The Delegation

The Delegation

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In quel 1990 di prigionieri politici e primi rapporti internazionali in cui gli ultimi vagiti di un regime ai titoli di coda si stavano ormai riducendo ad assurde maschere tragicomiche, il regista albanese Bujar Alimani innesta un atipico road movie dialettico, ottimo nelle premesse e indubbiamente acuto nel finale, ma alla lunga troppo facile nel cedere allo stereotipo in un sostanziale ribaltamento di quelle stesse forzature ideologiche che vuole mettere alla berlina. The Delegation, in prima italiana nel concorso lungometraggi del Trieste Film Festival.

Il radiatore bucato

Alla fine del 1990, mentre il regime comunista albanese sta ancora cercando di rimanere al potere, un prigioniero politico viene segretamente fatto uscire dal carcere e mandato a Tirana per incontrare un suo vecchio compagno di scuola, ora a capo della delegazione europea che deve valutare se l’Albania ha fatto progressi nel campo dei diritti umani. Ma nulla va come previsto… [sinossi]

Furono quasi 35mila, dei quali circa un migliaio morti in carcere di stenti e maltrattamenti, gli esseri umani privati della propria libertà e fatti prigionieri politici negli oltre quarant’anni del regime (sedicente) comunista d’Albania. Forse la dittatura più rigida e isolazionista del dopoguerra, così ostinatamente fedele a Stalin da far giustiziare già nel ’48 anche il proprio ministro della difesa sospettato di preferire Tito al dittatore sovietico, per poi raffreddare i rapporti anche con l’URSS ritenuta “revisionista” di Chruščëv e romperli definitivamente, uscendo nel ’68 dal Patto di Varsavia, con quella di Brežnev. Ma non è sugli anni di Enver Hoxha, al potere da metà dei ’40 al 1985 della sua morte, che si concentra The Delegation, con il quale il regista albanese Bujar Alimani ha dato forma e immagini a quella sceneggiatura che Artan Minarolli, suo collega e conterraneo sconfitto da una morte improvvisa alla fine del 2015, aveva lasciato in un cassetto senza avere il tempo per trasformarla in un film. The Delegation arriva dopo, quando gli uomini sono ancora in carcere ma la dittatura è ormai al tramonto, per ragionare su quegli ultimi mesi del 1990 in cui il successore al governo Ramiz Alia, dopo la caduta del Muro, aveva già riaperto al multipartitismo che lo vedrà solo pochi mesi dopo sconfitto, e il regime albanese stava disperatamente tentando, fra timidi tentativi di riformismo e atavici ritorni alla durezza e all’ingiustizia, di rimanere ancorato a un potere, a un rigido impianto burocratico e a un’ortodossia politica che gli si stavano letteralmente sgretolando fra le dita.

Parte da un paradosso, The Delegation, parte dalla messa in scena di una messinscena. Parte da un viaggio in gran segreto che, nel grigiore di quegli anni e all’interno di quell’enorme scenografia chiamata politica, prelude a una richiesta talmente impossibile da non venire mai esplicitata. L’ormai anziano Leo, stimato e intelligente professore ormai da molti anni prigioniero, al pari di buona parte degli intellettuali, per via delle sue idee non sufficientemente allineate, viene fatto radere dal barbiere del carcere e prelevato all’improvviso, senza spiegazioni, per un viaggio verso Tirana che non è un trasferimento, non è un ricovero, e non è nemmeno un’esecuzione. L’obiettivo delle alte sfere del Partito è che proprio lui, da decenni rinchiuso e vessato, maltrattato e represso, tenuto lontano dalla famiglia e da una madre affetta da Alzheimer, testimoni il falso in favore delle autorità, dichiarando come la società albanese del tempo avesse fatto enormi passi avanti nei diritti umani, si fosse ammorbidita, e quindi fosse pronta per essere accettata dall’occidente e dall’Europa democratica. A costo di costruire e arredare la casa per l’incontro come se fosse un vero e proprio set, come disvelerà l’inquietante e brillante finale, con dettagliate liste di oggetti accuratamente disposti per dissimulare la povertà, l’ingiustizia, l’austerità, il pugno di ferro, confidando nella malattia di una madre non più in grado di difendere il proprio figlio, né la verità che si nasconde fra le pieghe delle ufficiali menzogne di Stato.

Sulla strada per Tirana, la jeep su cui viaggiano il prigioniero, l’autista, l’apparentemente gentile (e quindi forse ancora più ipocrita) funzionario di Stato a capo dell’operazione e il rude Asslan, spietato carceriere che non si rende conto di essere la prima vittima della sua stessa ideologia, del suo razzismo, del suo sessismo e del suo odio, dimostrerà di essere piccola e vecchia proprio come quel potere ormai imbolsito e minuscolo nelle sue bassezze per conto del quale sta viaggiando. In una fumata e in una pozza d’acqua, il radiatore lascia il manipolo di uomini a piedi, in mezzo al nulla o quasi, consapevoli di dover arrivare prima possibile a Tirana ma nel frattempo costretti ad aspettare, costretti a rischiare di far saltare la segretezza dell’operazione, costretti a dover interagire con l’unico villaggio dei paraggi, con i parenti di altri prigionieri politici che sono gli unici in grado di riparare un’automobile, con la rappresentante della sezione di partito che non può dire apertamente di rimpiangere i suoi tempi da paracadutista e di detestare cordialmente la nuova destinazione e il nuovo ruolo assegnatale, con due giovani insegnanti dai modi troppo libertini per non far uscire allo scoperto i nervi di chi all’umanità ha preferito la rigidità della morale fino a rimanere solo nel suo odio, fino a ripudiare la sua unica figlia, fino a rischiare di mettere a repentaglio l’operazione. Perché più volte è forte per Asslan la tentazione di sparare al prigioniero che, con arguzia, capisce quali sono i suoi nervi scoperti e apertamente (ma mai sfacciatamente) lo provoca, ben conscio di servire vivo, ben conscio che tirare quel grilletto equivarrebbe per Asslan a dargli ragione, e a mandare a monte un’operazione che intuisce essere di importanza capitale.

