Il delitto perfetto

Il delitto perfetto

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Torna nelle sale cinematografiche restaurato e per la prima volta in Italia in 3D Il delitto perfetto (Dial M for Murder), uno dei gioielli misconosciuti di Alfred Hitchcock.

Londra. Tony Wendice, un ex campione di tennis che ora commercia articoli sportivi, scopre che la ricca moglie Margot lo tradisce con Mark Halliday, uno scrittore americano di romanzi gialli. Wendice decide pertanto di sbarazzarsi della moglie per ereditare a tempo debito la sua piccola fortuna. Per evitare qualunque sospetto a suo carico, Wendice trova il sicario ideale in Swann Lesgate, un suo ex compagno di college, già colpevole di furto, che ora vive mantenuto da alcune anziane signore. Con il ricatto e con una promessa di denaro, Wendice costringe Swann ad uccidere per lui la moglie Margot, orchestrando così un delitto apparentemente perfetto. Ma gli eventi non vanno come previsto… [sinossi]
François Truffaut: Eccoci nel 1953, con Dial M for Murder (Il delitto perfetto)…
Alfred Hitchcock: …sul quale possiamo passare rapidamente perché non abbiamo granché da dire.

Sono trascorsi oramai quarantasei anni dalla prima edizione de Le cinéma selon Hitchcock, e questo rapido scambio di battute ha contribuito a far crescere almeno un paio di generazioni di cinefili (o supposti tali) nella convinzione che Il delitto perfetto fosse un’opera inessenziale, da trattare con sufficienza o addirittura da saltare a pie’ pari, per concentrarsi sui monolitici capolavori appena seguenti. Perché pochi mesi dopo l’uscita nelle sale di Dial M for Murder approdò sugli schermi statunitensi La finestra sul cortile, inaugurando un decennio in cui prendono corpo meraviglie in celluloide come L’uomo che sapeva troppo, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psycho, Gli uccelli e Marnie, pur non tacendo di piccole gemme quali il doloroso Il ladro e gli ironici e beffardi La congiura degli innocenti e Caccia al ladro. Un parterre de roi che ha di fatto recluso in una nicchia, quando non condannato all’oblio, una cospicua parte dei film diretti da Hitchcock durante i primi tre lustri trascorsi a crogiolarsi al sole della California: bagliori nel buio tra melò (Il peccato di Lady Considine), squarci d’alta tensione (Sabotatori), infidi e malsani giochi “domestici” (L’ombra del dubbio), sibilanti thriller malevoli e angoscianti (Delitto per delitto), esperimenti pseudo teatrali in alto mare (I prigionieri dell’oceano). A questa operazione di rimozione forzata dalle pupille tremanti e desideranti sono sopravvissuti solo i titoli più inattaccabili della filmografia hitchcockiana a cavallo tra il 1940 e il 1954: Rebecca, Il sospetto, Io ti salverò, Notorious e Nodo alla gola.

E proprio con Nodo alla gola, Il delitto perfetto mostra ben più di un punto in comune, e non solo per la derivazione teatrale – che, come sempre in Hitchcock, prevede di fatto la conservazione dell’unità di luogo e, nel caso di Nodo alla gola, perfino l’illusione di un’unica ripresa – ma anche e soprattutto per la scelta di indagare le molteplici espressioni del thriller e della crudeltà umana rinchiudendo il tutto nelle anguste dimensioni di un appartamento, per quanto lussuoso questo possa essere. Come l’abitazione in cui gli studenti universitari Farley Granger e John Dall servono un buffet/cena ai parenti e agli amici del ragazzo il cui cadavere hanno nascosto in una cassapanca, anche la casa dei coniugi Wendice (Ray Milland e Grace Kelly) è un luogo del “pericolo” in cui tutto è però visibile, dal caminetto in stile fino alla camera da letto della coppia. Una gestione così naturale dello spazio che il piccolo criminale assoldato da Milland per uccidere la moglie – e vivere di rendita con i soldi del testamento – è costretto a nascondersi dietro il pesante tendaggio verde che copre le vetrate del cortile, in attesa che la vittima predestinata si avvicini alla scrivania per rispondere al telefono.

