Nobody’s Daughter Haewon

Nobody’s Daughter Haewon

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Con Nobody’s Daughter Haewon il cinema di Hong sembra sempre di più un magico incrocio tra Éric Rohmer e, per la sua costante mappatura di Seoul, Woody Allen. Presentato alla Berlinale 2013.

La bella addormentata

Haewon, una giovane studentessa, si sente abbandonata: la madre sta per emigrare in Canada e la storia clandestina col suo professore è destinata a finire. Triste e confusa, Haewon incontra la madre, il professore Lee Seongjun, alcuni compagni di studi, due amici e un altro uomo, un professore universitario che insegna negli Stati Uniti… [sinossi]

Fin dai titoli di testa su un delicato sfondo azzurro, accompagnati da note classiche, Nobody’s Daughter Haewon (Nugu-ui Ttal-do Anin Haewon) ci immerge dolcemente nell’universo narrativo di Hong Sangsoo, nella sua dimensione cinematografica fatta di eterni ritorni, di ripetizioni, di minime variazioni. Ma la vita e la quotidianità, in fin dei conti, sono proprio così, con gli errori che continuiamo a commettere e le stesse strade che continuiamo a percorrere. E la poetica del cineasta coreano, vero e proprio animale da festival, è così aderente alla realtà da funzionare perfettamente anche quando ci racconta di sogni e illusioni, quando ci mette di fronte a personaggi che abbiamo già incontrato o, in un certo senso, immaginato.

Non ci sono colpi di scena nei film di Hong, sarebbero troppo rumorosi: sono semmai giochi di parole, di scrittura cinematografica, sottili divertissement che svelano l’intimità dei personaggi. In Nobody’s Daughter Haewon il sogno è un film nel film che ci mette di fronte a due strade, entrambe percorribili: la prima ci riporterà (noi, Haewon, il professor Lee e tutti gli altri) al punto di partenza, mentre la seconda ci condurrà a nuove storie, non diverse dalle prime. I ritorni, appunto. Il cinema di Hong è un nastro di Möbius gentile e colorato, con volti, attori e personaggi che si ripresentano, uguali e diversi, come la fulminea apparizione di Jane Birkin in questo ultimo film o la magnifica presenza di Isabelle Huppert nel precedente In Another Country, presentato al Festival di Cannes.

Cannes e Berlino, oppure Venezia e Locarno. Hong Sangsoo, come detto, è una creatura festivaliera, che sia filmmaker o giurato: quasi invisibile in patria, Hong risplende di luce propria, anno dopo anno, per critici, giornalisti e cinefili, racchiuso in una gabbia che gli sta stretta. Un peccato, perché il suo cinema raffinato, autoreferenziale e intellettuale possiede un raro afflato di vita, di realtà. Lieve e scherzoso, ma anche profondamente commovente, il cinema di Hong sembra sempre di più un magico incrocio tra Éric Rohmer e, per la sua costante mappatura di Seoul, Woody Allen – in Nobody’s Daughter Haewon ci prende per mano e ci conduce lungo le suggestive passeggiate della fortezza di Namhan. Ed alleniana è la totale mancanza di misura del professore di cinema, amante/marito senza troppo coraggio, protagonista di sfoghi infantili e vigliacchi. E in parte alleniana è anche la soave Jung Eun-chae (Haunters), eroina romantica di un’avventura quotidiana tra aspettative e cocenti delusioni.

Come abbiamo già scritto, e ovviamente riscriveremo, i film di Hong rischiano di restare intrappolati in un’impasse gradevole ma sterile – tra i più recenti, ad esempio, funzionava meno The Day He Arrives: ma come resistere a Oki’s Movie, Night and Day o Woman on the Beach? Eppure, davanti al flusso di immagini che sembrano scorrere come ricordi, come dei déjà-vu, scopriamo uno sguardo fresco e un racconto necessario, impreziosito da qualche dettaglio, da un’aggiunta o una sottrazione. In Nobody’s Daughter Haewon è decisiva la scelta del casting, la freschezza di Haewon/Jung Eun-chae, teneramente snob, irresistibile nella sua ingenuità amorosa, osservata e pedinata da Hong con le sue immancabili zoomate, segno stilistico che lo colloca quasi fuori dal tempo.

Info
La pagina facebook di Nobody’s Daughter Haewon.
Nobody’s Daughter Haewon sul sito del KOFIC.
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