Trieste Film Festival 2019 – Presentazione
Nel 2019 ricorre il trentennale della caduta del Muro di Berlino, ma anche del Trieste Film Festival, la cui missione resta quella di far incontrare l’Europa dell’Est con quella dell’Ovest. E in tal senso il festival, di cui anche quest’anno Quinlan è media partner, si apre il 18 gennaio con Meeting Gorbachev di Werner Herzog. In una settimana, fino al 25, sono previsti, oltre ai concorsi di fiction, di documentari e di corti, anche due percorsi retrospettivi, uno dedicato proprio al Muro, l’altro ai film che hanno segnato la storia della manifestazione triestina.
Tutte le edizioni di un festival sono speciali, ma qualcuna è più speciale di altre. Soprattutto se si sommano due anniversari storici: i trent’anni della caduta del Muro di Berlino, e quelli – ci sia permesso il confronto impari – del Trieste Film Festival, che proprio in quel 1989 vedeva la luce “ufficialmente” (dopo un’incoraggiante edizione pilota), da un’intuizione di Annamaria Percavassi.
Da allora, Trieste e il suo festival (il primo e più importante appuntamento italiano con il cinema dell’Europa centro orientale, oggi diretto da Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo) continuano a essere un osservatorio privilegiato su cinematografie e autori spesso poco noti – se non addirittura sconosciuti – al pubblico italiano, e più in generale a quello “occidentale”. Più che un festival, un ponte che mette in contatto le diverse latitudini dell’Europa del cinema, scoprendo in anticipo nomi e tendenze destinate a imporsi nel panorama internazionale.
L’edizione del trentennale non poteva che aprirsi all’insegna della Storia, quella con la S maiuscola: e così, venerdì 18 gennaio, a inaugurare il programma al Politeama Rossetti sarà Meeting Gorbachev, il film che segna l’incontro tra il grande Werner Herzog (co-regista insieme ad André Singer, che introdurrà la proiezione) e Michail Gorbačëv, offrendo uno sguardo inedito su alcuni degli eventi più significativi della fine del XX secolo – dal disarmo nucleare all’unificazione della Germania – e mettendo allo stesso tempo in prospettiva la stagione dei populismi che (non solo) l’Europa sta attraversando. Herzog e Gorbačëv si incontrano per tre volte nell’arco di sei mesi, e nonostante l’ultimo Presidente dell’Unione Sovietica sia un uomo provato dalla malattia, la sua mente è lucida: il suo calore e il suo umorismo, uniti all’abilità di Herzog di scavare in angoli inaspettati della sua vita, rendono questi incontri coinvolgenti e commoventi.
A seguire, nella stessa serata, si apre anche la retrospettiva che il festival dedica al Muro, con un titolo più che simbolico. Possession è infatti non solo il capolavoro più giustamente celebrato di un amico storico del festival, Andrzej Żuławski, ma anche in qualche misura il “protagonista” dell’immagine scelta per il manifesto di questa edizione: una foto scattata dalla grande Dominique Issermann in una pausa di lavorazione del film, e che ritrae la protagonista Isabelle Adjani mentre salta la corda, proprio accanto al Muro.
Un discorso speciale merita il film di “chiusura”: The White Crow, il nuovo film di Ralph Fiennes dedicato alla giovinezza di Rudolf Nureyev, non chiuderà il festival ma accompagnerà la cerimonia di premiazione, eccezionalmente anticipata a martedì 22 gennaio, così da permettere di partecipare anche ai numerosi ospiti – italiani e internazionali – di When East Meets West.
Nucleo centrale del programma si confermano i tre concorsi internazionali dedicati a lungometraggi, cortometraggi e documentari: a decretare i vincitori, ancora una volta, sarà il pubblico del festival.
Nove i film, tutti in anteprima italiana, che compongono il Concorso internazionale lungometraggi. Molte le storie al femminile: dall’adolescente Alice T., vivace e impertinente, raccontata dal rumeno Radu Muntean (a interpretarla Andra Guți, Pardo come migliore attrice all’ultimo Festival di Locarno), alla quarantenne Anna che in One Day dell’ungherese Zsófia Szilágyi, presentato alla Semaine de la Critique dell’ultimo Festival di Cannes, cerca di salvare dalla frenesia del quotidiano ciò che di fragile e unico c’è nella sua vita; da Ana, che in Erased di Miha Mazzini e Dušan Joksimović scopre all’indomani del parto, nella Slovenia dei primi anni ’90, di non esistere più per il sistema, colpevole di essere nata nella parte sbagliata di un Paese che non esiste più, alla giovane Saltanat, che nel kazako The Gentle Indifference of the World di Adilchan Eržanov si trova costretta a un matrimonio combinato – e alla vita crudele della città – per saldare i debiti di famiglia. E ancora, dalla Polonia, la Alicja di Fuga di Agnieszka Smoczyńska, sospesa dopo aver perso la memoria tra la sua nuova identità e una vecchia vita che forse nasconde un segreto…
Da sempre al centro delle attenzioni del TsFF (che, primo in Italia, gli dedicò una retrospettiva), Sergej Loznitsa torna al festival con il suo personalissimo manuale di sopravvivenza nel Donbass in 13 lezioni, che gli è valso il premio per la migliore regia al Certain Regard di Cannes; mentre un altro amico storico di Trieste, il grande Jiří Menzel (Oscar nel ‘66 per Treni strettamente sorvegliati), sarà il protagonista – stavolta davanti alla macchina da presa – dello slovacco The Interpreter di Martin Šulík, nei panni di un interprete ottantenne deciso a trovare l’ex ufficiale nazista responsabile della morte dei genitori.