Come sovente nel cinema di Hitchcock del periodo, la macchina da presa non ha in particolare simpatia la povera signora Wendice – dotata per di più di un’intelligenza piuttosto limitata – ma strizza semmai l’occhio ai due villain: lo si può notare in maniera palese nel modo in cui si sofferma sul sornione sguardo di Ray Milland, guascone e diabolico allo stesso tempo eppure serafico nell’affrontare la situazione quando volge al peggio (per le sue aspirazioni), ma anche nell’indecisione di Swann/Anthony Dawson sul momento giusto per strangolare la donna. In quel tremolio, gesto di timidezza che inevitabilmente spinge lo spettatore a parteggiare per il killer – anche per la bramosia di osservare la violenza, pulsione quasi erotica nel cinema di Hitchcock e sintetizzata ne Il sospetto dall’affermazione di Cary Grant “If you’re going to kill someone, do it simply” – si nasconde buona parte del senso di un film che il regista inglese accettò di dirigere solo per liberarsi da un contratto che oramai riteneva poco differente da un cappio stretto attorno al collo. Se Grace Kelly si libera del suo assalitore con un preciso colpo di forbici nella schiena (con le mani a chiedere un soccorso impossibile agli spettatori delle prime file), Hitchcock allestì una partitura mefistofelica per liberarsi della Warner Bros., che voleva lanciarsi nel mercato appena fiorito e già di per sé agonizzante del cinema in tre dimensioni.
Hitchcock spoglia la sperimentazione tecnologica di qualsiasi velleità spettacolare e la veicola in un microcosmo rinchiuso tra spesse pareti, dileggiando pubblicamente l’idea del “pop corn movie” e riducendo al minimo indispensabile l’ipotesi del rilievo per prendere di sorpresa lo spettatore.
Ne viene fuori un sorprendente studio sulla profondità di campo, che torna a far sussultare i cuori grazie al restauro della Warner Bros. e alla distribuzione nelle sale italiane, primo titolo del ricco listino ideato da Il cinema ritrovato e della Cineteca di Bologna (qui trovate l’intervista al direttore Gian Luca Farinelli): un’occasione per ricollocare anche temporalmente gli esperimenti sul 3D, gioco di prospettiva con cui l’arte cinematografica si confronta in realtà già dalle proprie origini.

Il ritorno sul grande schermo de Il delitto perfetto (stesso discorso probabilmente valido per i titoli meno “visti” del listino, come Les Enfants du paradis di Marcel Carné o Risate di gioia di Mario Monicelli) può rappresentare la vera sfida di chi pensa il cinema oggi: perché, al di là di un esterno notturno dai colori francamente improbabili, il restauro riporta il film di Hitchcock a uno splendore dell’immagine che non può non assoggettare gli occhi dello spettatore, anche al di là del pur vinto confronto con la stereoscopia. A fronte di una generazione disposta a sopportare le più atroci condizioni di visione pur di non abbandonare lo schermo del computer o del televisore, la deflagrante potenza della messa in scena hitchcockiana, con i suoi plongée esasperati, le riprese più in basso del pavimento e i dettagli macroscopici (il proverbiale telefono abnorme con tanto di dito finto, così intessuto in una trama avvincente da essere appena percepibile nella sua clamorosa simulazione di realtà), può essere un’arma fondamentale, se usata nel giusto modo. Dispiace solo che anche per questa occasione si sia scelto di dare la priorità al digitale, perpetrando nell’azione di snobbare la pellicola, abbandonata oramai a un tristo destino di studio puramente museale. Neanche il più mirabolante dei restauri digitali può attualmente competere con la materiale e suadente imperfezione della pellicola. Ma questo è un altro discorso, che dovrà essere affrontato con rigore e serietà, prima che sia davvero troppo tardi.

Al momento resta l’imperativo di non lasciarsi sfuggire da davanti agli occhi Il delitto perfetto, indispensabile opera minore di uno dei più grandi cineasti mai esistiti, glorificazione eterna dello sguardo come grimaldello per scardinare la serratura dell’immateriale e della mistificazione del tangibile. Così, quando l’ispettore Hubbard osserva dalla finestra della camera da letto le mosse di Wendice, rimasto in strada, e le comunica alla signora Wendice e al suo amante, Hitchcock non resiste alla sana tentazione di mostrarci l’uomo davanti al portone di casa. L’occhio vince sulla parola. Cinema.

Info
La programmazione de Il delitto perfetto alla Cineteca di Bologna.
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