In un crescendo di nervosismi e di intuizioni, di minacce e di (non) rivelazioni, di studi reciproci e di soprusi gratuiti, di linee telefoniche vetuste e di drammaticità, i protagonisti si annusano e si sfidano, parlando sempre sul filo dell’allusione di situazioni carcerarie e di prigionia politica, facendo rimuovere le manette o facendo apertamente capire come le idee non siano mai cambiate, usando le scale gerarchiche per tentare di imporre un minimo di umanità e una giacca scambiata oppure mettendosi reciprocamente all’angolo e a nudo. È il trionfo della dialettica, dell’oratoria, della retorica, della profonda intelligenza nel creare continuamente fratture, frizioni, scricchiolii, e su questi innestare ogni discorso politico e sociale che da quegli anni si riflette nell’oggi, nei piccoli e grandi ritorni dell’autoritarismo, nella xenofobia dilagante, nei commenti e negli atteggiamenti sessisti, nella propaganda delle fake news, nella facilità degli slogan. Ed è paradossale che sia proprio qui, dove gli spunti di interesse si fanno più fitti e profondi, dove la scrittura è più acuta nel trasformare i significanti in significati e istanze di democrazia, uguaglianza e libertà, che emergono anche quelli che sono i grandi limiti, proprio di scrittura, di The Delegation. Limiti che portano i personaggi a perdere, mano a mano che l’intreccio e la natura del viaggio si disvelano allo spettatore e vengono intuiti dal protagonista, passando per l’allontanarsi del funzionario ben più saggio del combattente Asslan, le necessarie ambiguità e stratificazioni, finendo progressivamente per diventare l’incarnazione di due stereotipi, il bianco e il nero (travestito di rosso), il buono e il cattivo, il bene e il male. Finendo per esagerare, per gonfiare, per inanellare tutti i possibili cliché dell’uomo saggio e di quello reso bestia dal proprio cervello lavato, per, paradosso sul paradosso, ribaltare nella troppo rigida conformazione dei personaggi proprio quei luoghi comuni, quella retorica e quella forzatura ideologica del regime contro cui il film si schiera.

Quella che sta nei personaggi/stereotipo è una forzatura che sarebbe stata probabilmente legittima se il film avesse voluto creare macchiette, ironizzare, mettere in ridicolo così come apertamente ironizzavano e mettevano in ridicolo a fine anni Sessanta l’impianto statale e burocratico, fra il primo Miloš Forman e la censuratissima e ostracizzata Vĕra Chytilová, le commedie surreali della Novà Vlna cecoslovacca. Nel tono profondamente serio e amaro scelto da Alimani, però, questo ricorso alla semplificazione come variante drammatica della caricatura diventa in definitiva un elemento che depotenzia, banalizza, rende troppo “facile”. Ma al contempo, nella sua altalena di istanze e risposte e nei suoi espliciti riferimenti, sa anche tornare spunto di interesse, perché al netto di tutte le differenze strutturali e qualitative, quello con la Novà Vlna è un collegamento profondamente significativo per leggere The Delegation, per molti versi fondamentale e in più modi insinuato nel pubblico dagli autori di questo film con due papà, inevitabile sintesi di due differenti anime. Non è certo un caso che, nella finzione immaginata da Minarolli, il vecchio compagno di studi all’estero adesso a capo della delegazione europea che Leo dovrà incontrare venga proprio da quella Repubblica Ceca che, poco più di vent’anni prima, aveva vissuto la stessa identica situazione di impasse politico, con un potere ormai vecchio, inadeguato e imbolsito che non riusciva ad arrendersi all’evidenza di essere ormai diventato patetico. Ed è proprio nel suggerire questo parallelismo al contempo cinematografico e politico con il pre-Primavera di Praga che, in una brillante simmetria storica che si erge a dichiarazione d’intenti, a lettura perspicace e distaccata dell’Albania di quegli anni dalle enormi e inevitabili contraddizioni, The Delegation sul finale ritrova in un certo modo la sua lucidità, il suo acume, l’apice, ormai inaspettato, della sua potenza. Nella narrazione riflessiva, intima, dilatata e (contro)ideologica di Bujar Alimani (e Artan Minarolli) non c’è spazio per gli spunti di ironia, è vero, e tutto diventa amara e dolorosa constatazione, ineluttabilità, inevitabile, speranza annientata. Ma anche un’ultima e dolente possibilità inattesa, come un consapevole e disperato sacrificio per combattere e far cadere la dittatura direttamente dal suo punto debole, come uno smascherare il tentativo di inganno nell’unico modo possibile, portando il regime a dimostrarsi per quello che è sempre stato: violenza e bugie. Con la sfida dialettica, legittima, ponderata. Forse l’unica vera arma in mano agli intellettuali. Ed è proprio per questo che venivano (vengono?) considerati così pericolosi.

Info
La scheda di The Delegation sul sito del Trieste Film Festival.
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