Shut In

Shut In

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Esordio cinematografico per Farren Blackburn, Shut In è un thriller/horror scontato e prevedibile su una donna sola e isolata, interpretata da una affannata Naomi Watts.

Ed io avrò cura di te

Mary è una psicologa infantile che vive e lavora senza mai allontanarsi dalla sua casa, dove riceve a domicilio i suoi pazienti e soprattutto si occupa del figliastro diciottenne Stephen, ridotto in stato vegetativo dall’incidente stradale in cui è morto il marito Richard. Quando resta coinvolta nella misteriosa sparizione di uno dei suoi pazienti, il piccolo Tom, Mary comincia tuttavia a essere perseguitata da strani eventi che condurranno a un’agghiacciante scoperta… [sinossi]

Ambientare quasi interamente un film in un unico ambiente è sempre una sfida rischiosa, soprattutto se non si hanno abbastanza idee per portare avanti il discorso. Shut In, esordio cinematografico di Farren Blackburn (che viene da una lunga trafila di regie televisive), rientra proprio in questo canone asfittico, girato com’è in una casa di campagna dove Mary, interpretata da Naomi Watts, provvede al figliastro paralizzato e riceve in casa dei bambini in qualità di psicologa infantile.
Quel che forse doveva essere il tema del film – la mancata maternità della donna che dunque cerca disperatamente un figlio-surrogato da amare – è stato probabilmente stravolto in una qualche fase della lavorazione. Perché ciò che rimane non è altro che il classico armamentario di un horror di seconda categoria, dove a farla da padrone sono apparizioni improvvise di ombre sullo sfondo, rumori inspiegabili, gatti che fanno capolino distogliendo l’attenzione dal vero pericolo, e così via.

Va a finire dunque che Shut In, il cui intreccio è tanto basilare da essere facilmente prevedibile nelle sue svolte sin dai primi minuti, si dilunga inutilmente intorno ai cliché del genere quasi bloccato dalla paura di dover affrontare quel turning point che tutti si aspettano. E, infatti, una volta che il cattivo è accertato e identificato, il film non può che finire per crollare ancora più miseramente.
Naomi Watts appare decisamente prigioniera di se stessa, costretta in isolamento in una casa circondata dalla neve di ‘shininghiana’ memoria e impossibilitata a dialogare con chiunque, ad eccezione del suo psicologo che la segue via Skype (un petulante Oliver Platt, il quale ripete ossessivamente la solita manfrina e cioè il fatto che è convinto che la donna abbia delle allucinazioni). Intorno a lei l’amorfo figliastro e il bambino con cui lei vorrebbe sostituirlo: nessuno dei due prova mai il grande passo per diventare un personaggio; mentre in maniera tardiva e decisamente non necessaria spunta fuori un vecchio spasimante della donna, giusto per fare arrivare il minutaggio del film ai canonici novanta minuti.
Tutto ciò forse perché – ripetiamo – in realtà Shut In avrebbe dovuto e forse voluto raccontare altro: la storia di una donna e dei suoi fantasmi di maternità. Ma questo probabilmente non lo sapremo mai, e quel che ci resta è l’ennesimo horror maldestro in una stagione avara di novità per quel che riguarda questo genere, a parte It Follows.

Info
Il trailer di Shut In su Youtube.
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