Per finire, due storie che aprono e chiudono gli anni ’90: l’albanese The Delegation di Bujar Alimani, sull’estremo tentativo del regime comunista – siamo sul finire del 1990 – di “convincere” l’opinione pubblica internazionale dei progressi di Tirana in tema di diritti umani; e il serbo The Load di Ognjen Glanović, ambientato durante i bombardamenti Nato del 1999, dove il viaggio di un camionista – e del suo carico misterioso – dal Kosovo a Belgrado si fa riflessione sottile sulle responsabilità di un Paese e di una generazione.
Fuori concorso, infine, Ága del bulgaro Milko Lazarov, in “trasferta” nelle terre innevate del Nord per raccontare il conflitto di una famiglia Inuit divisa tra modernità e tradizione.
Tra gli Eventi Speciali trovano posto – oltre ai citati Meeting Gorbachev e The White Crow – altri cinque titoli: dalla Polonia il nuovo film di Krzysztof Zanussi, Ether, che trova nel mito di Faust, ambientato nel primo Novecento, il terreno ideale per una nuova riflessione su etica e scienza; e il campione d’incassi Clergy di Wojtek Smarzowski, uno sguardo sulla Chiesa cattolica inaspettatamente scomodo e senza sconti. Non potevano mancare il controverso Orso d’oro della scorsa Berlinale, Touch Me Not di Adina Pintilie, che tra documentario e finzione offre un intenso ritratto dell’intimità di tre personaggi, e – unico titolo di tutto il programma già uscito nelle sale italiane, salutato purtroppo da un’attenzione di molto inferiore ai suoi meriti – Summer di Kirill Serebrennikov, scatenato affresco della scena rock underground nella Leningrado dei primi anni ‘80.
Per finire, in consonanza con una stagione che sempre più spesso vede gli autori cinematografici confrontarsi con la tv, il festival è felice di ospitare Success, la prima serie diretta dal premio Oscar Danis Tanović e prodotta da HBO Europe, che sarà proiettata giovedì 24 nel corso di un’autentica maratona, dalle 22 alle 3.30 di notte.
Prosegue inoltre la collaborazione del Festival con il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), che a Trieste premierà Dogman di Matteo Garrone come miglior film italiano del 2018 (alla presenza del protagonista Marcello Fonte), e Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson come miglior film internazionale.
Il Concorso internazionale Documentari propone undici titoli, tra anteprime italiane, internazionali e assolute. Dialoga da vicino con il Gorbachev di Herzog il nuovo film di Vitalij Manskij, Putin’s Witnesses, esclusivo “dietro le quinte” del primo anno al potere di Vladimir Putin – eletto presidente della Russia il 31 dicembre 1999 – attraverso le immagini spesso inedite custodite nell’archivio del regista.
Due le opere che mescolano sapientemente documentario e animazione: A Minor Genocide di Natalia Koryncka-Gruz, storia di un trauma di guerra – un pogrom pressoché dimenticato al confine tra la Polonia e l’odierna Ucraina – che si tramanda di madre in figlia dal 1° giugno 1943; e Chris the Swiss, con cui Anja Kofmel cerca di far luce sul mistero che ancora oggi circonda la morte di suo cugino, nella Croazia in guerra del 1992.
