Chushingura

Chushingura

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Storia vera di fedeltà e vendetta da sempre fra i principali topoi bunrako, kabuki e poi cinematografici nipponici, quella dei 47 ronin di Chushingura è vicenda nota e che sarà più volte ripresa. Ciò che rende realmente imprescindibile il nuovo restauro che porta a 90 minuti le prime incursioni sul tema di Shōzō Makino è il commento dal vivo del benshi Ichiro Kataoka, accompagnato da pianoforte, percussioni e il tradizionale shamisen. Un’esperienza di spettacolo unica e totalmente differente, oltre il cinema e oltre il teatro, oltre le immagini e oltre il racconto, oltre il muto e oltre il sonoro. Un vero e proprio viaggio nel tempo e in una cultura lontana. Probabilmente, il momento più alto delle 38esime Giornate del Cinema Muto di Pordenone.

Come petali di sakura nel vento

Chushingura” è il termine generico che indica una serie di narrazioni originate da un reale avvenimento storico che ebbe luogo nel marzo 1701, durante l’era Edo, nel grande corridoio dei pini del castello di Edo, residenza dello Shogun Tokugawa. Asano Naganori, signore del castello di Ako nel Giappone occidentale, aggredì sanguinosamente Kira Yoshihisa, membro di una potente famiglia che aveva spesso insultato in pubblico Asano per la sua rozzezza contadina. Lo shogunato Tokugawa, che aveva vietato qualsiasi atto di violenza nel castello di Edo, punì la selvaggia aggressione di Asano ordinandogli di compiere harakiri e annientò il suo clan, mentre le provocazioni di Kira rimasero impunite. I servitori di Asano, costernati per la decisione e privi del loro signore, divennero ronin (guerrieri erranti). I 47 ronin, guidati da Oishi Yoshio, attesero due anni per sviare i sospetti e far allentare la sorveglianza, e poi attaccarono la dimora di Kira prima dell’alba del 31 gennaio 1703. Dopo aver agevolmente fatto fuori le sue guardie, concessero al signore la dignità del seppuku con la stessa lama con cui si era tolto la vita Asano. Di fronte al suo rifiuto di commettere il suicidio rituale, gli tagliarono la testa. La storia si conclude con la condanna a morte per harakiri dei 47 ronin. [sinossi]

Scorrendo gli oltre 300 titoli della colossale filmografia del “padre del cinema giapponese” Shōzō Makino è possibile trovare, fra corti e lungometraggi, più di dieci versioni di Chushingura, delle quali ben sette, tutte con protagonista la prima star nipponica Matsunosuke Onoe e tutte sin da subito concepite per l’accompagnamento di un narratore benshi in piedi a lato dello schermo, realizzate fra il 1910 e il 1917. In realtà non sempre si trattava realmente di nuovi film, ma molto più spesso di rimontaggi del materiale già esistente ridistribuiti come inediti, magari resi ancor più completi con qualche sequenza girata ex-novo a rimpolparne il minutaggio. Inoltre, stando alle pionieristiche cronache del tempo, pare fosse abitudine dei benshi chiedere esplicitamente al proiezionista di girare la manovella più lentamente del normale, in modo da avere più tempo per parlare aggiungendo così libere improvvisazioni al monologo intessuto sulle immagini. Non deve quindi stupire, di fronte ai continui cambiamenti di forma che fanno parte della storia di un film che fu di estrema popolarità e di programmatica libertà nella reinterpretazione, l’estrema eterogeneità delle tre copie di riferimento utilizzate dal National Film Archive di Tokyo per il nuovo restauro da circa 90 minuti, figlio di due versioni di 42′ e 74′ rieditate e sonorizzate negli anni Trenta da altrettanti benshi e del ritrovamento, da parte del benshi contemporaneo Ichiro Kataoka sublime interprete del film anche alle 38esime Giornate del Cinema Muto, di una più antica versione in nitrato da 49 minuti, muta, imbibita, virata e con il fotogramma, a fronte delle leggere riduzioni delle altre copie, finalmente completo.

Il risultato è un montaggio il più possibile esteso di ciò che è giunto fino ai giorni nostri, in una versione che probabilmente non è mai stata davvero integralmente proiettata e rappresentata in tutti i suoi episodi nel corso di quegli anni Dieci di infinite riedizioni e modifiche, ma che proprio come la scelta di eliminare i segni del tempo lasciando però sul fotogramma le necessarie imperfezioni di pulviscolo, macchie, graffi, tremolii e differenti paste filologicamente continua quello che è sempre stato il viaggio nel tempo dei Chushingura – il 1701-1703 della vicenda, le antiche rappresentazioni teatrali, il 1910 della prima proiezione in nitrato della storia completa, e poi tutte le infinite riedizioni di questa e di altre opere fino a oggi, a domani, all’infinito.

