Citizen K
di Alex Gibney
Fuori concorso a Venezia 76, Citizen K di Alex Gibney è un documentario sull’oligarca russo Mikhail Kohdorkovsky, attraverso cui il regista costruisce un film rozzamente anti-putiniano, sostanzialmente un film di propaganda.
News on the march
Nel 2003, Mikhail Khodorkovsky, uno degli uomini più ricchi della Russia, cominciò a scontare una pena di dieci anni per evasione fiscale. Molti pensavano che la sua caduta avrebbe messo in pericolo il presidente appena eletto, Vladimir Putin. Mentre si trovava in una prigione in Siberia, Khodorkovsky è diventato un dissidente famosissimo. Oggi, in esilio a Londra, continua a lottare contro Putin, al potere da diciannove anni. [sinossi]
Ci si potrebbe chiedere se Citizen K, nuovo documentario di Alex Gibney presentato fuori concorso a Venezia 76, possa in qualche modo avere a che fare con l’originale, il massimo, l’imponente Citizen Kane (Quarto potere) di Orson Welles. Ebbene, no, non c’entra nulla, non vi è nessun riferimento, se non – molto indirettamente – nel ritratto di un uomo politico che è (ed è stato) anche un imprenditore. Ma questo uomo politico, il K del titolo (cui mancano anche riferimenti kafkiani), è un russo, il suo nome è Mikhail Khodorkovsky ed è uno degli oligarchi arricchitisi negli anni Novanta dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quel che lo caratterizza, però, rispetto ad altre figure personaggi che hanno letteralmente depredato il paese in quegli anni – e truffato bellamente la maggior parte della popolazione, incapace sul momento di ragionare in termini capitalistici, dopo aver sempre vissuto in un regime comunista – quel che lo caratterizza, dunque, è la sua “discesa in campo”, dal sapore berlusconiano, ma da oppositore politico di Putin. Il quale, per tutta risposta, lo ha fatto incarcerare per dieci anni, facendolo accusare di una serie di truffe ai danni dello Stato (destino che chiaramente non è toccato agli altri oligarchi, perlopiù silenti di fronte al regime putiniano). Ora Khodorkovsky vive a Londra – gli è fatto divieto di tornare in patria – e finanzia una serie di organizzazioni volte a rovesciare il basso ma pettoruto e tetragono zar contemporaneo.
Tutto questo Gibney (il cui film più famoso è Enron – L’economia della truffa, e che venne qualche anno fa a Venezia con un documentario su Armstrong) lo racconta con il suo solito stile compassato, da documentario d’inchiesta all’americana, con interviste frontali, con dispiego di grafiche e abbondanza di voice over. Con uno stile, insomma, da documentario televisivo da tv a pagamento, cui avrebbe giovato tra l’altro una bella sforbiciata rispetto ai 128 minuti portati qui a Venezia; anche perché Gibney si attarda sovente su aspetti decisamente secondari della faccenda, accumulando nomi su nomi, interviste su interviste, mini-bio su mini-bio, flashback storici su flashback storici. Per poi lasciarci in mano cosa?
Sicuramente non il ritratto che il titolo sembrava promettere, visto che Mikhail Khodorkovsky resta un personaggio decisamente sfumato e sfocato, sulle cui contraddizioni Gibney non affonda neanche un po’. Come ci si può fidare, d’altronde, di una persona che si è arricchita alle spalle dei suoi concittadini, approfittando insieme a qualche altro furbacchione di una fase di sorta di far west (vale a dire gli anni di Eltsin)? Come ci si può fidare dei presunti atteggiamenti umanitari del protagonista, quando è chiaro che il suo intento è rovesciare Putin per poter ricominciare a fare quello che faceva prima, vale a dire arricchirsi senza freni?
Nessuna di queste domande emerge però in Citizen K, dato che Gibney è totalmente accecato dalla volontà di fare un film anti-putiniano. E, in questo, il suo atteggiamento è tipicamente americano; lasciamo stare le follie di Trump, ma pensiamo a tutta la storia novecentesca (e anche oltre) degli Stati Uniti: lavorare di sotterfugi per deporre il dittatore di un qualunque paese del mondo e poi rimpiazzarlo con uno acquiescente nei loro confronti. In questo allora Citizen K si fa davvero inquietante, perché si rivela come un film di propaganda nascosto sotto le sembianze di un documentario d’inchiesta, dunque di quanto più difficile da scriminare, visto che ciò che vediamo ci viene presentato come “reale”.
Gibney afferma di aver voluto fare Citizen K per affrontare il tema putiniano, tanto dibattuto negli Stati Uniti di questi anni, a partire dai rapporti illeciti di Trump con l’ex Impero del Male. Ma affrontare una questione tanto complessa in tal modo, come se il regista fosse un esterno rispetto al mondo che racconta – e invece non lo è, perché anche lui è un citizen, un cittadino del suo paese, di un paese che è nemico storico di quello cui appartiene il protagonista del suo film -, fa sì che Citizen K appaia privo di qualsiasi credibilità, quasi come una qualsiasi fake news partorita da un sito di Steve Bannon.
Info
La scheda di Citizen K sul sito della Biennale
- Genere: documentario
- Titolo originale: Citizen K
- Paese/Anno: GB, USA | 2019
- Regia: Alex Gibney
- Fotografia: Denis Sinyakov, Mark Garrett
- Montaggio: Michael J. Palmer
- Interpreti: Anton Drel, Boris Berezovsky, Boris Yeltsin, Igor Malashenko, Leonid Nevzlin, Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Putin
- Colonna sonora: Ivor Guest, Robert Logan
- Produzione: Jigsaw Productions, Passion Pictures, Storyteller Productions
- Durata: 128'






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