di questo tipo avremmo non poco da ridire, ma vi risparmiamo per il momento la filippica) che fecero la fortuna del cinema d’intrattenimento negli scorsi decenni. Dal successo planetario della trilogia tolkeniana de Il signore degli anelli adattata per il grande schermo da Peter Jackson in poi si è potuto assistere a un vero e proprio proliferare del fantasy, con esiti decisamente altalenanti.

Ci eravamo accostati a Moonacre con una certa dose di aspettative: a rincuorarci era infatti proprio la presenza in cabina di regia di Gabor Csupo, produttore di lungo corso ma soprattutto regista, non più di due anni fa, di quel piccolo gioiello di cinema d’infanzia mascherato da fantasy – o, per meglio dire, macchiato da schizzi di fantasy – che rispondeva al nome di Un ponte per Terabithia: tratto da un romanzo di Katherine Peterson, si trattava di una riscrittura del bildungsroman in chiave intimista e delicatamente fantastica. Ovvio che Moonacre, tratto a sua volta da un romanzo di Elizabeth Goudge (The Little White Horse), non potesse muoversi nella stessa direzione: innanzitutto, al contrario di Un ponte per Terabithia, abbiamo a che fare con un fantasy tout-court; mentre nel film precedente si assisteva alla folgorante intuizione di vivere con gli occhi di due ragazzini, pronti a vedere al di là del ponte di assi malmesse un reame incantato, qui tutto ciò che esula dalla prassi del “reale” non deriva dalla fantasia della protagonista – la tredicenne Dakota Blue Richards, habitué del fantasy già vista alle prese con il complicato personaggio di Lyra Linguargentina nell’insoddisfacente adattamento cinematografico del capolavoro di Philip Pullman La bussola d’oro, primo capitolo della trilogia di Queste oscure materie. Il cane/leone Wrolf, il folletto tuttofare Marmaduke Scarlet, la maledizione della luna che incombe sulla valle sono elementi che rientrerebbero di diritto in ogni fantasy classico che si rispetti: la prima impressione ricevuta dal film è che Csupo, in fin dei conti, si trovi molto più a suo agio con la messa in scena del contemporaneo piuttosto che con gli intricati dedali visuali e sinottici del fantastico. A risultare realmente povero è infatti l’intero affastellamento di immagini, l’uso monocorde e piuttosto raffazzonato del montaggio, la fotografia mai realmente coinvolgente, l’utilizzo parco ma spesso e volentieri improvvido degli effetti speciali. Prendiamo a esempio proprio il personaggio di Marmaduke, il capocuoco della magione dei Merrywheater in cui la giovane Maria approda dopo la morte del padre: nel voler ricreare un personaggio simpatico e fuori tempo, Csupo si affida solo ed esclusivamente a trucchetti quali l’accelerazione dei movimenti, con un effetto che finisce per sembrare il risultato di un amplesso mostruoso tra le comiche del Benny Hill Show e gli Oompa-Loompa che lavorano per Willy Wonka nella sua fabbrica di cioccolato. Espediente a dir poco risibile, e che finisce ben presto per stancare: ma non è certo l’unico esempio di un approccio linguistico alla materia del fantasy che non può che lasciare molti dubbi nello spettatore avvezzo a determinate dinamiche. La struttura narrativa è quanto di più labile possa esistere: nel rileggere in gran parte il romanzo della Goudge – non si può certo parlare di un adattamento fedele, tutt’altro – Csupo sembra non percepire l’urgenza di uno sviluppo sincretico e al medesimo tempo stupefacente agli occhi del pubblico. Di fatto, ciò che realmente manca a Moonacre è proprio l’etimologia di fantastico: asservito alle stesse regole che hanno fatto franare negli ultimi anni alcuni dei maggiori tentativi di fantasy (il già citato La bussola d’oro di Chris Weitz, ma anche il mediocre Le cronache di Narnia – Il principe Caspian di Andrew Adamson) e che sembrano pretendere semplicità senza remore laddove sarebbe da ricercare la sincera profondità metaforica della “fuoriuscita dal reale”, il film di Csupo è asettico e indolore. Si esce da questa avventura con l’impressione fondata di non essere stati resi partecipi di niente.

L’ennesima occasione sprecata per rilanciare un genere che merita un’attenzione e una cura decisamente maggiori: attanagliati da dubbi non indifferenti verso le avventure di Harry Potter lasciate nelle mani insicure di David Yates, temiamo che ci toccherà aspettare fino a Lo Hobbit firmato da Guillermo Del Toro per assistere a dato rilancio.

Note
1. La prefazione è stata conservata anche nella bella edizione Einaudi del 2007.
Info
Il trailer di Moonacre.
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