Soni
di Ivan Ayr
È il trionfatore del Roberto Rossellini Awards del 2° Pingyao International Film Festival, il film indiano Soni, già presentato in Orizzonti nell’ultima Mostra del Cinema. Primo lungometraggio di Ivan Ayr che fornisce il ritratto impietoso di un paese, dove sessismo e violenza sulle donne rappresentano ancora una piaga difficile da eliminare.
Il secondo sesso in India
Soni è un’impulsiva poliziotta sotto copertura che si occupa di crimini contro le donne a Nuova Delhi. Kalpana, la sua superiora tratta con i colleghi che vorrebbero indebolirne il ruolo e con la suocera che la accusa di trascurare i doveri familiari. [sinossi]
Energica e determinata nel perseguire i reati di sessismo e violenza contro le donne, così come diligente e impeccabile donna di casa quando il regista svela i particolari della sua vita privata, mostrandola dietro ai fornelli. Soni, con la sua superiore Kalpana, nel rapporto dialettico che tra le due si instaura, la seconda più istituzionale e pronta a correggere gli eccessi della prima, rappresenta la ribellione femminile in un paese dove le donne subiscono violenze e stupri, sfregiamenti con l’acido, uccisioni per accaparrarsi la dote, schiavitù sessuale. Una nazione dove pure una donna, Indira Gandhi, è stata a lungo al potere, e dove già la letteratura, nella figura della poetessa di lingua punjabi Amrita Pritam, citata in Soni, esordio di Ivan Ayr che ha vinto il Rossellini Award al Pingyao International Film Festival, si è fatta carico di dare voce alle donne, ma che risulta il quarto paese più pericoloso al mondo per loro. La ribellione di Soni e Kalpana è una ribellione istituzionalizzata, sono poliziotte, lavorano dentro le istituzioni. Il potere maschile è rappresentato dall’automobilista, come dai teppistelli che fumano in bagno e da tutta una galleria di personaggi, che non si piega a Soni cui scappa uno schiaffo, cosa che genererà la sua retrocessione a centralinista. Funzione che peraltro continuerà ad assolvere diligentemente. La condizione femminile in India è raccontata dalle donne malmenate e da quelle che assolvono il marito, succubi fino alla fine. E allo stesso tempo gli annunci radiofonici decantano una nazione all’avanguardia tecnologica, promettono sicurezza e ammettono le tensioni in Kashmir.
Risultato di un lavoro di osservazione, in vere stazioni di polizia, Soni è costruito con lunghi piani sequenza come se l’occhio demiurgico del regista si trovasse lì a seguire quei personaggi, sempre con discrezione, portandoci dietro e rifiutando così il facile schematismo del film a tesi. Già la prima scena stabilisce l’enunciazione dell’assunto. Soni è importunata da un uomo che la segue in bicicletta, seguiti dalla mdp del regista. Una volta che l’uomo passa dalle molestie verbali a quelle fisiche, Soni si ribella e lo picchia, mostrando così la sua forza e soprattutto la sua energia interiore. Solo l’intervento delle forze di polizia separerà la donna dal suo iniziale aggressore, impedendole di proseguire nel pestaggio. E nella scena successiva viene subito chiarito che Soni appartiene alle forze dell’ordine. Qui abbiamo già tutto. La facilità con cui l’uomo si sente autorizzato a impossessarsi del corpo femminile, se la donna non acconsente dovrà essere sottomessa con le maniere forti, la grande forza di Soni e la sua inclinazione a reagire fisicamente, con una reazione uguale e contraria, quella stessa inclinazione, che non rientra nei protocolli degli agenti in divisa, che le porterà dei guai.
Ovunque si annida il sessismo nella società indiana, suggerisce Ivan Ayr, basta deviare un attimo e uscire dai contesti borghesi e puliti, e civili, basta andare nel bagno di un’elegante sala da tè, per vedere la toilette femminile occupata da ragazzi che fumano. Qui abbiamo un esempio ancora teorico delle fondamenta del film. Soni, sbeffeggiata dai teppistelli, non cede di un millimetro sapendo che in questo caso, una contro tanti, avrà la peggio. Ivan Ayr arriva a mostrare fino al momento appena prima in cui la tensione e il contrasto sfoceranno nella rissa. Non arriva a mostrare il pestaggio, si allontana per il pudore di esibire la violenza in sé, quella in cui per una volta la protagonista avrà la peggio. E l’ellisse in cui il regista racchiude questo momento barbarico, non è creato con un semplice stacco ma, coerentemente con lo stile del film, il piano sequenza non si interrompe, prosegue per inerzia e lo sguardo si allontana da quel punto, seguendo la mamma e la bambina che scappano.
Sono tante le contraddizioni che Ivan Ayr esibisce della società indiana. Una società dove il sessismo, la convinzione del dominio del sesso maschile su quello femminile è radicata in profondità, e solo una lunga e grande battaglia culturale potrà sradicarlo. E allo stesso tempo una società che sembra attrezzarsi a contrastare il fenomeno con agenti e ufficiali di polizia donne, mentre il semplice inoltrarsi nei corridoi della centrale mostra come le poliziotte siano tante. Ma l’ufficiale capo in turbante rimane sempre un maschio e anche le due protagoniste, donne determinate ciascuna a modo suo, vivono un ambiente familiare tradizionale e improntato a valori patriarcali.
Info
Il sito del Pingyao International Film Festival.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Soni
- Paese/Anno: India | 2018
- Regia: Ivan Ayr
- Sceneggiatura: Ivan Ayr, Kislay Kislay
- Fotografia: David Bolen
- Montaggio: Ivan Ayr
- Interpreti: Dimple Kaur, Gauri Chakraborty, Geetika Vidya Ohlyan, Himanshu Kohli, Kalpana Jha, Mohinder Gujral, Mohit Chauhan, Prateek Pachori, Saloni Batra, Samar, Simrat Kaur, Upasya Goswami, Vikas Shukla
- Produzione: Jabberwockee Talkies
- Durata: 97'






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