Il Grinta

Il Grinta

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Avvincente film d’avventura, Il Grinta, nuovo parto creativo di Joel ed Ethan Coen, è allo stesso tempo un’acuta riflessione sulla caducità dell’uomo e, ancor più, un contorto sentiero di formazione.

Il tempo ci sfugge

Una quattordicenne affianca uno sceriffo e il suo collega per catturare l’assassino del padre. Per raggiungere il criminale, i tre si troveranno a dover attraversare l’ostile territorio indiano… [sinossi]
– Questa non è una caccia al procione!
– È lo stesso concetto di una caccia al procione.
Dialogo tra Mattie Ross e Rooster Cogburn

Bisogna riconoscere ai fratelli Coen un certo coraggio nella scelta dei remake: se infatti nel 2004, ai tempi di Ladykillers (rifacimento de La signora omicidi di Alexander Mackendrick), a sorprendere fu la decisione di riportare alla ribalta del grande schermo un’opera a suo modo senza dubbio “minore” (anche all’interno dei codici della commedia britannica degli anni Cinquanta), costruita su misura per un gruppo di attori dal formidabile talento, la ripresa de Il Grinta non può che ribadire l’assoluta estraneità dei due cineasti statunitensi alla prammatica del remake. Il Grinta versione 1969, diretto da un Henry Hathaway oramai sulla soglia della pensione, è infatti un film completamente al di fuori del proprio tempo: nel pieno dell’esplosione del western crepuscolare, con Sam Peckinpah che nello stesso anno dà alla luce Il mucchio selvaggio, la Paramount costruisce un successo dal sapore desueto, basato su dinamiche narrative classiche e focalizzato sul volto rugoso di un mito del genere come John Wayne. Ciò che ne viene fuori è inevitabilmente un prodotto sì grazioso, ma al contempo nato vecchio: il rischio dunque per i Coen era quello di portare a termine un prodotto stanco, altrettanto incapace di inserirsi nella contemporaneità. Certo, più che al film di Hathaway, i Coen potevano rifarsi direttamente al romanzo di Charles Portis, ma la questione non si sarebbe modificata di molto. È dunque anche per queste premesse, e per il confronto con il già citato Ladykillers – ancora oggi il nadir artistico dei registi di Fargo e Burn After Reading – che Il Grinta scelto dalla direzione della Berlinale per aprire la sessantunesima edizione del festival, finisce per sorprendere in positivo.

La storia, giocoforza, è sempre la stessa: una ragazzina di appena quattordici anni assolda uno sceriffo ubriacone e dai modi spicci (preferisce sparare piuttosto che discutere) per vendicare la morte del padre, ucciso da un suo dipendente. Nel portare sulle scene la vicenda, i Coen non abbandonano neanche per un attimo la vena picaresca che ammantava l’originale di quarant’anni fa, ma al tempo stesso costringono lo spettatore a confrontarsi con un Ovest vigliacco, sudicio, in cui la frontiera non divide solo i territori conquistati da quelli ancora da colonizzare, ma piuttosto evidenza un contrasto insanabile (e in effetti mai risolto) tra la belluina legge naturale e la supposta autoproclamata “civiltà” occidentale.
Tutte le morti che si susseguono nelle quasi due ore di durata de Il Grinta sono completamente inutili ed evitabili: per quanto non rinuncino a una magniloquenza perfetta nella sua classicità, in grado di rievocare l’Hollywood dell’età dell’oro, i due registi/sceneggiatori/produttori innervano dunque la struttura narrativa con una riflessione, dolente e toccante, sulla caotica barbarie di un’umanità che si affida a un’etica malata, corrotta come i banditi che affollano le strade polverose. E le deviazioni rispetto al film del 1969, percepibili in particolar modo nell’ultima parte della pellicola, non fanno che ribadire l’assoluta estraneità de Il Grinta dalla pallida rievocazione del mito del vecchio West: avvincente film d’avventura, l’ultimo parto creativo di Joel ed Ethan Coen è allo stesso tempo un’acuta riflessione sulla caducità dell’uomo e, ancor più, un contorto sentiero di formazione.

La giovanissima Mattie Ross (stupefacente l’interpretazione dell’esordiente Hailee Stenfield), costretta dal tragico succedersi degli eventi a considerarsi già donna nonostante l’età, viene “cresciuta” da due uomini simbolo entrambi del tramonto di un’epoca, quella in cui, parafrasando John Ford, si assisteva allo scontro tra leggenda e realtà: impensabile, per lei, riuscire a inserirsi nella società anche da adulta. Anche per questo il monologo finale, elemento tipico del cinema dei fratelli Coen (si pensi a Raising Arizona, Il grande Lebowski o L’uomo che non c’era), acquista un valore che non si ferma alla mera riflessione sull’umanità dei protagonisti, ma si allarga piuttosto al senso stesso della rilettura del western. Il Grinta è un’opera solida, impreziosita dall’abituale fotografia di Roger Deakins e dalle musiche di Carter Burwell, rispettivamente collaboratori dei Coen dai tempi di Barton Fink (1991) e Blood Simple (1984). E, soprattutto, dallo sguardo inumidito dall’alcool ma ancora rabbioso di Jeff Bridges.

Info
Il trailer originale de Il Grinta.
Il Grinta sul canale Film su YouTube.
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