Nevermind

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Nevermind è l’atteso ritorno alla regia di un lungometraggio di Eros Puglielli a dodici anni di distanza da AD Project. Un film a episodi che lavora sul confine tra thriller, commedia e grottesco, riallacciandosi alla poetica di Dorme e Tutta la conoscenza del mondo. In Alice nella città.

Il ravanatore, lo spugnetto e altre storie

Nevermind è un film ad episodi. In ogni episodio vediamo personaggi comuni costretti a subire situazioni ed eventi estremamente inquietanti, sconcertanti e paradossali, spesso anche difficili da decodificare. Si tratta di situazioni che a volte sembrano incredibili ma che comunque… Possono accadere.Per quanto i fatti narrati in questo film possano sembrare a prima vista estremi, folli e improbabili, lo spettatore li troverà estremamente familiari e catartici perché in realtà esplorano i lati oscuri, scomodi e inconfessabili che si annidano nel nostro quotidiano e nelle nostre menti.Gli episodi sono collegati tra loro narrativamente attraverso una sorta di passaggio di testimone mediante il quale un personaggio secondario di un episodio diventa protagonista di quello successivo. [sinossi]

Nevermind è il titolo di uno dei più noti album rock dell’ultimo trentennio, il più grande successo commerciale per una band, i Nirvana, che di commerciale hanno sempre avuto meno di quanto si pensasse. Fu l’album della creazione del mito di Kurt Cobain, e quindi anche la sua più terribile dannazione. Nel 1991 e dintorni era praticamente impossibile conoscere qualcuno che non sapesse canticchiare il ritornello di Smells Like Teen Spirit. Cobain poi si tolse la vita nell’aprile del 1994, proprio nel periodo in cui un giovanissimo regista romano, Eros Puglielli, terminava il montaggio del suo lungometraggio d’esordio, autoprodotto in Super-VHS: Dorme. I riferimenti musicali di questo piccolo e sempre brillante gioiello ultra indipendente erano altri – i protagonisti si chiamano Ruggero Acque e Michele Campovecchio, che “tradotti” in inglese suonano come Roger Waters e Mike Oldfield… –, e gli apparentamenti tra i Nirvana e Puglielli possono apparire del tutto pretestuosi. Eppure è proprio con un Nevermind che anche il quarantacinquenne regista cerca di tornare a dialogare con il pubblico.
Erano dodici anni che Puglielli non dirigeva un lungometraggio, e se si considera che AD Project fu un esperimento tanto produttivo quanto distributivo, dedicato in forma esclusiva al mercato home video, l’ultimo lavoro pensato per il cinema risale addirittura al 2004, quando la 01 Distribution pensò bene di sprecare il potenziale di Occhi di cristallo, presentato come film di mezzanotte nella prima Venezia dell’era-Müller, gettandolo nella mischia senza un adeguato battage pubblicitario e senza alcun tipo di attenzione. Un atto che di fatto sancì la rottura del rapporto tra l’enfant prodige Puglielli – un esordio diretto a neanche venti anni, un numero impressionante di cortometraggi di qualità, un’opera seconda, l’ambizioso Tutta la conoscenza del mondo, altrettanto incompreso – e il cinema. L’ultimo decennio lo ha visto lavorare per il piccolo schermo allontanandosi anche progressivamente dal genere, elemento distintivo della sua attitudine registica per quanto nella maggior parte dei casi smussato attraverso l’arma dell’ironia e del grottesco.

Il ritorno in scena di Puglielli con Nevermind, presentato in Alice nella Città nella sezione “Panorama Italia”, avrebbe meritato fiumi d’inchiostro, rilanci di agenzie stampa, passaparola, tam tam mediatico. Il fatto che, nonostante il pienone alla proiezione serale, tutto questo non sia avvenuto rende evidente una volta di più la difficoltà che un intero apparato sistemico ha nel maneggiare materiale non omogeneizzato, non ovvio, non prono di fronte agli schemi produttivi canonici. Certo, molti produttori si sono coalizzati per permettere a Puglielli di tornare a dirigere per il cinema, e la battaglia da combattere ora sarà quella per far ottenere al film una distribuzione il più capillare possibile, ma l’impressione che lascia questo suo quinto lungometraggio è sempre quella dell’autarchia più totale, e allo stesso tempo dell’anarchia, della voglia di oltrepassare i paletti del predigerito.
Basterebbe anche solo il prologo, in cui lo psicanalista interpretato da un eccellente Paolo Sassanelli – ma l’intero cast merita un convinto applauso, a dimostrazione ulteriore della capacità di Puglielli di lavorare sul set – dopo aver spopolato nella sua ora settimanale in radio viene investito da un carro attrezzi mentre cerca di raggiungere la sua automobile camminando con un bombolone in mano, per rendersi conto di quanto sia mancato lo sguardo surreale e grandangolare di Puglielli nel corso di questi lunghi anni. Non si tratta solo di spostare l’ottica dall’altezza e dal taglio cui si è abituati, ma di modificare il senso dello sguardo, il motivo per cui si deve o non deve vedere.

