L’amico di famiglia
di Claude Chabrol
La provincia francese di Claude Chabrol, l’ipocrisia borghese, la rigidità dei comportamenti pubblici, il crimine. Puro distillato di motivi chabroliani, L’amico di famiglia rievoca un vero fatto di cronaca nera facendosi forte di una consueta confezione impeccabile e di attori di gran classe come Michel Piccoli, Stéphane Audran e Claude Piéplu.
Il pollo freddo
Pierre è sposato a Clotilde, una donna fragile e malata, consapevole di aver perso qualsiasi entusiasmo per la vita e di aver tolto ogni prospettiva di felicità al marito. Lucienne è coniugata con Paul, il sindaco del paese, dopo aver avuto una figlia in giovane età. Pierre e Lucienne hanno una relazione nascosta da tempo e si sono conosciuti tramite lo stesso Paul, che a suo tempo aveva coinvolto Pierre nella lista di candidati per la propria elezione a sindaco. Pierre elimina la moglie Clotilde, mentre più tardi Paul scopre la relazione tra i due amanti ma non si scompone troppo, proponendo uno scambio riguardo a una questione politica in sospeso… [sinossi]
Cronaca nera e provincia francese. L’amico di famiglia (1973) ha tutta l’apparenza di un Claude Chabrol all’ennesima potenza, autore spesso profondamente interessato ad analisi entomologiche di una medio-piccola borghesia periferica in cui sembrano annidarsi ambizioni cupissime quanto sovente meschine, patetiche e psicopatologiche. È infatti ispirandosi a un reale fatto di cronaca avvenuto in Francia che L’amico di famiglia vede la luce, avvitato intorno a una vicenda criminosa che nella realtà ebbe luogo sul finire degli anni Sessanta e che si concluse con una doppia condanna penale, di cui una alla pena capitale della ghigliottina, ancora ufficialmente funzionante oltralpe (ma sempre meno praticata) fino al 1981. Il brutto affare passò alle cronache come il fatto degli «amanti di Bourganeuf», un uomo e una donna avvinti da passione extraconiugale che si macchiarono di un duplice omicidio liberandosi dei rispettivi moglie e marito nel pazzoide vagheggiamento di un futuro insieme.
A interpretare il duo di diabolici amanti sono chiamati Stéphane Audran, compagna di Chabrol spesso protagonista dei suoi film, e la consueta eleganza di Michel Piccoli, perfettamente in ruolo nel suo impenetrabile aplomb di uomo dall’oliatissimo funzionamento pubblico, impeccabile nei suoi completi eleganti e privo del minimo e incerto trasalimento nella gestione della propria immagine di fronte allo sguardo degli altri. È il privato, in L’amico di famiglia, a delinearsi per un piatto inferno, ripetitivo, quotidiano (si mangia quasi solo pollo freddo), privo di qualsiasi orizzonte emotivo, tanto attenuato nei suoi drammi che il passaggio al crimine è pressoché naturale, accolto senza alcuna scossa o netta differenza. Per questo l’esordio del film riserva al primo incontro fra i due amanti i tratti di una parentesi esplosiva: dopo aver brevemente introdotto il rapporto del Pierre Maury protagonista con la propria moglie ammalata, incapace di rispondere positivamente anche al contatto fisico con il marito, Chabrol insegue l’uomo in un’uscita in automobile che si conclude in un bosco per incontrare la sua amante Lucienne. È un incontro che rompe subito la programmata prevedibilità dei comportamenti pubblici e sociali, infranta dal lancio della giacca di Pierre e dall’avvinghiarsi rudemente tra i due in mezzo agli alberi.
Pur adottando un approccio narrativo decisamente gelido, tutto affidato a una sorta di fenomenologia strettamente analitica di comportamenti umani, Chabrol sembra registrare tra le cause criminogene la sostanziale assenza di una spontanea affettività in quei due rapporti coniugali, e in senso più ampio un contesto sociale che non permette il conservarsi di una reale vitalità di ambizioni. La malattia non meglio definita della moglie di Pierre si riconverte in una sostanziale distanza fisica dal mondo, dominata da una nota costante di depressione e mancanza di offerte alla vita, né verso se stessa né nei confronti del marito. Lucienne si trova in una condizione più o meno simile, ma dovuta alla scarsa fantasia del marito e alle sue tiepide mire politiche in ambito locale.
Come spesso accade nel suo cinema, il disagio qui raccontato da Chabrol è legato a un orizzonte di elegante provincia francese, in cui le figure umane conservano un approccio freddo, ipocrita e calcolatore nei confronti della vita e delle proprie rapaci ambizioni, che si raffreddano in particolare nei personaggi femminili fino a profili scopertamente psicotici (per certi versi, la composta algidità della Lucienne di Stéphane Audran, dominata da un irreprensibile autocontrollo, ricorda la freddezza ancor più pazzoide della Isabelle Huppert di Grazie per la cioccolata, 2000). La secchezza del tratto stilistico qui si abbina all’evocazione di un orizzonte anche hitchcockiano, spesso enfatizzato dalle sonorità del commento musicale di Pierre Jansen, sottolineatura pressoché incessante al rapido svolgersi delle vicende. Chabrol adotta anche un lieve e cinico umorismo nei confronti dei riti e delle automatiche aspettative innescate da un universo umano così fortemente radicato nella norma convenzionale e nel comportamento prescritto, sposando a lungo il punto di vista dei due protagonisti e della loro sfacciata e allegra (almeno sulle prime) sovversione della norma sociale.
