Il peccato

Slabbrato e sballato, Il peccato di Andrej Končalovskij – presentato alla Festa del Cinema di Roma – è comunque un ritratto sentito e potente di Michelangelo Buonarroti, un artista umano troppo umano, che viene incarnato con trasporto da Alberto Testone.

Vuolsi così colà dove si puote

Italia, 1512. Michelangelo è impegnato in due grandi progetti: ha appena terminato di dipingere la volta della Cappella Sistina ed è al lavoro sulla tomba di Papa Giulio II della Rovere. Con l’improvvisa morte del Papa e l’avvento dei Medici in Vaticano, resta coinvolto nel lungo e spietato conflitto tra le famiglie più potenti d’Italia. Sempre più pressato dai committenti, e accompagnato da visioni non distinguibili dalla realtà, è costretto a mentire e a manovrare per cercare di mantenere entrambi gli impegni. [sinossi]

Michelangelo Buonarroti è una di quelle personalità della storia dell’arte occidentale che non può non suscitare l’ammirazione di chiunque provi ad avvicinarsi a lui. Prometeico, solitario, proto-romantico, collerico, sessualmente ambiguo (si asteneva dal coito per darsi all’arte, così almeno pare affermasse), attaccato ai soldi, primo vero esponente della figura di artista nel senso già contemporaneo del termine (e dunque non più semplice bottegaio o artigiano, ma creatore dotato di una propria e personale poetica), il “Buonarroto” è di suo un personaggio già amletico, e dunque complesso e stratificato, contraddittorio e per certi aspetti schizofrenico come solo l’artista moderno può essere e come a suo tempo venne già grandemente celebrato, a partire dalle biografie del Vasari e del Condivi, redatte quando il Maestro era ancora in vita, nell’ottica di una celebrazione e di una progressione dell’arte italiana che vedeva in lui già allora il massimo artefice – l’ultimo e più perfetto esecutore – degli esponenti di quella genia mirabile di artisti che diedero corpo al Rinascimento.

Forte di una certa dose di incoscienza, come è inevitabile che sia per ogni impresa che intende misurarsi con un gigante della storia dell’umanità, Andrej Končalovskij ha scelto di approcciarsi a Michelangelo ne Il peccato, facendolo incarnare – e anche questa è stata una sfida a suo modo folle, ma riuscita – da un attore decisamente poco conosciuto quale Alberto Testone, che già si era misurato con un’altra figura ingombrante della storia italiana quale Pier Paolo Pasolini in Fatti corsari (2012, di Stefano Petti e dello stesso Testone). Il Michelangelo di Končalovskij – su cui il regista russo lavora da anni, e pare che il film sia stato rifiutato da diversi festival, forse prima di essere stato accorciato e rimontato nella versione attuale di 134 minuti, presentata alla Festa del Cinema di Roma 2019 – è un Michelangelo terragno, umano troppo umano, che mira alla divinità artistica di Dante, ma che non riesce a emendarsi dalle sue debolezze di essere defettibile.

Il mondo rinascimentale che descrive Končalovskij ne Il peccato è sporco e rozzo, violento e ferino, mortifero e grottesco, tutte facce in fin dei conti dello stesso Michelangelo, che solo quel mondo riesce a descrivere, incapace forse di innalzarsi alla purezza di quella eterea Maria figlia di un marmista da cui resta affascinato e che continua a cercare l’ispirazione giusta per porsi al livello di Dante Alighieri, come è storicamente accertato dall’ammirazione sconfinata che il Maestro ebbe per l’autore della Divina Commedia, cercando e sperando di replicarne le gesta letterarie su di un piano artistico-figurativo. In tal senso, l’approccio di Končalovskij è senz’altro esatto: il regista coglie infatti ne Il peccato il senso ultimo dell’opera michelangiolesca, evocata in vari momenti ma efficace soprattutto nella ri-messa in opera del mastodontico Mosè, un’opera che fa della carnalità l’ultimo e più ampio senso del suo operare, e che per certi aspetti è testimone di una visceralità già laica, già atea, già senza Dio o persino in posa di sfida verso il Creatore, già dunque disperata perché troppo moderna, perché post-dantesca, e perciò definitivamente orfana del retroterra cui si era abbeverata l’arte occidentale fino a quel momento, vale a dire il Sacro, che non può essere troppo realistico per poter essere creduto.