Nell’anno in cui il festival celebra la caduta del Muro di Berlino, a ricordare l’Europa divisa ci pensano The Distance Between Me and Me di Mona Nicoară e Dana Bunescu, ritratto della poetessa Nina Cassian, intellettuale scomoda tanto nella Romania di Ceaușescu quanto nell’America dell’esilio; mentre a ricordare la repressione della Primavera di Praga ecco Occupation 1968, film a episodi affidato a cinque registi (E. Moskvina, L. Dombrovszky, M. Szymków, M. E. Scheidt, S. Komandarev) di altrettanti Paesi aderenti al Patto di Varsavia che occuparono la capitale cecoslovacca. Altre “occupazioni”: The Border Fence di Nikolaus Geyrhalter ci racconta cosa ne è stato della recinzione sul Brennero “minacciata” – e mai realizzata – dal governo austriaco nella primavera del 2016 in risposta ai previsti mutamenti delle rotte dei migranti; e non è un caso che Vienna sia il luogo da cui parte la nuova riflessione di uno dei massimi cineasti serbi, Želimir Žilnik, che in The Most Beautiful Country In The World contrappone il disorientamento dei nuovi arrivati che, costretti a lasciare i loro Paesi, cercano di adattarsi a un mondo nuovo, e le paure dei molti abitanti che pensano di doversi difendere dall’escalation dell’immigrazione. Paure che ritroviamo nel “laboratorio” di tutti i nuovi sovranismi d’Europa, l’Ungheria di Viktor Orbán, che Eszter Hajdú racconta in Hungary 2018 – Behind the Scenes of Democracy.
Due luoghi simbolici delle due guerre mondiali che hanno insanguinato il Novecento: Victory Day di Sergej Loznitza elegge il Treptower Park di Berlino, dove ogni anno una piccola folla si riunisce all’ombra del Monumento ai Caduti dell’Armata Rossa per celebrare la vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista, a luogo ideale per svelare vecchi e nuovi nazionalismi; mentre Christian Carmosino Mereu mette a confronto le immagini in apparenza indifferenti della Kobarid di oggi con le storie terribili e inumane della Caporetto di ieri, che rivivono nella voce di Alessio Boni.
Dalla Georgia arriva Before Father Gets Back di Mari Gulbiani, che per la prima volta racconta non la violenza dei jihadisti ma la vita delle famiglie lasciate a casa, attraverso la storia di due ragazze che l’Islamismo radicale cerca di reprimere nel momento in cui vogliono esprimersi ed esplorare il mondo.
Quattro i documentari fuori concorso: La città che cura, in cui Erika Rossi conferma il suo interesse per i temi della salute (non solo) mentale; I leoni di Lissa di Nicolò Bongiorno, che si immerge nel cuore dell’Adriatico per esplorare i relitti della storica battaglia navale del 1866; Srbenka di Nebojša Slijepčević, il teatro come psicoterapia collettiva per i traumi nascosti di un’intera nazione; e Greetings From Free Forests di Ian Soroka, che nei boschi della Slovenia meridionale medita sulla permanenza della Storia.
Sono tredici i cortometraggi in concorso per il Premio Fondazione Osiride Brovedani, con l’Italia rappresentata da Il grande freddo di Cristiano Bendinelli.
Promossa in collaborazione con Sky Arte, che premierà uno dei film della sezione attraverso l’acquisizione e la diffusione sul canale, Art&Sound propone quest’anno cinque titoli in anteprima che esplorano i più diversi ambiti artistici: King Skate di Šimon Šafránek ricostruisce, con straordinari materiali d’archivio e una trascinante colonna sonora punk, la nascita dello skateboarding nella Cecoslovacchia degli anni ’70, e la sua carica eversiva in una società soffocata dal regime comunista; LP Film Laibach di Igor Zupe, terzo capitolo del progetto “Music is the Art of Time”, rievoca le origini di un gruppo mitico della scena musicale jugoslava; The Final Adventure of Kaktus Kid di Đorđe Marković è un’autentica “spy-story” nel mondo del fumetto jugoslavo, con un investigatore d’eccezione (il disegnatore Aleksandar Zograf) impegnato a far luce sulla tragica fine, nel dopoguerra, di un giovane e geniale collega; diretto da Milorad Krstić – anche pittore e artista multimediale – il cartoon Ruben Brandt, Collector unisce psicanalisi e storia dell’arte immaginando un luminare costretto a svaligiare i più importanti musei del mondo per mettere a tacere i propri incubi.
Confermata anche quest’anno la formula del Premio Corso Salani 2019 supported by Parovel, che presenta cinque film italiani completati nel corso del 2018 e ancora in attesa di distribuzione: la dotazione del Premio (2mila euro) va intesa quindi come incentivo alla diffusione nelle sale del film vincitore. Immutato il profilo della selezione: opere indipendenti, non inquadrabili facilmente in generi o formati e per questo innovative, nello spirito del cinema di Salani. I titoli: Gli indocili di Ana Shametaj, My Home, in Libya di Martina Melilli, Likemeback di Leonardo Guerra Seràgnoli, L’ora d’acqua di Claudia Cipriani e La regina di casetta di Francesco Fei.
