The Promise

The Promise

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Delude, e non poco, The Promise di Sophon Sakdaphisit, che in Thailandia si era messo in mostra con i precedenti Coming Soon e The Swimmers. Horror stanco e prevedibile, che gioca sul solito schema del fantasma rancoroso in cerca di vendetta, e che spreca l’unica intuizione, quella relativa alla crisi economica. Al Far East Film Festival di Udine.

Quindici anni è la più bella età?

Ib e Boum hanno quindici anni nel 1997, quando la Thailandia viene investita da una pesantissima crisi economica. La famiglia di Ib è rovinata, e le amiche del cuore decidono di uccidersi insieme. Boum però, dopo che Ib si è sparata, non ha il coraggio di suicidarsi. Venti anni dopo il fantasma dell’amica medita ancora una terribile vendetta… [sinossi]

Il dato più interessante di The Promise si esaurisce nell’incipit del film, il prologo che dà – o dovrebbe dare – un senso alla vendetta dello spirito rabbioso di Ib, quindicenne suicida. Il gesto estremo, che la ragazzina compie pensando che l’amica del cuore Boum la segua in questa scelta (ma Boum fugge terrorizzata, incapace di uccidersi a sua volta), è dettato dalla condizione economica della famiglia, finita sul lastrico in seguito al crollo finanziario del 1997. A venti anni dalle speculazioni finanziarie che portarono al collasso un’intera area, quella del sud-est asiatico, il cinema sembra voler tornare a fare i conti con un passaggio chiave della storia del Ventesimo secolo e del nuovo millennio: un tratto peculiare presente nei primi giorni del Far East di Udine già nell’affascinante Forgotten del sudcoreano Jang Hang-jun, e che dunque trova una nuova rappresentazione anche nel nuovo film di Sophon Sakdaphisit, habitué del festival friulano come dimostrano i precedenti Coming Soon e The Swimmers. Lo stesso regista thailandese aveva dopotutto quindici anni al momento della svalutazione del bath, la stessa età di Ib e Boum, ma anche di Bell, la figlia che Boum ha avuto perché ha continuato a vivere. Il tema della crisi, e della successiva rinascita economica della Thailandia, avrebbe potuto aprire l’immaginario di Sakdaphisit a suggestioni di vario tipo, tutte in grado di flirtare con l’orrore; basti pensare alla sequenza in cui Boum vede il padre svolgere ancora il suo ruolo di broker in un elegante ristorante di Bangkok, salvo rendersi conto che il genitore in realtà sta parlando da solo, completamente impazzito di fronte all’ipotesi di perdere tutto quel che aveva.

Peccato che tutto questo – l’orrore reale di un’economia inumana, quella del Capitale che “gioca” con la vita delle persone, ma anche il terrore di crescere senza prospettive – svanisca ben presto dallo schermo. Anche la visione di uno spettrale grattacielo mai finito (e che doveva essere l’investimento dei genitori delle due ragazze; è sulla sua sommità che si uccide Ib) che domina la megalopoli Bangkok rimane un puntello privo di reale struttura e di reale approfondimento. Quella che poteva trasformasi in un’icona resta solo un’intuizione priva di sviluppo, eccezion fatta per una sequenza, quella in cui la Boum adulta trascina un bambino in grado di vedere gli spiriti su per le scale del grattacielo per chiedere clemenza allo spirito di Ib, intenzionato a uccidere Bell. Per non parlare della colpa mai espressa di Boum, quella di essere diventata donna, di aver lasciato alle proprie spalle la pubertà, di aver procreato, di essere andata avanti, altro elemento non privo di interesse che però Sakdaphisit – anche sceneggiatore insieme a ben tre colleghi: un numero un po’ troppo corposo per una storia così prevedibile e piana – sembra dimenticare per strada.
Prosciugati tutti gli elementi di maggior interesse che il soggetto sembrava aver allineato sulla linea di partenza, The Promise non può che accontentarsi di mettere in scena uno schema fin troppo codificato e consolidato nel corso dei decenni: la vendetta di uno spirito irrequieto che prende di mira una giovane e la minaccia. Sakdaphisit, oltre a muovere lo sguardo in direzione del panorama panasiatico sembra occhieggiare alla Hollywood del Sam Raimi di Drag Me to Hell (privato però della componente autoironica) e soprattutto di Wes Craven, citato direttamente con la presenza di un cartellone di Scream. A mancare è però il concreto punto di connessione tra l’onirismo incubale e la realtà concreta, tra l’orrore soprannaturale e l’orrore reale, tangibile, quotidiano.

Sakdaphisit non è uno sprovveduto, e la sua regia conferma in buona sostanza la capacità di gestire un immaginario horror, ma non sembra in grado di muoversi al di fuori di recinti non solo fin troppo stretti, ma anche dal territorio ampiamente battuto. Gli esordi in cui era impegnato negli script di Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom (Shutter, Alone, uno dei segmenti che compongono Phobia 2) non sembrano aver lasciato una traccia profonda nel suo approccio alla regia, che non va mai oltre la mera esibizione di una solida professionalità. Manca il guizzo, manca l’ingegno, manca la capacità di sorprendere il proprio pubblico. Resta dunque solo la rabbia di un fantasma quindicenne, l’amore di una madre per la figlia, lo sguardo superficiale su un mondo che ha seppellito i propri spettri economici e sociali, qualche sobbalzo lavorato in fase di montaggio del sonoro. Un po’ poco, in effetti.

Info
Il trailer di The Promise.
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