Shooting the Mafia

Shooting the Mafia

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Presentato nella sezione Panorama Dokumente della Berlinale 2019, Shooting the Mafia della documentarista inglese Kim Longinotto, è il ritratto necessariamente agiografico di Letizia Battaglia, la fotogiornalista che ha raccontato con i suoi terribili, quanto straordinari, scatti, la mafia siciliana, le sue mattanze, i suoi boss.

Foto di Cosa nostra

Per molto tempo la mafia ha dominato la Sicilia incontrastata, i suoi crimini erano invisibili al mondo. Ciò è cambiato negli anni ’70, quando Letizia Battaglia è diventata il primo fotoreporter italiano a documentare i brutali omicidi e la profonda influenza della mafia. Le sue immagini in bianco e nero appaiono senza tempo e non hanno perso nulla del loro impatto. Per combattere attivamente Cosa Nostra, Battaglia è entrata anche in politica dal 1985 al 1996, proprio nell’epoca l’epoca dei grandi processi antimafia istruiti dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nella sua vita privata, Battaglia ha rotto con le convenzioni sociali: dopo un matrimonio che si è concluso in un divorzio precoce, ha vissuto con una serie di giovani compagni. [sinossi]

E di questo cosa ne facciamo, Frank? Ora che hai fatto il mio nome… Chi non ricorda questo momento atroce di C’era una volta il West, quando il bandito Frank uccide un bambino a sangue freddo, risolvendo il dubbio del suo scagnozzo, dopo che gli era scappato il nome, che il bambino lasciato vivo avrebbe potuto riferire. Una simile atroce situazione, successa davvero per mano della mafia siciliana, viene raccontata in Shooting the Mafia, il documentario di Kim Longinotto presentato in Panorama Dokumente della Berlinale 2019. Tra la documentazione fotografica di Letizia Battaglia c’è anche quella del cadavere di un ragazzino, ucciso perché aveva visto o sentito troppo. Come e più di tutte le fotografie esibite nel film, una visione davvero insostenibile. Eppure bella, nella sua estetica fotografica, come lo sono tutte le immagini in bianco e nero di Letizia Battaglia, grande fotografa, della scuola di Josef Koudelka, non solo fotoreporter.
Sembrano le immagini dei campi di sterminio nazisti, riprese dai soldati americani e sovietici alla loro scoperta. Kim Longinotto indugia su queste immagini, le mostra tutte per un certo numero di secondi. Si tratta di inserire una galleria fotografica, di fatto, in bianco e nero, nel flusso di immagini in movimento nel film, come se stessimo visitando una mostra, ma senza la possibilità di abbassare lo sguardo. Non si può occultarle se si vuole parlare della sua autrice, per cui rappresentano lo scopo della propria vita.

Kim Longinotto è una documentarista inglese, dalla famiglia di origine italiana, specializzata in ritratti femminili e in istanze femministe. Si è occupata di mutilazioni genitali in Kenya (in The Day I Will Never Forget), di donne che si ribellano agli stupri diffusi in India (in Pink Saris). Raccontando Letizia Battaglia, con un approccio d’osservazione, descrive una donna molto coraggiosa, che non ha mai avuto paura di scattare immagini scomode per far vedere a tutti la realtà cruda di quel contesto palermitano, dove ogni giorno avveniva una nuova mattanza. Una donna che ha umiliato i boss, come Luciano Leggio, fotografandoli ai processi, in manette o dietro le sbarre, uomini d’onore che si saranno sentiti violati della loro intimità per di più da una femmina. Oppure quando ha fotografato i funerali dei mafiosi, violando in questo caso l’intimità familiare e mostrando momenti di debolezza dei parenti dei boss. Lo stesso titolo, Shooting the Mafia, gioca sull’ambiguità del verbo to shoot, che può voler dire riprendere, scattare, ma anche sparare. La fotografia, il giornalismo diventano così un’arma per contrastare la criminalità organizzata.

Shooting the Mafia è allo stesso tempo il racconto di una parte di storia italiana, che comincia dall’epoca in cui nessuno aveva il coraggio neanche di citare la parola “mafia”, di quando a Palermo avvenivano fino a sei-sette omicidi al giorno, fino alla fase del maxi-processo, delle rivelazioni di Buscetta, e dei grandi attentati di Falcone e Borsellino. Kim Longinotto usa come ausilio filmati di repertorio, vecchi documentari, servizi televisivi ma anche spezzoni di film e home-movie della stessa Battaglia. Più discutibile l’uso di canzoni popolari che rappresentano gli stereotipi più retrivi dell’italianità, come ‘O sole mio, peraltro canzone napoletana, non siciliana, o Il cielo in una stanza, Volare (cantata in spagnolo).

Ora Letizia Battaglia è una dolce signora di 84 anni, che vive con un compagno più giovane, nella sua amata Palermo. Kim Longinotto ci restituisce la sua figura, densa di energia e umanità, con il suo carattere irriverente, anche quando ha appeso la macchina fotografica al chiodo per darsi alla politica con i Verdi. Discutibile la scelta però di omettere un dettaglio non secondario della sua vita e ancora indice del suo grande coraggio. Quello di avere smentito con le sue foto la dichiarazione del Senatore Andreotti, durante il suo preocesso per mafia, in cui asseriva di non aver mai incontrato i cugini Salvo, gli esattori di Cosa nostra.

Info
La scheda di Shooting the Mafia sul sito della Berlinale.
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