Più volte evocato, il crollo del Muro di Berlino è protagonista di questa edizione sin dal manifesto: una foto scattata dalla grande Dominique Issermann in una pausa di lavorazione di Possession di Andrzej Żuławski. Uno scatto che ritrae la protagonista Isabelle Adjani – che un anno più tardi avrebbe vinto la Palma per la migliore attrice a Cannes – mentre salta la corda, proprio accanto al Muro.
Accanto al manifesto ufficiale, il Muro sarà al centro di una breve e per molti versi eccentrica rassegna, Tales from the Berlin Wall, che – spiegano i direttori artistici del festival – “porta con sé un pizzico di quell’umorismo, quello jüdischer Witz, che contraddistingue la cultura mitteleuropea, che mescola l’alto e il basso, il dramma e la commedia, e che offre uno sguardo sbilenco e anti-celebrativo di un momento storico da cui è nata anche la nostra manifestazione”.
Quattro i titoli in programma: Uno, due, tre! di Billy Wilder (1961), realizzato a Berlino proprio nell’estate in cui il Muro fu eretto; Totò e Peppino divisi a Berlino di Giorgio Bianchi (1962), “instant comedy” scritta da Age e Scarpelli con le scene del muro ricostruite all’ippodromo di Tor di Valle di Roma; il documentario candidato all’Oscar Rabbit à la Berlin di Bartosz Konopka (2009), che racconta la vita quotidiana della Berlino del muro attraverso gli occhi della colonia di leprotti che per decenni abitò la striscia della ‘no zone’; naturalmente Possession di Andrzej Żuławski (1981), potente e orrorifica metafora del male nell’uomo e nella società contemporanea. E per finire La scelta di Barbara (2012), il film di Christian Petzold premiato con l’Orso d’argento a Berlino”.
L’altra “retrospettiva” del 30esimo Trieste Film Festival vuole omaggiare… il Trieste Film Festival. La sezione Wind of Change riproporrà infatti alcuni titoli e autori che hanno segnato la storia del TsFF. Undici titoli – ma sarebbero potuti essere molti di più, e solo la felicità dei festeggiamenti compensa il dispiacere per le esclusioni – provenienti dai Paesi “d’elezione” su cui il festival puntò lo sguardo sin dalle sue origini.
I film in programma: Sono seduto sul ramo e mi sento bene di Juraj Jakubisko (1989), Fragments – Chronicle of a Vanishing di Zrinko Ogresta (1991), Prima della pioggia di Milcho Manchevski (1993), Buttoners di Petr Zelenka (1997), La polveriera di Goran Paskaljević (1998), Nordrand di Barbara Albert (1999), Simon the Magician di Ildikó Enyedi (1999), No Man’s Land di Danis Tanović (2001) in collaborazione con Fabrica, Spare Parts di Damjan Kozole (2003), The Death of Mr. Lazarescu di Cristi Puiu (2005), Solidarność, Solidarność… di F. Bajon, J. Bromski, R. Bugajski, J. Domaradzki, F. Falk, R. Gliński, A. Jakimowski, J. J. Kolski, J. Machulski, M. Szumowska, P. Trzaskalski, A. Wajda, K. Zanussi (2005)
Giunto alla nona edizione, When East Meets West è un evento organizzato dal Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia assieme al Trieste Film Festival, in collaborazione con EAVE, Maia workshops, Creative Europe Desk Italia, Eurimages, e con il supporto di Creative Europe – MEDIA Programme, MiBAC – Direzione Generale per il Cinema, CEI (Central European Initiative) e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Il focus 2019 è in collaborazione e con il supporto di tutti i fondi dell’Europa Centro-orientale e del Benelux.
L’edizione 2019 avrà un nuovo doppio focus East & West, riunendo a Trieste più di 450 professionisti dell’audiovisivo provenienti da oltre 35 Paesi e, nello specifico, dai territori scelti per il focus 2019: Europa centro-orientale (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ucraina) e Benelux (Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi). L’idea, anche quest’anno, è quella di dare vita a un appuntamento capace di creare un forte legame tra le regioni e i paesi coinvolti. Attraverso tavole rotonde, masterclass e case-study, si riuniscono a Trieste professionisti di diversi paesi, rendendo così il Friuli Venezia Giulia un punto di riferimento per i produttori dell’Est Europa che vogliono avviare collaborazioni con imprese occidentali, e viceversa. Insieme a produttori di film e documentari saranno presenti broadcaster, distributori e rappresentanti di fondi e mercati, così da presentare l’intero panorama di possibilità produttive e distributive, nonché le risorse finanziarie disponibili.

Srbenka
Greetings From Free Forests
The Load
Process
Clergy
Polish Film Festival 2018 – Presentazione
Alice T.
My Home, in Libya
Dogman
Fuga
Chris the Swiss
Summer
Donbass
Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not
Trieste Film Festival 2018