Del resto quella dei 47 ronin, realmente accaduta all’alba del Settecento, è forse la storia più nota e rappresentata nella cultura del Sol Levante, saga popolare da oltre tre secoli e successivamente ripresa dai vari Kenji Mizoguchi, Kinji Fukasaku, Kunio Watanabe, Tatsuyasu Osone, Kon Ichikawa, Kajirō Yamamoto, Hiroshi Inagaki, e persino (male) da Hollywood con un sorprendentemente impacciato Keanu Reeves sotto la mediocre regia di Carl Rinsch. Una storia da sempre tradizionale soggetto jidaigeki, con tutti i suoi valori di fedeltà, dignità ed eroismo, prima di quel teatro kabuki spesso utilizzato per informare di reali avvenimenti il pubblico, poi della tradizione jōruri e bunrako fra le marionette, le note metalliche dello shamisen e le parole narranti del tayū, e infine della loro evoluzione nel cinema, con l’attore tayū sostituito dal più libero benshi, letteralmente “colui che commenta”, pronto a contestualizzare le immagini tenendo le fila della narrazione e a modulare voce, accenti e portamento per recitare in diretta tutti i dialoghi. Fino a trasformare ancora oggi, con i sottotitoli che permettono di portarla in giro per il mondo, la proiezione in un’esperienza del tutto diversa e sempre inedita, concezione antica e del tutto differente di spettacolo cinematografico direttamente figlia di una cultura lontana e della sua secolare tradizione nō. Un qualcosa che sta oltre il cinema e oltre il teatro, oltre le immagini e oltre il racconto, oltre il muto e oltre il sonoro. Fino a chiedersi se il benshi accompagni il film o se invece, quasi a ribaltare il concetto stesso di accompagnamento di film muti, sia invece la celluloide che accompagna il grande, grandissimo teatro di un interprete straordinario e dei suoi musici. Funzionali l’uno all’altro, inscindibili uno dall’altro, parti di un tutto di immagini, musica e parole che mescola e somma le arti performative nella creazione di un qualcosa d’altro, alieno a qualsiasi occidentale classificazione. Forse, con tanto di Kira a riconoscere l’arrivo di Oishi dal ritmo della marcia e quindi dal suono, è cinema “parlato” molto prima del cinema sonoro, forse è la sostanziale nascita del doppiaggio molto prima della nascita del doppiaggio, o forse è solo l’ultimo colpo di coda di un qualcosa ormai sepolto nella memoria di un solo Paese e che, quasi inevitabilmente, andrà presto perduto. Di certo è un viaggio sensoriale e prezioso nel tempo e in una civiltà, in un cinema che è teatro, in un teatro che è cinema, uniti a mettere in scena quella Storia vera e universale di cui sempre fare tesoro.

Il film, la musica e le parole accompagnano il nobile Asano nelle continue umiliazioni subite fino all’aggressione, alla vergogna, all’ultima poesia e alla lunga e straziante sequenza del seppuku, vedono i 47 suoi samurai senza più padrone degradati a ronin giurare fedeltà e disperdersi per oltre due anni di false identità e vita dissoluta a dissipare ogni sospetto fino a farsi volutamente disonorare, e poi li seguono fedelissimi e pieni d’onore una volta venuto il tempo di compiere sotto il comando di Oishi la vendetta del loro nobile padrone e di esibire la testa di Kira alla moglie di Asano, incassandone i ringraziamenti eterni e le scuse per aver creduto al loro tradimento. Le immagini di Shōzō Makino, incastonate nell’ovvia fissità frontale dei primissimi anni Dieci, vengono rese in ogni istante dinamiche e avvincenti dalla voce e dalla strabordante emotività trasmessa dal narratore, mentre agli interni sfarzosi del Palazzo shogunale di Edo si alternano le profondità di campo della campagna e dei giardini (pressoché identici, compresa la neve che cade, a quelli che farà ricostruire Quentin Tarantino per lo scontro finale fra la Sposa e O-Ren Ishii in Kill Bill vol. 1) nei quali verrà ritrovato e ucciso Kira. Provando a concedergli l’onore del seppuku che gli avrebbe fatto ritrovare la dignità perduta con la stessa lama con la quale si era ucciso Asano, ma dovendolo decapitare di fronte al suo sdegnoso e vigliacco silenzio.

La vendetta dei servitori che vogliono vendicare la mortificazione del padrone è il nobile fine per il quale essere disposti a fingere di aver rotto il giuramento a vita dei samurai, per il quale essere disposti a rinunciare alle madri e ai figli, per il quale essere disposti, proprio nell’apice della lealtà, a umiliarsi pubblicamente in attesa che i tempi fossero maturi per lanciare l’attacco. Mentre dalla buca del Teatro Verdi di Pordenone, nel momento culturale più imprescindibile delle Giornate 2019, il pianoforte, lo shamisen, i sonagli, il fischietto per il vento, le percussioni e i piatti con ogni tipo di bacchetta fino a tre per mano sono il contrappunto ideale della voce di Ichiro Kataoka, mattatore unico della rappresentazione. I cartelli appaiono solo per introdurre e intitolare i capitoli dei rulli, mentre i dialoghi e la narrazione sono totalmente affidati alla strabiliante performance del benshi, che sul palco, appena sotto lo schermo e direttamente nel costume tradizionale, adatta voce, ritmo della parlata, espressione del viso e movimenti del corpo a ogni personaggio in scena sullo schermo. Kataoka non perde per un solo istante di vista il film, mentre repentinamente cambia espressione del viso e armonici della bocca per reinterpretarne, intonarne e viverne ogni parte. Profondo, espressivo, fiero. Eroico. E se fosse proprio lui l’ultima incarnazione rimasta dello spirito samurai?

Info
La scheda di Chushingura sul sito de Le Giornate del Cinema Muto.

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