Tutto questo è ben chiaro nella mente di Končalovskij, a partire dal titolo, Il peccato. Ma, pur essendo ben chiaro, ciò non è perfettamente equilibrato, vuoi per qualche ostacolo produttivo (cui reca traccia un montaggio a tratti approssimativo e che suggerisce una durata iniziale ben più ampia di quella mostrata), vuoi per qualche eccessiva leggerezza di scrittura e di messa in scena, soprattutto in quella prima parte in cui i toni e la recitazione sembrano per lunghi momenti fuori controllo (si pensi, in particolare, alla – troppo lunga – sequenza con Michelangelo e con i suoi familiari, in cui ciascuno di loro sbraita in maniera incontrollata). A parte la primissima scena, in cui un solitario Michelangelo impreca onanisticamente (e dantescamente) contro Firenze, la prima parte de Il peccato arranca infatti in maniera palese, zavorrata da incertezze di scrittura e da una ricostruzione digitale d’epoca che appare sin troppo posticcia; e infatti sia Firenze sia Roma, con le strade sporche e fangose mischiate ai celebrati palazzi rinascimentali, sembrano in questa fase ben poco verosimili per poter essere credibili. Il peccato si dota finalmente della sua propria personalità nel momento in cui Michelangelo si trasferisce a Carrara per procurarsi del marmo, ed è lì che il film diventa davvero terragno, nei ritratti di quei marmisti che lavorano al fianco del Maestro parlando nel dialetto locale, nel bianco di quel marmo che è la materia prima allo stesso tempo chiara e oscura cui Michelangelo attingerà per realizzare le sue opere. Ed è qui che Michelangelo incontra un artista mediocre quale Jacopo Sansovino, con cui intrattiene il rapporto decisivo del film: il Sansovino infatti sa benissimo di essere niente a confronto dell’artefice della Cappella Sistina e si lascia insultare senza problemi dal Maestro nel momento in cui questi lo irride quando visiona con distrazione un suo progetto della facciata di San Lorenzo in Firenze; ma poi lo stesso Sansovino si prenderà una mirabile rivincita quando espliciterà il carattere debole e opportunista di Michelangelo, pronto a tradire chiunque pur di poter realizzare i suoi progetti.

E dunque, ancora una volta, il titolo Il peccato racchiude i multisensi del film di Končalovskij: Michelangelo è un peccatore perché, pur essendo il più grande artista di ogni tempo, sfrutta ogni occasione buona per dare sfogo alla sua arte e alla sua ambizione e, al contempo, al suo desiderio di fare cassa; e di questa colpa originale ne porta in fin dei conti il marchio, visto che è ben consapevole di non poter rivaleggiare con la rettezza morale dell’amato Dante, il cui fantasma nel corso di una notte insonne cerca disperatamente tra i monti della Lunigiana.

Per Končalovskij, dunque, Michelangelo è il più grande di tutti, ma allo stesso tempo è un miserabile vigliacco, un micragnoso essere umano, con tutte le debolezze possibili, come chiunque d’altronde, perché tutti noi siamo costretti ad un certo punto a misurarci con la nostra impossibilità di tendere al perfettibile. E in questo Il peccato diventa anche un grande ritratto d’artista, che è sempre – e per sempre – costretto a essere schiavo del suo tempo. I posteri arrivano sempre dopo, quando per la carne è ormai troppo tardi.

Info
La scheda de Il peccato sul sito della Festa del Cinema di Roma.

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