Waiting for the Barbarians

Waiting for the Barbarians

di

Waiting for the Barbarians, il nuovo film di Ciro Guerra e il primo a confrontarsi direttamente con il mainstream, è una delle opere più limpidamente classiche viste alla Mostra di Venezia, dove concorre per la vittoria del Leone d’Oro. Fordiano e cristallino, capace di coniugare conflitti essenziali e racconto popolare, e con un cast di star in forma smagliante.

E l’uomo creò il nemico

Un magistrato amministra un avamposto di frontiera, in mezzo al deserto, oltre il quale vivono popoli genericamente chiamate “barbari”. La sua indole saggia mantiene un equilibrio di giustizia e tolleranza, ma un giorno nel villaggio arriva il Colonnello Joll che con metodi feroci inizia a dare la caccia agli “stranieri” e a sottoporli a violentissimi interrogatori. L’equilibrio si rompe e tutto sarà destinato a cambiare… [sinossi]

Cristallino e fordiano, capace di coniugare conflitti essenziali e racconto popolare, Waiting for the Barbarians è uno dei titoli più interessanti del Concorso veneziano e una scommessa vinta da Ciro Guerra (classe 1981). Il film, tratto dall’omonimo libro del premio Nobel J.M. Coetzee che firma anche la sceneggiatura, è il primo lavoro del regista colombiano con una produzione per lo più italiana (grazie alla Iervolino Entertainment) ma soprattutto è il suo primo lavoro con attori del calibro di Johnny Depp e Robert Pattinson che si concedono con generosità in due piccole parti, entrambe oltretutto negative e crudeli. Protagonista centrale ed eroe per certi aspetti spielberghiano è però lo splendido Mark Rylance (Il ponte delle spie), magistrato e amministratore di un villaggio di frontiera, avamposto di un misterioso “Impero” oltre al quale abitano i “barbari” da tenere lontani e separati. Tanto per completare il parterre, al montaggio del film abbiamo Jacopo Quadri e alla direzione della fotografia il grande Chris Menges, che nel Sudafrica dove è nato Coetzee ha ambientato uno dei suoi pochi lavori da regista, il bellissimo Un mondo a parte.

È una delle opere più limpidamente classiche viste alla Mostra Waiting for the Barbarians, girato nell’inconfondibile deserto marocchino popolato però da tribù e popoli asiatici, in particolare mongoli: lo spazio è del resto sospeso e indeterminabile, universale metafora di qualunque frontiera divisoria (il libro, del 1980, era anche una palese denuncia dell’apartheid), di qualsiasi linea di demarcazione tra colonizzatori e potenziali colonizzati, tra dominatori e futuri dominati. E sono i primi, non certo i secondi, a creare caos e guerra, rompendo equilibri, torturando popolazioni, portando la morte e spingendo alla battaglia. Fino all’arrivo dell’orribile Colonello Joll (un ottimo Johnny Depp, villain in versione Yul Brynner), il buon Rylance gestiva gli equilibri tra “interno/esterno” con sagacia e cuore. È la militia infatti a voler innescare lo scontro, a definire i barbari come tali e a renderli nemici. Con metodi da Santa Inquisizione, Joll estorce false confessioni ai nuovi eretici, rei di qualcosa che non esiste ma che serve a preservare e accrescere il potere. Più che riluttante rispetto alle procedure di Joll, il magistrato cerca di mantenere il sangue freddo per evitare il peggio. Rispettoso della cultura altrui, interessato a grafie che non sa leggere, il personaggio interpretato da Rylance è l’uomo giusto, retto e incorruttibile in un mondo in cui tutti sono pronti a piegarsi all’aggressività dell’Esercito e al diritto criminale della forza. Non per queste sue virtù, però, il protagonista sarà ricambiato dall’amore di una donna, resa zoppa e quasi del tutto cieca dagli sgherri di Joll, perché chi colonizza può essere al massimo percepito come magnanimo ma difficilmente come amabile. La riflessione sul colonialismo di Coetzee, riletta a quasi 40 anni di distanza, si riaggiorna da sé e inevitabilmente sulle nuove forme di aggressione “dell’Impero” nel quale possiamo ravvisare di sicuro l’Occidente ma in ogni caso i grandi destabilizzatori del pianeta: le tecniche illustrate da Joll ed eseguite dal suo braccio destro Mandel (Pattinson) non sono dissimili dalle politiche di terrore perseguite dai grandi predatori nel corso della Storia, fino a tempi recenti e recentissimi (Primavere arabe e immigrazione da Africa e Medio Oriente incluse). L’universalità dei temi motiva quindi l’incertezza del tempo in cui si svolge il racconto e l’ibridazione del luogo poiché in questa storia di stupida sopraffazione devono emergere soprattutto e chiaramente le dinamiche sempiterne della volontà di dominio. I personaggi – e non sorprende – rimandano invece al western, citato palesemente in più di un’occasione (una porta sul deserto, nel finale, fa pensare a Sentieri selvaggi) e al cui concetto di “frontiera” si guarda, cinematograficamente parlando, anche nella messa in scena del villaggio, in fondo non troppo diverso dalle micragnose cittadine della conquista dell’Ovest. Tra Buzzati e John Ford, il celebre libro di Coetzee viene portato sullo schermo con semplicità e nitore (due doti di cui Ciro Guerra certamente non difetta) in un film moderno, più che contemporaneo, che gioca con coordinate ridotte all’osso per comporre una parabola sempre attuale e attualizzabile sulla politica della guerra e sulla creazione del nemico.

Info
Waiting for the Barbarians sul sito della Biannale.

  • Waiting-for-the-Barbarians-2019-Ciro-Guerra-01.jpeg
  • Waiting-for-the-Barbarians-2019-Ciro-Guerra-02.jpg

Articoli correlati

Array
  • Festival

    venezia 2019 minuto per minutoVenezia 2019 – Minuto per minuto

    Dal primo all'ultimo giorno della Mostra di Venezia 2019, tra proiezioni stampa, code, film, sale, accreditati, colpi di fulmine e delusioni: ecco il Minuto per minuto, cronaca festivaliera dal Lido con aggiornamenti quotidiani, a qualsiasi ora del giorno. Più o meno...
  • Cannes 2018

    Pájaros de verano RecensioneOro verde – C’era una volta in Colombia

    di , Avvincente, appassionante, potente, ambizioso. Oro verde sposa l'approccio para-antropologico a un'ampia stratificazione verso riflessioni politiche e cinema di genere. Alla Quinzaine des Réalisateurs.
  • Bergamo 2016

    El abrazo de la serpiente

    di Presentato al Bergamo Film Meeting, dopo un percorso festivaliero partito dalla Quinzaine e passato per Rotterdam e Berlino, El abrazo de la serpiente è il terzo lavoro del colombiano Ciro Guerra, che sceglie una chiave originale per raccontare come la civiltà europea abbia cancellato quelle indigene del Nuovo Continente.