Basti pensare al loro amplesso nel castello, dove si prendono gioco degli arredamenti storici conservati con rigoroso rispetto museale – i due finiranno pure per fare sesso in uno degli antichi letti esposti. Il risolino cinico di Chabrol si appalesa poco dopo, quando durante un consiglio comunale, alla presenza di Piccoli, si fa presente l’atto di vandalismo attribuendolo a ignoti giovinastri. Il ghignetto di humour nero affiora per buona parte del racconto, per lasciare poi spazio a poco a poco a un approccio sempre più teso, dove il gelo dell’entomologo cede talvolta il passo a un racconto partecipe. La capriola estetica di L’amico di famiglia consiste infatti nella scelta di aderire al punto di vista dei due protagonisti, dei quali Chabrol non sposa certo i comportamenti criminali ma cerca di analizzarli e comprenderli. Risulta in tal senso decisamente significativa la citazione che introduce al film, ripresa dalle Eumenidi di Eschilo, in cui si sospende qualsiasi giudizio umano sulla condotta di altri umani.
In tal senso Chabrol sembra dunque dichiarare una netta equidistanza dai fatti che si appresta a narrare, e ciò gli permette anzi di riservare una piena credibilità nell’analisi di umani fatti anche nei confronti dei suoi due protagonisti. È sufficiente rilevare quel breve frammento dell’incontro negato tra Pierre e Lucienne, separati dal vetro della finestra, quando il racconto volge al termine. In quel breve frammento Chabrol registra un reale struggimento passionale tra i due, restituendone la sostanziale impossibilità (soprattutto dopo aver compiuto gli atti criminosi) che allontana la realizzazione di un sogno distorto proprio quando si credeva potesse diventare reale. Non è il senso di colpa di un castigo dostoevskiano, di una pena inevitabile della coscienza. I Pierre e Lucienne di L’amico di famiglia non sembrano arrivare a tanto, forse non ne sono capaci. È la probabile presa di coscienza che il crimine compiuto li pone di fronte a ulteriori comportamenti eterodiretti, un nuovo teatrino che deve di nuovo tenere conto del giudizio e dello sguardo sociale. Prigionieri prima, prigionieri dopo. Per fugare i sospetti, i due amanti devono tenersi ancor più lontani di prima, fingersi appena conoscenti. La realizzazione di una libertà criminale li conduce all’esatto opposto dei loro intenti.
Chabrol incornicia il profilo individuale dei due protagonisti in un quadro sociale dove si restituisce con grande vivacità le dinamiche di un piccolo potere locale. Nei collaudati meccanismi di una provincia di maniera conquista infatti un proprio spazio decisivo anche la gestione della politica, che vede Paul, marito di Lucienne e sindaco della cittadina, e Pierre, l’amico amante della moglie, strettamente intrecciati nel medesimo centro d’interesse. Se Chabrol analizza i suoi due amanti criminali con distacco nel giudizio, al contempo riserva le note più sgradevoli (con crescente sgradevolezza nell’evolversi del racconto) alla figura del marito, disposto ad accettare pure l’adulterio ormai scoperto in cambio di un favore politico. Se insomma al centro del racconto si delineano due patetici criminali improvvisati, il contorno non è certo migliore, e la rigidità dei comportamenti eterodiretti si riverbera nelle bienséances, fatte pure di accordi e accordicchi, che discendono da una precisa modalità arrogante e deviata di gestione del potere.
A fronte di un orizzonte socio-esistenziale così ristretto e deprecabile, L’amico di famiglia si tiene comunque distante dagli accenti di un virulento moralismo, scegliendo di riservare in un gran bel finale l’unico sguardo etico a Hélène, figlia di Lucienne ancora adolescente, che innesca pressoché involontariamente la condanna della madre ma prendendo le mosse da un afflato di buone intenzioni ancora depurate dalla logica dei secondi fini. E ai due amanti ai quali viene suggerito che forse sarebbe stato più facile andarsene, non resta che rispondere che no, non hanno mai pensato di vivere altrove. Piccole ambizioni per meschini profili umani, incapaci di spingere se stessi oltre il confine banale del Male.
Come sempre nella produzione di Chabrol la confezione è impeccabile, sorretta a una finezza e precisione nella scrittura dei caratteri e degli ambienti sempre sul crinale del manierato, e affidata alle mani sicure di interpreti di gran classe come Piccoli, la Audran e Claude Piéplu. Se rapportato alla globale produzione dell’autore, L’amico di famiglia si delinea in tal senso come un puro distillato di motivi e tendenze estetico-narrative, un’opera esemplare del metodo ricorrente di un autore. Interessato alla borghesia, alle sue ristrette vedute, ai suoi comportamenti rigidi e ingessati dalla norma. Che nella sua norma comprende pure il crimine, piccolo o grande che sia, dalla quotidiana ipocrisia al delitto conclamato.
Info
La scheda di L’amico di famiglia su Wikipedia
- Genere: drammatico, thriller
- Titolo originale: Les Noces rouges
- Paese/Anno: Francia, Italia | 1973
- Regia: Claude Chabrol
- Sceneggiatura: Claude Chabrol
- Fotografia: Jean Rabier
- Montaggio: Jacques Gaillard, Monique Gaillard
- Interpreti: Claude Piéplu, Clotilde Joano, Daniel Lecourtis, Eliana De Santis, Ermanno Casanova, François Robert, Michel Piccoli, Pippo Merisi, Stéphane Audran
- Colonna sonora: Pierre Janesn
- Produzione: Canaria Films, Italian International Film, Les Films La Boetie
- Durata: 95'

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