Dio ride
di Giovanni Veronesi
A quasi quarant’anni dal suo esordio nel lungometraggio Giovanni Veronesi approda per la prima volta alla Mostra di Venezia con Dio ride, scelto come film di chiusura. Il racconto di un frate minore che nel Seicento affronta l’inquisizione perché coinvolge i popolani nella parola del Vangelo attraverso il riso è ambizioso, e raggiunge l’obiettivo soprattutto grazie a un eccellente Pierfrancesco Favino.
Il poverello di Casamacchia
Nel cuore del Seicento c’è un uomo che parla di Dio come nessuno ha mai fatto: è frate Leopoldo da Casamacchia. Mentre la Chiesa predica in latino, fra Leopoldo racconta il Vangelo con una gioia contagiosa che genera sollievo e speranza. Parla di un Dio vicino agli uomini, capace di ridere insieme a loro. Il suo messaggio si diffonde conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque, mentre le chiese si svuotano. L’eco di quella voce giunge a Roma e suona pericolosa per chi governa attraverso la paura; il Papa decide di affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, che mette in discussione convinzioni incrollabili. Mentre il destino di Leopoldo sembra segnato, per Maculani e per chi è colto dal dubbio si aprono strade impensate. Perché si può spegnere una voce, ma non ciò che essa ha lasciato negli altri. [sinossi]
In oltre quarant’anni di carriera il sessantaquattrenne Giovanni Veronesi era stato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia solo in due occasioni, e mai per film da lui diretti: nel 1983 era tra gli interpreti di Una gita scolastica di Pupi Avati, che prese parte al concorso; quattordici anni più tardi, nel 1997, era sceneggiatore di Cinque anni di tempesta di Francesco Calogero insieme al fratello Sandro e al regista del film, che fu ospitato nell’oramai defunta sezione “Mezzogiorno”. È dunque a suo modo una notizia di non secondaria importanza che Dio ride, ventunesima regia per il cinema di Veronesi, sia stato scelto per chiudere ufficialmente l’ottantatreesima edizione della kermesse lagunare. Il riconoscimento a una produzione popolare che ha sempre cercato di coinvolgere il popolo parlando una lingua piana, perfettamente riconoscibile, e spingendo sul pedale della commedia, in una certa qual misura agendo secondo i medesimi propositi di vita rivendicati da Leopoldo da Casamacchia, il poverello interpretato da Piefrancesco Favino che nel Diciassettesimo secolo sfida l’autorità ecclesiastica e il potere politico con la sola forza della risata, parlando del Vangelo alle genti più umili con lo stesso tono con cui si racconterebbe una fola o una storiella umoristica. Si tratta com’è intuibile anche dalla sinossi più scarna possibile di uno dei film più ambiziosi dell’intera carriera di Veronesi, forse il più impegnativo di tutti assieme a Per amore, solo per amore con cui condivide per di più la componente religiosa (meglio tacere de Il mio west e L’ultima ruota del carro, entrambi non privi di coraggio produttivo ma dominati da un’aura mediocritas che appannava lo sguardo del regista e sceneggiatore); l’ambientazione seicentesca, l’accurata fotografia naturale di Maurizio Calvesi, la possibilità di inserire nel racconto personaggi realmente esistiti quali Innocenzo X e il cardinale Vincenzo Maculani che però era in verità nato a Fiorenzuola d’Arda, nei pressi di Piacenza, e negli anni in cui è ambientato il film non era più Arcivescovo Metropolita di Benevento come viene invece affermato, probabilmente per rendere più credibile il fatto che a interpretarlo ci sia il sempre misurato Silvio Orlando.
Chissà cosa avrebbe pensato il venerabile Jorge da Burgos, villain de Il nome della rosa di Umberto Eco, delle predicazioni tra l’illuminato e il naïf del francescano Leopoldo, illetterato che conosce però i vangeli e sa come trasmetterne il senso ai più derelitti della società, persone che non hanno spesso neanche i mezzi per sopravvivere o che sono stati rinchiusi negli “asili per lunatici” perché il loro approccio alla vita non era consono alla morale del tempo. Jorge, che nel testo echiano quanto nell’adattamento cinematografico firmato da Jean-Jacques Annaud faceva strage di suoi confratelli domenicani pur di impedire che venisse alla luce il libro mancante della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso, mai avrebbe sopportato che la parola di Dio passasse per la bocca di un uomo che la alleggeriva del peso rituale per renderla di facile comprensione per chiunque: non che nella Toscana di metà Seicento, terrorizzata dalla peste che ha fatto strage nella vicina Umbria, si siano fatti progressi in tal senso. Ed ecco dunque apparire l’ombra lunga dell’Inquisizione che vede nelle barzellette di Leopoldo un chiaroscuro che sa di eresia e di blasfemia. Veronesi muove il suo racconto attraverso dualismi dialettici a volte riusciti – l’incontro tra il Papa e Maculani, ad esempio, ma anche i dialoghi tra Leopoldo e un altro poverello più giovane, interpretato da Francesco Gheghi – e altre volte più meccanici, soprattutto quando sono in scena il conte Del Debbio, figuro meschino e violento, e l’incantevole e giovane moglie con le fattezze di Alma Noce. Lì, con il discorso che verte in modo naturale verso i diritti da rivendicare delle donne, il costrutto si fa artificioso, anche perché esula con troppa evidenza dal contesto storico di riferimento. Non che la fedeltà al tempo sia la dote più riconoscibile di Veronesi, che si prende varie libertà sotto questo punto di vista: ma il candore con cui viene raffigurato Leopoldo, grazie anche all’eccellente prova attoriale di Favino, riscatta con una certa solerzia molte delle sequenze più retoriche, o nel complesso gestite con mano meno sicura dal regista. Quel che ne viene fuori è un film sanamente popolare, privo di reali stratificazioni di senso ma anche in grado di restituire al pubblico l’intima verità di un uomo ignorante ma integerrimo, pronto ad affrontare ogni tipo di sfida pur di non rinunciare al proprio ragionamento, e all’idea di cosa sia il mondo, e l’umano.
Info
Dio ride sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Dio ride
- Paese/Anno: Italia | 2026
- Regia: Giovanni Veronesi
- Sceneggiatura: Gianluca Bernardini, Giovanni Veronesi, Jean-Jacques Ilunga, Nicola Baldoni, Nicola De Orsola, Paolo Portone
- Fotografia: Maurizio Calvesi
- Montaggio: Patrizio Marone
- Interpreti: Alma Noce, Carlo Cecchi, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi, Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando
- Colonna sonora: Paolo Buonvino
- Produzione: Indiana Production, Netflix, Ogi Film, Piper Film
- Distribuzione: Piper Film
- Durata: 114'
- Data di uscita: 29/10/2026





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