La frode

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Dopo un incipit piuttosto macchinoso e fin troppo verboso nella sua scrittura, La frode acquista un ritmo sostenuto, che permette alla seconda metà del film di lasciare spesso senza fiato lo spettatore. Ne viene fuori un thriller a tratti avvincente, spesso rischiosamente in procinto di intraprendere la via più facile ma sempre in grado di ricacciare indietro una simile tentazione.

O tempora, o mores!

Il magnate Robert Miller, alla vigilia del suo sessantesimo compleanno, sembra il ritratto del successo sia negli affari che nella vita familiare. Ma dietro la facciata dorata, Miller sta in realtà cercando disperatamente di vendere il suo impero finanziario a una grande banca prima che le frodi da lui perpetrate per anni vengano scoperte. Abile nel nascondere la sua reale situazione finanziaria alla moglie Ellen e alla brillante figlia ed erede Brooke, Miller riesce anche a bilanciare la vita familiare con una relazione extraconiugale con la giovane e bellissima Julie. Ma proprio mentre è a un passo dal chiudere la trattativa, un errore sanguinoso cattura l’attenzione del detective Michael Bryer della NYPD. In una disperata corsa contro il tempo, Miller dovrà cercare un modo per non perdere tutta la sua vita… [sinossi]

Il cinema della crisi non sempre dimostra di essere anche un cinema in crisi. Facili giri di parole a parte, La frode (Arbitrage è il titolo originale inglese) è un film dalle ambizioni piuttosto elevate, sorta di compendio a suo modo brutale e pessimista dell’inabissamento economico e morale cui è andato progressivamente incontro il sistema capitalistico statunitense, fino al collasso sempre più evidente percepito nell’ultimo triennio. A dirigerlo è Nicholas Jarecki, giovane virgulto della New York bene che colpì l’attenzione dell’opinione pubblica a stelle e strisce – o per lo meno di quella interessata al mondo del cinema – nel 2001 con la pubblicazione di Breaking In: How 20 Film Directors Go Their Start, divenuto in breve tempo uno dei libri più venduti dell’anno. Da quell’exploit editoriale ne sono passati di anni, e nel frattempo Jarecki ha avuto modo di dirigere un documentario, The Outsider, in cui scandagliava da vicino la spesso misconosciuta parabola artistica di James Toback (regista, tra gli altri, di Fingers e Ehi… Ci stai?, con la coppia Molly Ringwald/Robert Downey Jr.). La frode gli permette dunque di muovere i primi reali passi nell’industria cinematografica, visto e considerato che Jarecki ha potuto contare anche su un cast stellare che riunisce Richard Gere, Susan Sarandon, Tim Roth e Laetitia Casta.

Proprio dal lavoro di casting arriva una delle notizie più confortanti: dopo un numero non indifferente di film mediocri e scelte sbagliate, Richard Gere torna a dimostrare tutto il proprio valore attoriale. Se si esclude lo straordinario Io non sono qui di Todd Haynes (dove per Gere era ritagliato un piccolo ruolo tra le innumerevoli sfaccettature del volto di Bob Dylan), per trovare un’interpretazione di Gere in grado di competere con quella sfoderata nel film di Nicholas Jarecki bisogna con ogni probabilità risalire addirittura al 1996, quando si infilò negli scomodi panni del protagonista del non indimenticabile Schegge di paura di Gregory Hoblit (nel quale era comunque sovrastato da un Edward Norton all’epoca completamente sconosciuto). Una sfida vinta da Jarecki, dunque, che invece affida l’intero peso del film sulle spalle di Gere, rendendolo non solo il principale protagonista della cupa vicenda ma anche e soprattutto il perno attorno al quale ruotano le vite di tutti gli altri personaggi. Interpretando la New York capitalista e agonizzante come una piramide sociale, Jarecki vi pone lo squallido arrivista Robert Miller all’apice, e gioca a farlo oscillare pericolosamente nel vuoto. Dopo un incipit piuttosto macchinoso e fin troppo verboso nella sua scrittura – come se Jarecki temesse di non riuscire a far comprendere fino in fondo al proprio uditorio le magagne nelle quali è invischiato Miller – La frode acquista un ritmo sostenuto, che permette alla seconda metà del film di lasciare spesso senza fiato lo spettatore. Ne viene fuori un thriller a tratti avvincente, spesso rischiosamente in procinto di intraprendere la via più facile ma sempre in grado di ricacciare indietro una simile tentazione.

Senza poter ambire a chissà quale perfezione, né nella scrittura del genere né nella lettura di una realtà quotidiana, il film di Jarecki riesce comunque a convincere, anche per via di un finale del tutto privo di consolazione, o di quello che potrebbe essere definitivo come lieto fine. Perché in una società corrotta fino al midollo – ne La frode non c’è praticamente nessuno che non si venderebbe per riuscire a raggiungere i propri obiettivi – non è prevista alcuna catarsi, e non si può pretendere che il cerchio si chiuda alla perfezione, tutt’altro. Una morale forse facile, ma di cui si può avere bisogno: un discorso che torna ancor più valido per un film imperfetto e affascinante come La frode.

Info
Il trailer italiano de La frode.
La frode, il sito ufficiale.
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