Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibilmente vicino

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Il passaggio dalla carta stampata all’immagine in movimento può essere assai problematico, si sa. È così per Molto forte, incredibilmente vicino, il testo di Jonathan Safran Foer trasformato in cinema (senza troppo vigore, e senza particolare identità) da Stephen Daldry. Il film è stato presentato alla Berlinale 2012 Fuori Concorso.

Ogni cosa è illuminata?

Un ragazzino di New York, Oskar Schell, riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: “C’è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo”. È l’11 settembre 2001. Tra gli oggetti del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave. Si aggrappa a questi due elementi per riallacciare il rapporto troncato dalla catastrofe e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia, così, un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black, un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all’enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi. E sarà soprattutto l’incontro col nonno a fargli ritrovare un mondo di affetti e a riaprirlo alla vita. [sinossi]

Un corpo cade nel vuoto, circondato da un silenzio irreale rotto solo dal vento: si apre con un’immagine inequivocabile Molto forte,incredibilmente vicino, l’atteso film di Stephen Daldry presentato alla sessantaduesima edizione della Berlinale dopo i giudizi diseguali ricevuti negli Stati Uniti e la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista per il veterano Max Von Sydow. Non che dal regista di Billy Elliot, The Hours e The Reader fosse lecito aspettarsi qualcosa di particolarmente rilevante, ma le speranze erano riposte nella matrice originale da cui prende corpo il film di Daldry, vale a dire il romanzo omonimo dato alle stampe nel 2005 da Jonathan Safran Foer. Il trentacinquenne scrittore statunitense, divenuto un caso letterario dopo il suo giustamente celebrato esordio Ogni cosa è illuminata racconta, nelle trecentocinquanta pagine del suo secondo romanzo la storia di Oskar, un bambino curioso e particolarmente brillante che subisce il trauma di perdere l’amato padre nel crollo delle Twin Towers dell’11 settembre del 2001. Attraverso il tentativo disperato di Oskar di riallacciare un rapporto con il genitore defunto grazie al mistero legato a una chiave ritrovata casualmente nell’armadio dell’uomo, Foer riesce a tracciare un doloroso e dolcissimo ritratto di New York, città ferita ma desiderosa di tornare alla vita. Il personale si trasforma dunque in universale, il lutto di una famiglia diventa il pianto rituale collettivo di un’intera comunità.  

Purtroppo tutto ciò che sulla carta funziona alla perfezione, grazie anche lo stile di Foer, intimo e dissacrante allo stesso tempo, perennemente in bilico sul crinale che divide il soggettivo dall’oggettivo, viene miseramente a crollare nella rigida impalcatura architetta da Daldry e dallo sceneggiatore Eric Roth (Forrest Gump, Insider, Alì, The Good Shepherd, Il curioso caso di Benjamin Button). Con un materiale storicamente e narrativamente così rilevante sarebbe stato lecito attendersi un’opera viva, pulsante, sincera, appassionante: invece la messa in scena di Daldry si limita a una serie di eventi climatici giustapposti a forza gli uni sugli altri e non sempre in grado di dare spessore alla lunga serie di personaggi che appare in scena. Già la psicologia di Oskar, interpretato dall’esordiente Thomas Horn, si dimostra ricco di falle logiche: la paura atavica del “pericolo” che nelle pagine di Foer diventa il simbolo di un’umanità fragile, spazzata via dalla polvere sollevata dall’implosione dei due palazzi di Manhattan, viene svilita al punto da apparire poco più di una nota di costume, come anche la memoria enciclopedica sciorinata dal ragazzo ogni volta che entra in contatto con persone che non conosce. Il rischio della caricatura e del bozzetto è quello che maggiormente mina le poche certezze del film: traviato da uno spirito da film indie standardizzato, Daldry si lascia prendere la mano dal bizzarro e dall’inusuale. La New York sfiancata e comunque sgargiante descritta da Foer viene riletta nel film come una galleria fotografica di personaggi borderline, fuori dagli schemi predefiniti della società e difficili da classificare: animato dalla voglia di semplificare il più possibile il percorso di riscoperta e conoscenza di Oskar per le vie della città, Daldry si affida a un montaggio rapido che lascia dietro di sé un sentore di cartolina che stona con il tono complessivo del film. Allo stesso tempo anche le scene tra madre e figlio, personalità solo apparentemente in conflitto, perdono gran parte del loro potenziale drammatico diluite come sono in un marasma di informazioni, ellissi e ritorni di fiamma narrativi. E la quadratura del cerchio finale, ben distante dal tenero tentativo di percorso a ritroso del libro, lascia ancor più basiti, denunciando una volta per tutte l’ottima occasione sprecata. L’impressione è che in mano più esperte e consapevoli Molto forte, incredibilmente vicino potesse avere le carte in regola per segnalarsi come opera indispensabile per l’America del nuovo millennio. Invece resta solo un Max Von Sydow eccellente come sempre, e un cast di contorno a tratti illuminato. Ma è davvero troppo poco…

Info
Il trailer di Molto forte, incredibilmente vicino.

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