Musk
di Alex Gibney
Alex Gibney realizza un lavoro chiaro e articolato che mappa la galassia di Elon Musk e mette in fila i gangli aziendali, e di controllo, in cui il sudafricano naturalizzato statunitense è coinvolto. Il documentario è però come un buon compito, eseguito con dedizione e che espone efficacemente i concetti, ma non ne trae poi le sgradevoli e più universali conseguenze. Fuori concorso a Venezia 2026.
Il più grande capitalista del mondo
Un documentario di circa 4 ore per raccontare come è strutturata la galassia delle imprese di Elon Musk e quale impatto ha, e potrebbe avere su tutti noi, il potere dell’uomo più ricco del mondo. [sinossi]
“Come abbiamo potuto permetterlo?”: a non troppi minuti dall’inizio del suo fluviale Musk, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia, il regista premio Oscar 2008 (per il miglior documentario, Taxi to the Dark Side) pone retoricamente a se stesso e agli spettatori tale quesito. Già, è importante farsi le domande giuste se si vogliono capire davvero le situazioni quindi è fondamentale ricostruire i passaggi che hanno reso possibili fenomeni aberranti come quello di cui qui si tratta: non c’è domanda più pertinente rispetto a come sia stato possibile che un uomo solo, il cinquantacinquenne Elon Musk, abbia concentrato su di sé una quantità di potere, manipolazione e controllo sugli altri abitanti del pianeta mai avuta da nessun essere vivente prima di lui. L’interrogativo non è solo corretto, ma dirimente. Eppure nelle circa quattro ore che seguono Alex Gibney non risponde alla domanda perché non analizza mai le strutture che hanno reso possibile tutto questo. Prodotto da Hbo e di certo attento a non finire in un tritacarne legale senza fine (Musk ovviamente si è già espresso duramente contro il film, ma questo è un altro paio di maniche), il documentario ricostruisce con perizia compilativa la parabola del “più grande capitalista del mondo” (così, giustamente, venne presentato a un comizio di Donald Trump), dagli esordi nerd nella Syilicon Valley con l’azienda Zip2 fino a Starlink e alla politica con i Maga. Il risultato, dal punto di vista informativo, è sostanzioso senza diventare una ragionamento compiuto o senza rivelare, sul piano della vita pubblica, niente che non fosse già emerso in articoli, approfondimenti, interviste, inchieste. Sul fronte privato, alcune dichiarazioni del padre di Musk e della prima moglie sono senz’altro degne di interesse, ma la psicopatologia del singolo non può essere il centro del discorso poiché quel singolo, appunto, è evidentemente perfetto per il sistema in cui si è mosso: il sistema capitalistico che ha come conseguenza perfetta proprio Elon Musk. Ma di questo in Musk non si parla.
Dal punto di vista stilistico, il regista – che non è l’ultimo degli sprovveduti – ha voluto caricare in maniera barocca i tanti minuti di film utilizzando materiali di archivio, interviste per il documentario ma mostrandone anche il green screen, programmi televisivi o riprese da cellulari, l’AI e l’estetica dei videogiochi. Il capitalista più capitalista del mondo non ha accettato infatti di essere intervistato da Gibney, che ha iniziato a pensare al documentario attorno al 2020, dunque l’autore ha deciso di ricreare un proprio Musk con l’intelligenza artificiale e di farlo parlare con l’AI che ha utilizzato per le risposte quel che il fondatore di SpaceX ha detto nel corso degli anni, creando su questa base risposte originali per il film. I videogiochi, di cui Musk è un grande fan, servono soprattutto, invece, a figurare alcune “azioni” visualizzandone le conseguenze: per esempio, quando il sudafricano compra Twitter, licenzia migliaia di persone e la faccenda è immaginata da Gibney come una vera e propria eliminazione fisica dei dipendenti in un ufficio. Questa ibridazione dell’immagine, questa potenzialità generativa ormai senza regia umana, è probabilmente l’aspetto più interessante di Musk, che supera così sia il mero documentario archivistico che il classico reportage con interviste, ma soprattutto provvede a fornire una tipologia di visioni non aderenti, normalmente, al filmico. Da un punto di vista concettuale, se secondo Musk quella che riteniamo essere la “realtà” è probabilmente una simulazione, allora usare l’intelligenza artificiale al posto della sua persona è poi del tutto coerente. In ogni dimensione, un’immagine che si genera attraverso un’intelligenza programmata, ha in questo contesto un valore decisamente peculiare visto che Musk è anche uno dei detentori dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. A parte tutto questo, il film è degno di interesse per come racconta l’ascesa del giovane Elon che, come molti della sua