Il segreto dei suoi occhi

Il segreto dei suoi occhi

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Il segreto dei suoi occhi, remake a stelle e strisce dell’originale film argentino di Juan José Campanella, è un’operazione scialba e pedestre che non riesce a restituire neanche una dose minima del fascino e dell’originalità del suo predecessore.

13 anni schiavo

Un affiatato team di detective in carriera – composto da Ray (Chiwetel Ejiofor), Jess (Julia Roberts) e dal loro supervisore Claire (Nicole Kidman) – rimane profondamente scioccato in seguito al brutale e inspiegabile omicidio della figlia adolescente di Jess. Tempo presente: sono trascorsi tredici anni e dopo aver cercato ossessivamente, per ogni singolo giorno, l’assassino, Ray scopre una una nuova pista che ritiene possa risolvere una buona per tutte il caso, inchiodare lo spietato omicida e mettere fine alla vicenda. Ma nessuno è preparato a scoprire lo scioccante e orribile segreto che si cela dietro a questo omicidio… [sinossi]

Quella dei remake forzati di film di gran successo, si sa, è una delle tendenze più deteriori del cinema contemporaneo (soprattutto) americano, che spesso e volentieri certifica uno stallo preoccupante di idee e di soluzioni. È esattamente il caso de Il segreto dei suoi occhi, rifacimento a stelle e strisce dell’omonimo film argentino di Juan José Campanella che tanto aveva stupito nel 2009, fino ad arrivare alla conquista dell’Oscar come miglior film straniero. Un thriller palpitante, raffinato, emotivamente dirompente, nel quale il protagonista Benjamin, interpretato da un magnifico Ricardo Darìn, con la scusa di scrivere un libro su un vecchio caso finiva con l’immergersi in una crime story connessa direttamente ai fantasmi di un passato sepolto ma non dimenticato: una violenza sessuale sulla quale tornare a indagare avvinghiandosi al mistero di uno sguardo da decifrare, ma anche l’Argentina degli anni ’70 e dei desaparecidos e il complesso sostrato culturale e sociale di un paese prossimo a una svolta cruciale. Una storia d’amore sussurrata e non concretizzata, un’indagine irrisolta, una coesione estetica seducente: il film di Campanella, simbolo perfetto della grande vitalità del cinema sudamericano degli anni duemila, dosava tali ingredienti con maestria e gran senso della composizione, dando vita ad un arazzo capace di unire con ammirevole rigore gli stimoli più disparati e di armonizzarli sotto la medesima visione d’insieme. Un’operazione di sontuoso equilibrismo, che toccava il cuore e s’insinuava per di più nella storia recente dell’Argentina con acutezza non comune.

Di tutto ciò, nel modestissimo film di Billy Ray, non rimane purtroppo alcunché. Anche in questo caso c’è uno stupro, una sottile rete di rapporti affettivi sullo sfondo, un turpe assassino da trovare, un’ossessione che corre veloce attraverso gli anni addensando ombre nelle vite dei protagonisti (per citare il protagonista interpretato da Chiwetel Ejiofor, e parafrasando Steve McQueen, una schiavitù lunga nel suo caso addirittura 13 anni, spulciando ogni notte centinaia e centinaia di profili di possibili sospettati…). È però terribilmente spompo e serioso il film di Ray, laddove l’originale di Campanella sapeva aprirsi ben volentieri a toni più distesi, quasi da commedia, gonfiando la propria ambizione su altri fronti, con pertinenza e coscienza dei propri obiettivi. Un’operazione scialba e priva di sostanza, che prende alla lettera gli ingredienti dell’opera precedente e li installa dentro una confezione ordinaria e prevedibile: una detection story col pilota automatico, dove i colori infuocati e rossastri e la torbida passione del film argentino avvizziscono e perdono consistenza scena dopo scena, tra prolisse verbosità e attori spaesati e ridotti all’ombra di loro stessi (il bravo Ejiofor soccombe letteralmente accanto al tandem Kidman-Roberts, irrigidite e mummificate come non mai). Come se non bastasse, il film di Ray ha dalla sua anche il peggiore dei difetti imputabili a un remake: l’obbligo della letteralità, della ripresa puntuale e zelante di luoghi e suggestioni dell’opera cui si rifà. Ecco pertanto che il golpe del film di Campanella e gli echi della storia argentina danno luogo, nel remake americano, alla cornice, rivedibile e forzatissima, dell’America post 11 Settembre, con un terrore dilagante e una paranoia da contagio nei confronti del nemico islamico che non si limita a New York ma si estende anche ad altre città statunitensi (Los Angeles e non solo). Quasi si sentisse l’obbligo di restituire, nella maniera più didascalica e telefonata possibile, un sostrato storico che faccia da puntuale sfondo a ciò che viene narrato. Sovrapponendo pubblico e privato, indagine particolare e ambientazione universale nella maniera più meccanica e stantia, con un tono per altro fastidiosamente moraleggiante.

Peccato, però, che nel film di Campanella la storia argentina non fosse uno sfondo, ma il cuore del discorso, e che la sua impellenza andasse ben al di là di qualche allusione strategicamente piazzata in delle scene di raccordo. Banalizzando tale componente e nell’ansia di ricopiare in modo millimetrico il proprio compitino, il remake americano non si lascia sfuggire un’occasione così ghiotta ma al contempo mette a segno un enorme autogol, evidenziando, in maniera plastica ed eloquente, la natura inerme e derivativa di un’operazione che si limita ad imitare, quando non a scimmiottare, senza mai riuscire anche solo lontanamente ad emulare: si vedano, a tal proposito, le scene dello stadio e dell’ascensore, rifatte in maniera identica ma senza un briciolo della potenza e dell’impatto delle sequenze originali. Ray opera di taglia e cuci, rivede alcune situazioni e ne modifica inevitabilmente altre per adattarle a una scrittura più prevedibile e meno elettrizzante, più uniforme e grigia, ma mantiene immutato il colpo di scena principale dell’originale e i momenti più iconici e riconoscibili, puntelli che però servono a ben poco. Il suo film non è altro che un dimenticabile doppione, che non riesce a dire nulla di significativo né sull’America di oggi (al posto delle foto qui gli indizi stanno nei fumetti, ma l’originalità si ferma lì), né sulle metodologie illecite cui l’Intelligence ricorre per mettere le mani sui terroristi, accennando tutto e non approfondendo alcunché, nel più classico dei vorrei ma non posso.

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