Nascosto nella sua struttura a episodi che riporta alla mente molto cinema degli anni Novanta, il decennio in cui il cortometraggio divenne il punto di riferimento per scovare gli autori più interessanti, estranei alla massa e coraggiosi (oltre a Puglielli, viene naturale citare quantomeno Ciprì e Maresco, Rezza/Mastrella o un film come Il caricatore di Cappuccio, Gaudioso e Nunziata), Nevermind è infatti una riflessione sul concetto di “visibile”, sull’immateriale e sul peso che acquista a livello sociale. Le immonde sconcezze antigieniche dell’avvocato dell’episodio “Il ravanatore”, che tiene sempre la mano destra nelle mutande, sono sconosciute agli occhi dei suoi clienti e amici. Solo la sua segretaria, colei che ha il diritto di oltrepassare la soglia della porta dello studio quando vuole, possiede le chiavi del segreto. Allo stesso modo è invisibile il bambino di cui si deve prendere cura la babysitter del secondo episodio, mentre è fin troppo evidente la colpa immorale dei protagonisti del terzo episodio. Ma è nell’ultimo segmento, in quell’intero mondo che grazie a un esercizio mentale in via di sperimentazione il cuoco provetto – ma un po’ insicuro – Andrea Sartoretti fa scomparire davanti ai suoi occhi, che il concetto diventa quasi teorico. Teorico sotto il profilo strettamente cinematografico ovviamente, ma anche se si allarga la visuale alla riflessione sociale, alla condivisione forzata dello spazio, al disconoscimento dell’altro come elemento essenziale alla vita.

Non è mai stato un regista banale, Puglielli, e anche nei frammenti più scherzosi della sua carriera il puro aspetto della messa in scena non è mai diventato terreno di giochi superflui. Anche Nevermind, nel quale pure il divertimento è alla base di tutto (divertimento nella scrittura, divertimento nella realizzazione e divertimento per lo spettatore), non esistono svolazzi fini a se stessi, o elaborati di tecnica atti solo a solleticare l’ego dell’autore. Puglielli è un metteur en scéne nel significato più profondo e commovente del termine, il suo impegno per una macchina spettacolare che sappia anche veicolare una riflessione non viene meno neanche in questa occasione. Proprio questa tensione, tra desideri poetici e svisate pop che guardano ancora e sempre alla Hollywood degli anni Ottanta, è alla base della sommaria incomprensione e dello svilimento critico di un talento purissimo, di uno dei registi più brillanti della sua generazione (Puglielli ha cinque anni meno di Matteo Garrone e tre meno di Paolo Sorrentino, per quanto abbia esordito prima rispetto a entrambi), di un visionario come se ne vedono pochi.
La sua capacità di non prendersi sul serio, e quindi di riuscire a essere serio fino in fondo, non rappresenta il modus operandi abituale. Le sue storie, oggi come venticinque anni fa, sono sgangherate, grottesche, crudeli, sguaiate e perfino efferate, ma in realtà rispondono a una realtà, la ascoltano, la rappresentano. Una realtà mai presa in giro, mai ridicolizzata, mai ridotta a stereotipo. C’è una grande ricchezza espressiva nella scrittura dei personaggi e nella loro definizione – lo script è opera sempre del regista insieme a Giulia Gianni, Antonio Muoio e Francesca Sambataro – così come è per nulla pretestuoso o improvvisato il legaccio che tiene unite le singole storie. Storie di folle ordinarietà, per ribaltare il precetto bukowskiano. Sarebbe sbagliato addentrarsi a fondo nel racconto di quel che accade nel film, ha più volte ripetuto Puglielli cercando di proteggere tanto la sua creatura quanto la sorpresa del pubblico, e forse si è scritto fin troppo. Divertentissimo e mai prevedibile scandaglio dell’umana devianza, questo piccolo film promette di diventare un cult movie in piena regola. Non dovesse poi accadere ecco sempre lì pronto Cobain a ricordare “oh well, whatever, nevermind”.

Ps. All’interno del ricchissimo e ben sfruttato cast, dai già citati Sassanelli e Sartoretti a Giulia Michelini, Gianluca Gobbi, Renato Scarpa, Massimo Poggio, e la mitica Dagmar Lassander, fa piacere notare nel piccolo ma cruciale ruolo dell’autista del carro attrezzi Cristiano Callegaro, amico d’infanzia di Eros Puglielli e protagonista di molti dei suoi lavori autoprodotti, a partire ovviamente da Dorme.

Info
Eros Puglielli, regista di Nevermind, parla del CSC.
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