Sono nato, ma…

Sono nato, ma…

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Presentato nel Canone rivisitato delle Giornate del Cinema Muto 2016, Sono nato, ma… è un film del grande Yasujiro Ozu del 1932, che racchiude la poetica di serena rassegnazione dell’autore e la sua rappresentazione della classe degli impiegati, organizzata da una rigida struttura gerarchica, ormai divenuta il nucleo della società nipponica.

Non è deludente la vita?

La famiglia Yoshii si trasferisce in un sobborgo di Tokyo, nella zona dove abita il capoufficio del padre, il sig. Iwasaki. I due bambini a scuola devono fronteggiare i bulletti tra cui il figlio di Iwasaki, Taro. Quando vedono che il padre, in un filmino amatoriale di Iwasaki, fa il buffone per compiacere il suo superiore, il genitore del loro acerrimo rivale, i due fratellini lo criticano. Capiranno poi i suoi motivi di convenienza. [sinossi]

Si comincia con un viaggio a Tokyo, o in Tokyo. È quello della famiglia Yoshii che si trasferisce in un sobborgo della metropoli. Già il trasloco non promette bene, la macchina si blocca con una ruota nel fango. Si finisce con le frasi dei genitori riferite ai figli: “Vivranno con tutti questi problemi per tutta la loro vita”, “Speriamo non diventino dei poveri impiegati come me”, che racchiudono tutto quel senso di serena rassegnazione giapponese di cui è colmo il cinema di Ozu, e che fanno il paio con il desolante dialogo finale di Viaggio a Tokyo tra Kyoko e Noriko: “Non è deludente la vita?”, “Sì, lo è”.
Tra questi due momenti Sono nato ma…, riproposto nella sezione del Canone rivisitato alla 35esima edizione delle Giornate del Cinema Muto, è un ritratto di quella società in trasformazione di cui Ozu è stato il grande cantore. Il mondo dei “sarariiman”, dei colletti bianchi, di quella middle class impiegatizia in cravatta e abiti occidentali che rappresentava il nerbo della modernizzazione della società nipponica. E che popolava la grande metropoli che si ingigantiva a dismisura: tra il 1920 e il 1930 i suoi abitanti passarono da 2 a 5 milioni. Ozu raffigura questa vita moderna e questa nuova civiltà industriale di acciaio e di bulloni.
Come spesso nel suo cinema, l’ambiente dei personaggi di Sono nato, ma… è un ambiente urbano caotico, un paesaggio pervaso da grovigli di fili della luce, da rotaie, tram e dagli immancabili treni che scorrono sullo sfondo. O dai passaggi a livello. Ma i passaggi a livello della vita sono come le staccionate e non si aprono, come invece possono pensare ingenuamente i bambini. O anche realizzare nel loro piccolo mondo, ma sembra impossibile in quello degli adulti.

Sono nato, ma… è un film sulle gerarchie sociali, sul comando detenuto da alcune persone su altre, una caratteristica connaturata nell’uomo a partire dall’infanzia, dove i più deboli della scuola sono umiliati, costretti a portare un cartello. Sono dinamiche antropologiche, dinamiche di branco. Se i piccoli figli riescono a sconfiggere i bulletti che prima spadroneggiavano e ad assumere a loro volta una posizione predominante, con la forza di volontà ma anche stringendo alleanze o con le superstizioni come mangiare uova di piccione, non è così nel mondo degli adulti dove i subordinati rimangono tali e non possono che ingraziarsi i propri superiori per ottenere qualcosa. Dove sono il censo, il reddito e la posizione gerarchica a contare sopra tutto. Mentre nel mondo dei bambini funziona il baratto, lo scambio, di uova di piccione o altro, come in un capitalismo embrionale.
Il mondo dei figli e quello dei padri è spesso messo in relazione, con carrellate di raccordo, nei rispettivi ambienti, la scuola con i bambini che si fanno le linguacce quando il maestro non li vede, e l’ufficio con i dipendenti che sbadigliano a turno. La disciplina sarebbe rigida, già a scuola dove si incarna in un ordine geometrico che non si può rompere. Non si può non essere allineati nella fila durante l’educazione fisica, non si può tenere un berretto in classe pena venire costretti dal maestro a metterlo in bocca. Così come gli impiegati, nella loro pausa di ginnastica devono muovere le braccia all’unisono. I fratellini protagonisti però commetteranno la grande infrazione alle regole, quella di marinare la scuola, simulando compiti e bei voti, ma saranno subito fatti rientrare nei ranghi. Il paradosso è che i genitori vedono nel rendimento scolastico e nell’istruzione, un inizio di successo nella vita, inseguendo il mito del successo, andare a scuola “per diventare qualcuno”. Ma il film dimostra impietosamente come il carrierismo tra gli adulti dipenda da fattori completamente diversi. Si hanno benefici facendo i leccapiedi, come il padre ammette con rassegnazione di essere.

Si arriva al culmine nel cinema nel cinema, nella proiezione dei filmini amatoriali del sig. Iwasaki, momento che risulterà rivelatore di tante cose. Tutti si ritrovano alla proiezione, padri e figli. Anzi i secondi, ansiosi come i futuri ragazzi di Feng Kuei di Hou Hsiao-hsien, arriveranno a pagare anche dei simbolici biglietti via baratto. I filmati del capoufficio sono abbastanza sorprendenti. Alcuni ritraggono lo stesso ambiente modernista che vuole catturare anche Ozu, ponti, navi, zoo fino ad arrivare alla sinfonia metropolitana. C’è poi un momento costruito come cinema, con un campo controcampo, che raffigura Iwasaki con due geisha, che lo mette in imbarazzo con la moglie, sequenza che poi è velocizzata. Siamo dalle parti dello slapstick. E c’è poi la scena di umiliazione che farà capire ai figli il ruolo di subordinazione del padre, che farà capire loro quanto sia un lacchè.
Sono nato, ma…, come tipico del cinema di Ozu, è pieno di situazioni di sojikei, la composizione di due figure simili che si ottiene organizzando due attori con la stessa posizione e gli stessi movimenti all’interno di un’inquadratura. In questo film riguardano soprattutto i due fratellini. Ma nel finale si arriva a un sojikei, con il padre che si è aggiunto, nell’azione di mangiare degli onigiri nelle sedie in giardino. La ricomposizione famigliare avviene solo nel riconoscimento della propria inferiorità e sottomissione. Si può battere Taro nelle zuffe scolastiche ma non suo padre, detentore del potere. E a quel punto non rimane che fantasticare un futuro come generale e tenente generale. È deludente la vita. Sì, lo è.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
La pagina Wikipedia di Sono nato, ma…
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