schiatta, è in realtà un venditore di fumo, un truffatore, un cazzaro. Mentitore fraudolento e maestro di appropriazione indebita, “l’imprenditore” è – come spesso accade – uno che ha gonfiato i numeri e sparato balle a raffica ma con una così grande convinzione da far pensare a tutti che fosse il più figo della situazione: Musk non ha fondato Tesla, ha mentito – con profili penali gravi e accertati, avendo inoltre comportato la morte di persone – sull’automazione delle sue macchine e sulla “facilità” del cambio delle batterie, ha rubato idee altrui e le ha raccontate come proprie. Ma la cosa più divertente (che non viene mai detta perché se no…dove andremo a finire?) è che il più grande capitalista del mondo, colui che giustamente eleva il capitalismo a ciò che naturalmente è portato a divenire (una ferale oligarchia), ha drenato soldi pubblici a vagonate: a partire dal premio Nobel preventivo per la pace, Barack Obama, l’amministrazione Usa ha sostanzialmente appaltato a SpaceX, quindi a un’azienda privata, la sperimentazione di nuovi vettori per lo spazio. Riuscendo anche in questo caso a vendere fumo senza arrosto, dicendo che in pochi anni vivremo su Marte che è un pianeta totalmente inabitabile dall’uomo, Musk si è portato nelle tasche 22 miliardi di dollari dei contribuenti americani. Mentre per gli incentivi a Tesla, ricevuti truffando sulle batterie, se ne è portati a casa altri 7. 29 miliardi di soldi pubblici per sviluppare aziende private che diventano monopoli di un singolo essere umano che da qui ha continuato la propria scalata per controllare persino la possibilità pubblica di usare internet: non è fantastico?
Così, grazie alla lungimiranza delle amministrazioni americane (democratiche e repubblicane), nello spazio oggi ci sono satelliti russi, cinesi, statunitensi…e di Elon Musk. Mentire, gonfiare dati, fare immaginare mondi che non esistono (la cosiddetta “narrazione”) sono le caratteristiche dell’homo capitalisticus compiuto e Musk le espone piuttosto bene nella prima e più intrigante parte. La seconda metà del film, che si concentra soprattutto sul perché Musk sia dovuto “scendere in campo” (le faccende, per i grandi capitalisti, sono poi sempre le stesse: violazioni di leggi, balle sesquipedali, debiti, galera a un passo che si vuole evitare alleandosi con chi può dare una mano), è ancora più compilativa della prima, benché comunque sia sempre meglio fare un ripasso di queste tristi storie: dopo aver avuto 29 miliardi di soldi pubblici per conquistare lo spazio con la sua azienda privata e mandare in orbita satelliti che potrebbero rovinarci letteralmente la vita, una volta al potere con il suo simile (dopotutto chi si somiglia si piglia), quel Donald Trump che è andato in bancarotta più e più volte, Musk ha tagliato la spesa falcidiando interi dipartimenti del Governo. Se il rogo delle leggi di Calderoli (ve lo ricordate?), a ripensarci, fa un po’ sorridere, questo tizio che in una società normale andrebbe al massimo dallo psicologo e invece è il capitalista più grande del mondo, ha regalato del resto a Milei una bella motosega per distruggere la spesa statale. Cosa che Musk ha fatto come consigliere di Trump (tralasciamo per pietà come Gibney mostra le spese degli aiuti umanitari statunitensi, che come si sa sono amici disinteressati di tutti i popoli). Nonostante Gibney metta assieme tutte queste informazioni, non arriva però mai al punto cioè: come diavolo è stato possibile? Sarebbe servito un Michael Moore dei tempi d’oro per rendere davvero radicale questo documentario. Che, invece, pare poi equiparare problemi personali e politici, ma anche in questo caso senza collegare a dovere i puntini (cioè che un sistema come quello in cui viviamo premia i bugiardi, i violenti, gli psicotici senza empatia) e senza mai citare o spiegare cosa sia il transumanesimo da cui Musk è senza dubbio, a dir poco, affascinato. Va dato merito a Gibney l’aver realizzato un lavoro chiaro e articolato che mappa la galassia di Musk e mette in fila i gangli aziendali, e di controllo, in cui il sudafricano naturalizzato statunitense è coinvolto. Il documentario è però come un buon compito, eseguito con dedizione e che espone efficacemente i concetti, ma non ne trae poi le sgradevoli e più universali conseguenze.
Info
La scheda di Musk sul sito della Biennale.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Musk
- Paese/Anno: USA | 2026
- Regia: Alex Gibney
- Sceneggiatura: Alex Gibney
- Fotografia: Benjamin Bloodwell
- Montaggio: Michael J. Palmer
- Colonna sonora: Daniel Pemberton
- Produzione: Anonymous Content, Closer Media, Double Agent, Jigsaw Productions
- Durata: 225'


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